scarica l'app Telemat
MENU
Chiudi
18/06/2021

Ristori, aiuti, Recovery «La grande criminalità vuole i soldi del Covid»

Corriere del Veneto - Renato Piva

ALLARME DELLA DIA
Infiltrazioni nelle aziende, quasi 400 contaminate negli ultimi anni. E l'antimafia teme un'accelerazione
VENEZIA «Lo Stato si sta muovendo, cercando di garantire iniezioni di liquidità e benefit per superare il blocco dell'economia. L'azienda mafia ne è consapevole ed è perfettamente a conoscenza dei meccanismi» che regolano la partita che va sotto il nome di ristori e, più ancora, quella che porterà ai miliardi del Recovery fund comunitario. Lo dice Paolo Storoni, colonnello dei carabinieri, comandante della Direzione investigativa antimafia del Triveneto parlando di «Mafie ed economia in Veneto». I dati e le analisi degli esperti riuniti a convegno, a Mestre, da Filctem Cgil Veneto e Avviso pubblico, dicono tre cose: che la criminalità mafiosa è attiva anche in regione, che il momento agevola la penetrazione nel tessuto economico e sociale ma non spiega tutto, e che gli strumenti per rintuzzare l'attacco ci sono, vanno usati meglio ma hanno bisogno di un alleato imprescindibile: una «risposta sociale», che deve consolidarsi, perché fin qui ha dato l'impressione di essere piuttosto blanda. Il gruppo di ricerca guidato da Antonio Parbonetti, ordinario del dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell'ateneo di Padova, dal 2015 incrocia i dati delle sentenze nei processi per mafia, le misure cautelari disposte nel corso delle indagini di settore, i nomi degli indagati e, passo fondamentale, collega nomi e volti alle imprese dei vari territori. Il lavoro del professore ha portato all'individuazione (il dato è nazionale ma all'elaborazione mancano le regioni del Sud, Calabria a parte) di 1.967 «aziende criminali», partecipate o comunque toccate dalle organizzazioni malavitose. Oltre un terzo di queste imprese (33,6%) sono nel Nordest, quasi una su cinque in Veneto. In regione, secondo Parbonetti, le aziende criminali sono 386, il 19,6% del monte analizzato. La mappa della distribuzione dei ricavi dell'attività illecita regala al Veneto una percentuale identica: il 19,1% rimane tra Venezia e le Dolomiti. Altro numero, quello degli investimenti fatti dalle imprese «cattive»: alla regione il 18,6% del totale. Edilizia e movimento terra, nell'immaginario più diffuso, sono le attività predilette dai mafiosi lanciati alla conquista di nuovi spazi: «Non è più così», ribadisce il ricercatore. Agricoltura, manifattura, attività estrattiva, informazione e comunicazione, sanità e assistenza sociale, assicurazioni e attività finanziaria, alloggio e ristorazione, logistica e trasporti... Non c'è davvero settore che, sotto la lente dell'investigazione, si riveli impermeabile all'azione criminale e alle sue lusinghe. Di nuovo Storoni: «La caratteristica che distingue l'imprenditoria veneta, specie la piccola e media impresa, da quella del resto del nord Italia, è la forte presenza di management a carattere familiare. Quando l'azienda è in crisi e l'imprenditore viene avvicinato dalla criminalità, il soggetto che garantisce capitale e liquidità viene visto come un elemento che consente la salvezza del'azienda». Il legame «vitale» con il lavoro, la ditta, una storia personale, diventa fattore che indebolisce la resistenza del territorio all'avanzata del malaffare organizzato. Un passo ulteriore con Pierpaolo Romani: «Dalla lettura degli atti giudiziari - dice il coordinatore di Avviso pubblico, la rete italiana dei Comuni e delle Regioni antimafia - sta emergendo un certo consenso sociale nei confronti delle organizzazioni criminali mafiose e delle loro attività». Al mafioso, spiega il giornalista, «si chiedono non solo capitali ma anche servizi, che costano meno e sono più rapidi. Accettare di mettersi in affari con la mafia, però, significa perdere l'azienda e anche la serenità». Silvana Fanelli individua un'altra falla nello scafo regionale e nazionale: sta «nel sistema degli appalti, delle esternalizzazioni, delle gare al massimo ribasso, meccanismi che hanno caratterizzato una parte sempre più rilevante della nostra realtà economica e produttiva, e che troppo spesso vengono utilizzati da committenti pubblici e privati con disinvoltura e senza porsi il problema della qualità delle imprese assegnatarie o in subappalto». La segretaria confederale di Cgil Veneto è netta: «Sovente, le nostre richieste di rispettare le regole della contrattazione collettiva e di far valere le clausole sociali sono state considerate più come fattori di freno allo sviluppo, che non invece come garanzie di legalità, di equità sociale e di qualità dello sviluppo». Come si risponde all'attacco? «C'è un'ottima sinergia tra Dia e Dda (Direzione distrettuale antimafia, ndr ) di Venezia. Siamo sul pezzo - assicura il colonnello Storoni - ma occorre cambiare visuale. Il contrasto alla criminalità organizzata non può venire solo da forze di polizia e magistratura. Occorre il contributo del territorio: Comuni, enti locali tutti e associazioni di categoria. Serve un contrasto "sociale", perché la mafia è dinamica e sa intercettare i bisogni che nascono nel territorio». Trattare con il crimine organizzato è già morire.

Foto: toroni (Dia) Serve una risposta sociale, agli inquirenti si devono affiancare imprese, categorie e singoli individui