scarica l'app
MENU
Chiudi
09/04/2020

Ripartire con il modello Genova

ItaliaOggi - CARLO VALENTINI

Proposte bipartisan per ripetere l'esperienza del sindaco-commissario per il ponte Morandi
Marco Bucci ha rispettato la legge ma cancellato la burocrazia
In che modo innescare la ripresa senza perdersi nei meandri della burocrazia? La risposta bipartisan è ricorrere al «modello Genova». Certo, è facile convergere su un brand che con l'annuncio della prossima inaugurazione del ponte è quanto mai vincente. Forse qualche divergenza scaturirebbe dal confronto sui contenuti. Ma il tema di come ridare slancio a una società in ginocchio è complesso e urgente e quindi il «modello Genova» può davvero aiutare a uscire dalla palude. Anche perché il cuore del modello è la sconfitta della burocrazia e degli asfissianti controlli preventivi. Tutti concordano che il primo passo per risorgere è spazzare via lacci e lacciuoli (ma fare poi pagare duramente chi ruba). Il sindaco di Genova, Marco Bucci, civico di centrodestra, vicino al governatore della Liguria, Giovanni Toti, ma senza tessere in tasca, è orgoglioso di essere diventato un punto di riferimento nazionale: «Siamo un esempio da seguire perché la coesione e il rimboccarsi le maniche che abbiamo dimostrato è uno sprone per tutti. Abbiamo da recuperare 20 anni di non investimenti e di declino». Bucci indica tre «poteri» che hanno funzionato a Genova e potrebbero essere trasferiti al quartier generale di un commissario per la ricostruzione. Primo potere: mettere in parallelo vari procedimenti, cioè nello stesso momento marciare su più binari, fare il progetto, ottenere le autorizzazioni e scegliere l'impresa; secondo potere: realizzare un appalto integrato, che cioè comprenda insieme progettazione e costruzione; terzo potere: selezionare un vincitore della gara sulla base di criteri oggettivi e con adeguata motivazione ma senza indicare un secondo classifi cato (in modo da evitare gli interminabili ricorsi al Tar). Non solo. Spiega Bucci: «Nella struttura commissariale si entra solo a chiamata, e chi entra ha un bonus previsto dal decreto, questo ovviamente solo per chi è in grado di ottenere risultati e li ha ottenuti. Va sottolineato un aspetto fondamentale. Nei sistemi organizzati non si premia l'impegno ma i risultati. Tanto impegno senza risultati non serve. Questa è una grande differenza di visione che fa parte della rivoluzione di aver applicato certe tecniche tipiche del sistema privato, non legate al consenso che si ottiene attraverso i voti, ma al raggiungimento del risultato». In tanti invocano il «modello Genova». Ovviamente, per primo, il presidente della Liguria, Giovanni Toti: «Questo modello vuol dire collaborazione istituzionale, cioè lealtà tra istituzioni, obiettivi comuni, capacità di scegliere e assumersi responsabilità, poteri per fare le cose. Il «modello Genova» è anche dare agli 8 mila sindaci di questo Paese e ai presidenti di Regioni quei poteri che servono per prendere decisioni». Esempio bipartisan è la convergenza tra Toti e Gianfranco Cancelleri, viceministro 5stelle alle Infrastrutture: «Presenteremo una legge speciale. Se le infrastrutture o i progetti hanno un impatto sul Comune, sarà il sindaco a guidare la gestione commissariale, se l'impatto è di tipo regionale allora se ne occuperà il governatore. Non si sta derogando ma si sta applicando la direttiva comunitaria in materia di appalti pubblici, siamo coperti da un ombrello normativo chiaro. Anche a Genova non ci sono state deroghe al Codice antimafia o al Codice anticorruzione. Con questa legge speciale, per fare un esempio, se Rete Ferroviaria Italiana ha delle opere in cantiere da realizzare, sarà essa stessa a diventare commissario dei cantieri». A favore è pure Giovanni Tamburi, oggi banchiere d'affari, che partecipò al team di Giuliano Amato che fece le privatizzazioni negli anni 90: «La formula è giusta: un commissario preposto alla realizzazione di un'opera sta dando ottimi risultati per quel che riguarda il ponte di Genova e potrebbe darli per la ricostruzione. Così si recupera la fi ducia dei partners europei e, cosa più importante, si dà una scossa anche alla fi ducia degli italiani. Tra le prime cose da fare vi è quella di rimettere mano ad un nuovo piano casa, sulla falsariga di quello di Silvio Berlusconi, che diede un forte impulso all'edilizia privata». Concorda il deputato ligure della Lega, Edoardo Rixi: «Col decreto Genova sono stati dati poteri a un commissario contro la burocrazia e ha funzionato. È la strada da percorrere anche per il post-emergenza. Ma troppo spesso si cita il decreto Genova come esempio e poi si fanno cose diverse. Quando vedo che, coi provvedimenti del governo, le aziende per prendere i soldi devono fare calcoli astrusi e compilare moduli, è evidente che chi scrive quelle leggi non è all'altezza. Oggi bisognerebbe usare strumenti semplicissimi per non creare altri problemi alle aziende. La lezione di Genova mi pare non sia stata capita ma non è mai troppo tardi». Anche l'economista Francesco Forte allarga il discorso ai provvedimenti che il governo ha assunto in questi giorni: «Manca nell'attuale visione del governo, ma mi sembra anche nell'opposizione, la necessità di investimenti. Non si può pensare a un intervento solo assistenziale, altrimenti dopo aver fatto ulteriori debiti come li ripagheremo? Ci vuole un «modello Genova» per un piano di infrastrutture che creino lavoro, reddito, garanzia di sviluppo futuro e, pensando al fronte sanitario, un aiuto a combattere malattie come il coronavirus. Le infrastrutture hanno anche il vantaggio di poter essere fi nanziate con i fondi europei». Approva Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri: «Se volessimo partire veramente, dalla sera alla mattina, bisognerebbe applicare il «modello Genova» per tutti i cantieri. Tra l'altro è un modello che non è in contrasto con le norme europee e se l'emergenza c'era per Genova, oggi c'è per tanti Paesi». Tutti guardano al capoluogo ligure e al suo sindacocommissario. Ma Igor Magni e Federico Vesigna, segretari Cgil di Genova e Liguria, avvertono: «Le infrastrutture sono il motore dello sviluppo e i tempi lunghi dei nostri cantieri non sono degni di un Paese civile. Per questo si è tutti d'accordo nello snellire le procedure, ma questo non può diventare un alibi per derogare al sistema di regole peraltro già pesantemente manomesso dal nuovo codice degli appalti. Se qualcuno pensa che per fare prima occorra lasciare mani libere a un supercommissario, generalizzando la pratica del massimo ribasso e liberalizzando il subappalto, la Cgil non è d'accordo». Twitter: @cavalent © Riproduzione riservata Il sindaco di Genova ha puntato su tre poteri: mettere in parallelo vari procedimenti, cioè nello stesso momento marciare su più binari, fare il progetto, ottenere le autorizzazioni e scegliere l'impresa. Secondo potere: realizzare un appalto integrato, che comprenda progettazione e costruzione. Terzo potere: selezionare un vincitore della gara sulla base di criteri oggettivi e con adeguata motivazione ma senza indicare un secondo classifi cato (in modo da evitare gli interminabili ricorsi al Tar)