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06/04/2021

Riformare l’amministrazione pubblica tra mali atavici, sfide ed opportunità

Corriere Adriatico

Uno dei primi obiettivi programmatici del governo Draghi riguarda la riforma della pubblica amministrazione. Tema tecnico, complesso, poco appassionante che però risulta fondamentale per il futuro del paese. Ciò soprattutto perché l'Italia dovrà attuare le decisioni e spendere i denari del Recovery Fund. Draghi, che ha un lungo percorso nelle amministrazioni pubbliche prima al Tesoro e poi in Bankitalia, ha più volte posto l'accento sulla portata della sfida amministrativa. E si è affidato ad un ministro esperto come Renato Brunetta per disegnare una nuova riforma. Dall'amministrazione pubblica dipendono, infatti, l'efficienza e la semplicità delle procedure che affrontiamo da cittadini, la rapidità dei pagamenti per le aziende creditrici delle amministrazioni, le regole degli appalti pubblici e la capacità di costruire infrastrutture nuove e mantenere quelle esistenti, l'erogazione in tempi certi fondi e finanziamenti. Se la macchina non funziona, il paese si ferma e la fiducia dei cittadini nello Stato crolla. Tuttavia, prima della prescrizione della cura è necessario chiedersi cosa non funziona da lungo tempo nell'amministrazione pubblica italiana. Per sommi capi si possono elencare: la frammentazione delle amministrazioni; la sovrapposizione nel tempo e la lunga durata di più modelli amministrativi quasi mai tra loro coerenti; la difettosa organizzazione dei rapporti tra amministrazioni centrali e periferiche, in particolare l'anomalia di un sistema regionale rimasto a metà del guado, né federalista né collaborativo con lo Stato centrale; la cultura ancora eminentemente giuridico-formalista delle burocrazie statali e di quelle regionali e locali (pochi manager, molti legulei); la composizione del personale: anagraficamente anziano, in prevalenza meridionale, formato per applicare regole e non per risolvere problemi; l'eccesso di controlli, spesso preventivi e quasi sempre solo formali; l'assenza di una élite amministrativa autonoma dalla politica e riconosciuta come eccellenza del paese. A questi si aggiungono i vizi della politica, come lo sviluppo di politiche clientelari, una legislazione e regolazione mal scritta e sovrabbondante, un'instabilità dei governi che crea incertezza nelle regole. Seguendo i suggerimenti della Commissione Europea il Governo si è proposto di ringiovanire l'amministrazione con nuove assunzioni, ricercando profili tecnici e adatti alla funzione a cui saranno preposti, di semplificare le regole, di investire maggiormente in formazione continua e di fare un grande salto in avanti nella digitalizzazione. Le intenzioni sono sicuramente buone, ma chiunque ha dimestichezza con la burocrazia sa che il difficile è nel tradurre obiettivi e buone intenzioni in pratica attuazione. Si possono avanzare, allora, tre modeste proposte. La prima è di affidare la guida e il quotidiano monitoraggio delle riforme a un gruppo di testa coeso e variegato nelle competenze, formando quella che gli inglesi chiamano delivery unit (unità di realizzazione) e selezionando con procedure rapide i migliori dirigenti. E affidare a questo gruppo di testa, opportunamente integrato con dirigenti delle Regioni e con esperti esterni, la guida quotidiana del funzionamento del sistema amministrativo almeno fino alla fine della legislatura. La seconda è creare quello che Sabino Cassese ha più volte chiamato una fast stream per la dirigenza, cioè una corsia preferenziale dove posizionare i migliori giovani prodotti dalle università, anche in questa caso selezionando non solo giuristi ma anche economisti, manager, ingegneri, e consentendo loro un percorso accelerato, che ne faciliti l'accesso alla dirigenza. La terza è l'abrogazione del Codice degli Appalti, regolamentazione mal scritta ed infarcita all'eccesso da norme penali, e la sua sostituzione con l'applicazione delle direttive europee in materia, come avvenuto in molti altri paesi del continente. Il sistema verrebbe semplificato e alle imprese sarebbero offerte maggiori certezze. In questo modo il governo si garantirebbe un costante monitoraggio del processo di attuazione delle riforme, la disponibilità immediata di competenze fresche e di alto livello e riconquisterebbe un minimo di fiducia nei confronti delle imprese che lavorano con il pubblico.
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