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02/10/2021

Salta l’appalto e lo licenziano lavoratore reintegrato e risarcito

Messaggero Veneto - Luana de Francisco

Da cinque anni era addetto all'accoglienza dei richiedenti asilo per una cooperativa Il tribunale ha dichiarato nullo il provvedimento: c'era il blocco per la pandemia la sentenza
Luana de FranciscoLavorava come "tutto fare" al servizio accoglienza dei richiedenti asilo. Anche come manutentore, all'occorrenza, visto che il telefono gli squillava a qualsiasi ora e per ogni genere di necessità. Lui lo sapeva e lo aveva fatto presente ai superiori, ricordando quale fosse il proprio inquadramento contrattuale, ma nulla era cambiato. E gli anni erano volati così, dal 2015, quando l'assunzione era diventata definitiva, al 2020, quando la certezza di quel posto era venuta improvvisamente meno. E lui, un udinese di 48 anni, sposato e con due figli, si era ritrovato all'improvviso disoccupato. Per giunta, in piena emergenza sanitaria.Prontamente impugnato, il provvedimento è stato dichiarato nullo dal giudice del lavoro del tribunale di Udine, Ilaria Chiarelli, in quanto «in contrasto» con il Decreto legge 18/20 sul blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, introdotto per contenere i contraccolpi negativi determinati all'economia dalla diffusione del Covid 19. Assistito dall'avvocato Sara Marchi, il ricorrente è stato quindi reintegrato, con condanna del datore di lavoro, la cooperativa "Nemesi", al risarcimento dei danni, per una somma pari alla retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto omessa dalla data del siluramento a quella dell'effettiva reintegra. Calcolatrice alla mano e tenuto conto anche delle spese legali, oltre 72 mila euro. Licenziato per «cessazione appalto», recitava la lettera raccomandata del 30 giugno 2020 che la "Nemesi" gli aveva fatto recapitare, dopo avere appreso dal Consorzio di cooperative "Mosaico" di Gorizia, cui era consorziata, che la Prefettura di Udine aveva indetto un nuovo bando per la gestione dei profughi e che non avrebbe proseguito con quel servizio. «Non essendoci la possibilità di utilizzare le sue prestazioni in altra attività sociale - gli era stato spiegato -, le comunichiamo il recesso dal rapporto di lavoro per ragioni inerenti l'attività produttiva, ovvero riduzione del personale per cessazione totale delle attività di accoglienza conseguenza del cambio d'appalto».Nel contestare la legittimità del provvedimento, l'avvocato Marchi aveva evidenziato tanto il mancato rispetto del repechage (ossia, l'obbligo del datore di lavoro, prima di procedere con il licenziamento, di prendere in considerazione tutte le possibilità di ricollocazione del lavoratore all'interno dell'azienda), quanto la mancata nuova assunzione dalle ditte subentrate all'appalto (le società "Aracon" e "Codess"). Il tutto, peraltro, in piena emergenza Covid. E visto che, come emerge dai bandi di gara e dai capitolati, l'appalto del 2019 aveva a oggetto 1.100 posti (po ridottisi a 709), mentre quello del 2020 riguardava soltanto 500 posti, e che quindi c'era stata una riduzione del 30 per cento, «non c'erano i presupposti perché il lavoratore potesse essere licenziato da Nemesi - scrive il giudice in sentenza - e contestualmente riassunto dalle imprese subentranti».Difesa dall'avvocato Casanova Fleur, la Nemesi aveva insistito sulla perdita dell'appalto, osservando come questo avesse comportato una drastica contrazione delle possibilità occupazionali per il lavoratore licenziato, che non avrebbe potuto essere impiegato in altri settori, sia perché già saturi, sia perché estranei alle sue caratteristiche professionali. Né l'obbligo di repechage - ancora la difesa - avrebbe potuto essere esteso all'interno del gruppo di cooperative di cui Nemesi faceva parte, trattandosi di soggetti giuridici diversi. La sentenza è stata impugnata e l'udienza fissata a Trieste per il 13 gennaio 2022. --