scarica l'app Telemat
MENU
Chiudi
02/03/2021

Riciclaggio, appalti, lavoro agricolo Così le mafie s’infiltrano in Maremma

Il Tirreno - Alfredo Faetti

Normale di Pisa e Dia: i rapporti del 2020 confermano il silenzioso, ma solido, ingresso della malavita nel territorio SOS CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Riciclaggio, appalti, lavoro agricolo Così le mafie s'infiltrano in Maremma Normale di Pisa e Dia: i rapporti del 2020 confermano il silenzioso, ma solido, ingresso della malavita nel territorio SOS CRIMINALITÀ ORGANIZZATA
Alfredo Faetti GROSSETO. La mafia in Maremma c'è, anche se non si vede. C'è quella italiana, impegnata nel riciclaggio, nel giro degli appalti e nel gioco d'azzardo. Ma c'è pure quella straniera, capace di sfruttare migliaia di lavoratori nel settore agricolo. Lo attesta il quarto rapporto sulle infiltrazioni della criminalità organizzata in Toscana redatto dalla Scuola Normale di Pisa, che spiega come nel Grossetano la malavita stia attenta a non farsi notare, senza per questo tralasciare affari a cinque o sei zeri. Ma di infiltrazioni nel territorio parla anche l'ultimo rapporto semestrale del 2020 della Direzione investigativa antimafia (Dia) nazionale consegnato al Parlamento.Territorio appetibile Lo studio della Normale è stilato sulla base di indagini, procedimenti giudiziari e ricerche del 2019. Uno dei primi paragrafi parla del radicamento territoriale e dell'espansione criminale nell'economia legale. Qua c'è un passaggio che ben spiega il fenomeno delle infiltrazioni: «Si percepisce come la camorra stia mirando a mantenere un profilo basso, evitando azioni criminose eclatanti, tali da attirare l'attenzione degli inquirenti». Concetto ribadito dalla Dia: «Tali radicamenti non costituiscano il presupposto di un controllo o condizionamento del territorio, essendo comunque predilette forme di silente infiltrazione, inquadrabili principalmente nel riciclaggio di denaro». L'esempio in Maremma è Follonica, dove si era stabilito Giuseppe Di Girolamo, detto Peppe "O' Biondo", 60 anni, con alle spalle una condanna per appartenenza alla nuova camorra organizzata e di nuovo nel 2000 per omicidio. Nel golfo, secondo le indagini, riciclava soldi gestendo l'hotel Bologna attraverso la società Sogeas, intestata alla moglie. Il 25 settembre 2019 il tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha sequestrato i beni di Di Girolamo, che in quel momento si trovava proprio a Follonica. Restando sul golfo, c'è un passaggio nel semestrale della Dia che vale la pena citare: «Per meglio inquadrare il fenomeno delle infiltrazioni, meritano un cenno i fatti eclatanti di criminalità nel Grossetano, come l'omicidio consumato il 13 aprile 2018» dal figlio di persona ritenuta vicina al clan dei Casalesi, residente a Follonica. Inoltre, secondo un'indagine della Procura di Roma, il clan dei Casamonica avrebbe svolto attività di riciclaggio anche in provincia, attraverso una società, al momento degli arresti inattiva, che avrebbe dovuto operare nella ristorazione. Gli appaltiMa oltre ad alberghi e ristoranti, i soldi provenienti dalle mafie in Maremma puntano agli appalti. Lo attestano inchieste come quella denominata "Martingala", in cui è coinvolta un'impresa che si era aggiudicata un appalto tre anni prima, nel 2015, per importanti lavori - finanziati dalla Regione - di risanamento e consolidamento di un versante collinare a grave rischio idrogeologico in Maremma. Secondo le indagini, l'impresa (poi sotto sequestro), non presentando sufficienti elementi di rischio rispetto a un condizionamento mafioso, era pienamente riuscita a superare il filtro antimafia al momento del bando. Solo dopo un finto contratto di joint venture con un'impresa slovena (a sua volta sotto controllo criminale) sono stati sollevati dei dubbi che hanno dato il via all'indagine. Gli appoggi locali Ma come possono muoversi queste imprese sul territorio? Grazie a professionisti del luogo. Vedi l'operazione "Ghost Tender", secondo cui, sotto la regia di un dirigente dell'Asl di Napoli, venivano pilotati diversi appalti. In questo giro d'affari anche investimenti immobiliari che prevedevano acquisto, ristrutturazione e costruzione di nuovi edifici, concentrati nelle province di Lucca e Grosseto. A fare in modo che tutta questa attività risultasse regolare era un commercialista di Follonica, di 38 anni. Lo stesso che gestiva la parte fiscale delle aziende della famiglia Papa, quella protagonista nella sparatoria del 2018. Ma oltre le imprese fittizie, la criminalità organizzata ha tentato di infiltrarsi anche attraverso consorzi e raggruppamenti non stabili di imprese (Ati). La Normale cita un contratto di appalto per la gestione dei parcheggi pubblici e delle aree di soste di un comune in provincia di Grosseto (il rapporto non specifica quale). Nell'Ati che si era fatta avanti, due imprese consociate sarebbero state riconducibili direttamente a esponenti del clan Falanga di Ercolano e per questo raggiunte nel 2019 da interdittiva antimafia del Prefetto di Napoli. Lavoratori sfruttatiSe nelle città e negli uffici sono le mafie nostrane a cercare di farsi spazio, nelle campagne c'è quella di oltreconfine, che trova sponda in imprenditori compiacenti. Il rapporto della Normale specifica che nel 2019, esattamente come quella di Lucca, la provincia di Grosseto non ha aperti procedimenti di caporalato. Però descrive molto bene il contesto in Maremma. «Evidenze convergono nel portare alla luce nel Grossetano una filiera di intermediazione e di sfruttamento gestita da piccole organizzazioni straniere, con una divisione delle sfere d'influenza territoriali - si legge nel documento - Il controllo della manodopera nel comparto vitivinicolo sarebbe appannaggio di caporali albanesi, e in subordine rumeni e moldavi, mentre nell'olivicoltura le ditte di intermediazione sarebbero gestite da soggetti di nazionalità pachistana e turca». E ancora: «Fra le specificità del fenomeno su base territoriale, a Grosseto si osserva in primis la presenza di forme di assoggettamento favorite da vincoli familiari o etnici presso la comunità albanese e quella pakistana. Altro elemento caratteristico raccolto riguarda i timori e le difficoltà dei lavoratori a far emergere o a denunciare condizioni di lavoro sfruttato». Lo sfruttamento nei campi però non passa soltanto attraverso turni di lavoro massacranti a fronte di paghe irrisorie. «Un'altra forma di abuso verso i migranti e di accumulo irregolare di capitali - prosegue il rapporto - riguarda in agricoltura la costituzione di rapporti di lavoro fittizi, finalizzati, dietro il pagamento di denaro, all'ottenimento dell'iscrizione negli elenchi agricoli necessaria ai fini della disoccupazione, a soggetti che non hanno mai lavorato come braccianti». Sfruttamento che va a colpire, dice la Normale, migranti senza titolo di soggiorno valido, spesso destinati a una vita degradante. «Ad esempio - spiega il rapporto - per le soluzioni abitative o per la sottoposizione a minacce e violenze». -- © RIPRODUZIONE RISERVATA