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05/06/2020

regioni protagoniste e riforme inderogabili

Il Piccolo di Trieste - giovanni bellarosa

Le Regioni hanno oggi una visibilità maggiore: al di fuori dei pregiudizi politici, sono infatti molti coloro che riconoscono a esse il merito di aver saputo fronteggiare le incognite della pandemia. I presidenti godono di fiducia e maggior popolarità, per alcuni addirittura la più alta tra tutte le autorità del Paese. Il contrappasso sta nel conflitto tra le Regioni meridionali e insulari e i lombardi, considerati ospiti non graditi. Per colmo del paradosso le posizioni si sono invertite: oggi è il Sud, criticato per la cattiva gestione delle risorse, a vestire i panni del censore del settentrione. Stereotipi, ma da non sottovalutare: sotto si nasconde un'entità sociale rilevante.Dopo oltre 150 anni dall'Unità, la Penisola è ancora divisa tra realtà incapaci di integrarsi pienamente. L'assetto costituzionale, unitario ma articolato sulle autonomie, ne soffre e rischia di evaporare a vantaggio di una visione monocentrica che peraltro ha sempre prevalso negli ambienti delle élite politiche e dell'informazione. A esse però è sfuggito che, in quel lungo arco di tempo, i governi nazionali, di ogni colore, non hanno saputo e, forse, voluto creare quell'integrazione necessaria per far progredire il Paese. L'assetto verticistico dei partiti e delle loro segreterie nazionali si è così riflesso sull'ordinamento e tutte le istituzioni si sono concentrate nella sola Capitale, creando le condizioni per una supremazia che perpetua la divisione tra Nord e Sud.Una parte di responsabilità va imputata alle Regioni stesse, che non hanno saputo generare dal basso le condizioni per scalfire quell'arroccamento anche se, a scusante, va detto che nel 1970, esse furono volutamente create come enti deboli. I tentativi per valorizzare il regionalismo sono poi naufragati, prima ancora che per responsabilità dei politici, per la reazione delle burocrazie ministeriali, timorose di perdere poteri e privilegi.Nella medesima logica si muovono ora i Decreti della pandemia, sino all'ultimo, il numero 34. Per avviare la ripresa si imponeva un'azione fondata su strategie chiare e di largo respiro, riservando al governo la regia generale dei processi anticrisi. Si è preferito invece la strada opposta: gestire direttamente i vari interventi, di ripartire anche risorse minute (da qui il termine di contributi a pioggia) come le elargizioni alle persone per acquistare monopattini e bici. Il modello non è nuovo: la gestione diretta di risorse accresce la popolarità del presidente e dei suoi ministri in vista del consenso elettorale, salvo poi produrre ritardi, inefficienze, delusioni degli esclusi e via dicendo. Il risultato, come è sempre avvenuto, è la dispersione improduttiva degli interventi. Vero è che le Regioni e i Comuni, cui spetterebbero i compiti di gestione con la regia di Parlamento e governo, non sempre hanno dato prova di buona amministrazione e talvolta hanno creato debiti vertiginosi come quelli per la sanità nelle Regioni del Centro e del Sud, ben prima e a prescindere dalla pandemia. Si sarebbero dovute però sanzionare le gestioni poco responsabili, fino ad arrivare allo scioglimento degli organi regionali, come prevede l'articolo 126 della Costituzione, ma lo Stato si è ben guardato dall'adottarli perché impopolari.È quindi difficile dire se e come il modello vada rivisto. Certo è che, esempi di misoginia e insipienza come quelli di Sardegna e Sicilia che pur vivono del turismo dalle regioni più ricche, appaiono controproducenti; essi fanno il paio con gli atteggiamenti egotistici e inutilmente autocelebrativi assunti dal governo; entrambi sono prova di immaturità istituzionale. Questo non è il tempo per pensare a modificare la Costituzione. Sarebbe invece urgente cominciare dal livello inferiore, quello della legislazione ordinaria, con una seria riforma della burocrazia, sia a livello nazionale che regionale, definendo procedimenti amministrativi semplici ed efficaci, abrogando le troppe norme e autorizzazioni, accorpando uffici ed eliminando i poteri di veto, se vanamente paralizzanti.Urgente inoltre è la rivoluzione del nostro Codice degli appalti per seguire i più semplici ed efficienti modelli europei ed, ancora, rivedere il sistema dei controlli e dell'ingiusto peso che grava sui pubblici dipendenti per l'incertezza nella interpretazione e applicazione della responsabilità contabile e dell'abuso d'ufficio, sanzioni per essi soli previste. La riforma maestra sarebbe però il risanamento dei bilanci pubblici, tutti, cioè il riequilibrio della finanza pubblica attuato attraverso la riqualificazione della spesa che invece scorre in mille rivoli. Nessun governo sin qui vi è riuscito. Può essere che l'Europa ce lo chieda e lo pretenda in cambio delle risorse di cui il Paese ha bisogno: sarebbe un bene assoluto purché col necessario equilibrio e il rispetto dovuto anche alla nostra Nazione. -© RIPRODUZIONE RISERVATA