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19/01/2019

SALONE DEL LIBRO LE ACCUSE DEI PM ALL’EX SINDACO

La Repubblica - Sarah Martinenghi

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L'unico salvataggio possibile per un Salone sommerso dai debiti, era far ricorso a finanziatori privati. I conti erano in profondo rosso. E in quella situazione nell'ufficio di Fassino, allora sindaco si tenne l'incontro per la sponsorizzazione di Intesa san Paolo nel mirino dei pm.
pagina VII L'unico salvataggio possibile, per un Salone sommerso dai debiti, era far ricorso all'ingresso di finanziatori privati. I conti erano in costante e profondo rosso. Era stato ormai completamente eroso, addirittura, il fondo di dotazione dell'ente e si rischiava di perdere l'autonomia patrimoniale della Fondazione. La "due diligence" aveva inesorabilmente mostrato le falle della gestione di Rolando Picchioni, errori e spese facili.
L'unica scialuppa di salvataggio, nel 2015, erano le banche, il loro ingresso come soci fondatori, perché l'ente pubblico da solo non poteva più farcela. È il punto di partenza, la situazione inellutabile da cui sono iniziate le spasmodiche iniziative per tenere in vita il Salone del Libro. Ma è, per i pm Gianfranco Colace, Enrica Gabetta e Marco Gianoglio, anche l'incipit che ha portato a contestare l'accusa di turbativa d'asta all'ex sindaco Fassino, alla presidente del Salone Giovanna Milella e a Michele Coppola (direttore del settore cultura di Intesa San Paolo) per favorire la banca del grattacielo e affidarle il ruolo di sponsor unico del Salone.
È stato il sindaco, secondo l'accusa, ad avere un ruolo centrale nella trattativa per avere nuove risorse dagli istituti bancari, mentre Milella si era occupata di trattare con Miur e Mibact. Ma è stato Coppola a premere sull'acceleratore affinché a Intesa San Paolo venisse riconosciuta l'esclusiva come sponsor. Al massimo, l'ex assessore ammetteva Unicredit.
Ma nessun altro. E dalle intercettazioni delle numerose telefonate tra Fassino, Milella, e Coppola emerge come ulteriori soggetti privati non siano stati coinvolti nelle trattative, e il bando di gara sia stato via via confezionato sempre di più su misura di Intesa. Inizialmente Coppola, Milella e gli avvocati del Salone avevano abbozzato una convenzione in cui fissare condizioni economiche e strategie per l'ingresso della banca. Ma di fronte alla richiesta di essere sponsor esclusivi del Salone, i legali avevano mostrato perplessità e dubbi sul fatto che si dovesse invece fare una gara pubblica. Proprio per trovare un accordo definitivo viene dunque organizzata nell'ufficio di Fassino, considerato da tutti i protagonisti il "faro" a cui rivolgersi per dirimere ogno dubbio e avere garanzia di correttezza, la riunione dell'11 marzo 2016 che, secondo la procura, è stata il momento chiave di questa turbativa. Vi partecipano gli avvocati, ovviamente la presidente Milella, ma anche Coppola. Ed è una presenza inappropriata, la sua, secondo le carte dell'accusa, troppo a ridosso dei bandi. Per essere sicuri che ci fosse anche lui, gli investigatori hanno anche accertato come il suo telefono abbia agganciato la "cella" di Palazzo civico. Già prima di quell'incontro per i pm non c'erano state procedure trasparenti: le trattative della Fondazione erano state solo con Intesa e Unicredit (che si era poi defilata), altri privati non erano stati coinvolti. Per non perdere la mano tesa offerta da Intesa bisognava andar incontro alla sua pretesa di esclusiva: vengono dunque confezionati i due bandi con clausole però che i pm definiscono troppo "su misura". Il primo prevedeva la selezione di soci fondatori che avessero la facoltà di diventare main sponsor del Salone per le edizioni 2016, 2017, 2018. Ma solo due soggetti per settore, e quindi due banche, potevano esserlo. Il secondo bando ribadiva il concetto, ma il suo esito era subordinato a quello del precedente. Se una terza banca avesse voluto partecipare al secondo bando, anche formulando un'offerta più alta, sarebbe stata esclusa. Intesa aveva secondo l'accusa tutto l'interesse a entrare nel Salone per due motivi economici. Anzitutto per far rientrare la sua Banca Prossima del debito di 3 milioni di euro con la Fondazione. E poi utilizzare il marchio del Salone avrebbe garantito un ritorno economico e d'immagine.

Foto: L'indagine Per i pm Colace e Gabetta sono 29 gli indagati nell'inchiesta su sei anni di Librolandia dal 2010 al 2016. Tra di loro l'ex sindaco Fassino e Rolando Picchioni