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28/07/2020

RECOVERY FUND ORA VIENE IL BELLO

La Repubblica - Affari Finanza - sergio rizzo

Il commento
Ce l'hanno presentata come una esaltante vittoria del governo contro i pregiudizi antitaliani dei Paesi frugali. Ma guardando oltre la propaganda, tanto consueta quanto fuori luogo, se non era affatto scontato che i più riottosi alla fine digerissero l'idea di un embrione di debito collettivo europeo, il bello per noi viene adesso. Anche se sarebbe meglio dire: il brutto. I segue dalla prima S orvoliamo sulla questione che sta ancora dilaniando la maggioranza, e cioè l'eterno dilemma fra prestiti e contributi a fondo perduto. Anche se le prospettive da cui M5S e Partito democratico osservano lo spettacolo andato in scena sul Recovery fund sono molto diverse, i soldi sono saltati fuori. Disponibili solo fra qualche mese, d'accordo, ma volendo ci sarebbero. Già, ma per fare che cosa? E questo è il punto. Andare a battere cassa senza sapere a che servono i denari che si pretendono non è certamente il modo migliore per risultare credibili di fronte a chi (e non sono soltanto gli olandesi) ha sempre nutrito fondati sospetti sulla nostra serietà. Sospetti che non potevano oggettivamente venire meno in questa circostanza. Per mettere in crisi i nostri detrattori sarebbe stato assai saggio presentarsi alla trattativa sul Recovery fund con qualcosa più di alcune fumose sensazioni su come impiegare le risorse. La cosa, però, andava purtroppo ben oltre le possibilità di un governo le cui anime sono su molti argomenti addirittura confliggenti. E in questa occasione si è visto in maniera lampante. Prima si dà pomposamente a un team di esperti guidato da Vittorio Colao, manager molto apprezzato nei consessi internazionali, l'incarico di stilare un programma per la ripresa economica con l'orizzonte dei prossimi due anni. Poi quel piano, da che doveva essere il responso dell'Oracolo, finisce celermente in un cassetto accompagnato dal disinteresse dello stesso governo che l'aveva sollecitato. E mentre il Parlamento affronta un decreto infarcito di ben 148 decreti attuativi in un diluvio di norme, commi e lettere, ecco che si cambia strada. Non più un piano fatto da esperti indipendenti, ma gli Stati generali dell'Economia, nientemeno. Voluti dal presidente del consiglio Giuseppe Conte senza che gli alleati Pd riescano a nascondere il disappunto. E già questo sarebbe bastato per archiviare l'idea balzana, ma tant'è. Dieci giorni a discutere dei massimi sistemi a Villa Pamphili, con l'unico risultato di una serie di stucchevoli quanto insipide interviste televisive sulle reti nazionali. Nel frattempo, i medesimi cervelloni di cui il governo Conte già si era servito per sfornare i decreti "Cura Italia", "Liquidità" e "Rilancio" che avevano imprigionato un Paese allo stremo nelle ottusità burocratiche, vengono mobilitati per risolvere gli stessi problemi da loro provocati. Ne viene fuori un quarto decreto battezzato "Semplificazione", del quale non si conosce ancora il testo perché approvato con la formula "salvo intese". Ma il fondamento è che per un anno le gare d'appalto sono annullate, e si procederà per affidamento diretto o trattativa privata; per i lavori più costosi e impegnativi, quelli sopra la soglia europea, si profila invece la figura del commissario. Non si potrebbe immaginare niente di più distante dai principi fondanti del mercato unico europeo. Roba da far venire l'orticaria dalle parti di Bruxelles anche a chi si mostra più comprensivo per la situazione italiana. E così ci presentiamo a battere cassa, inalberandoci perché siamo circondati dalla diffidenza. Di più. Appena portato a casa un risultato insperato, almeno a giudicare dal punto di partenza, si comincia subito a discutere su chi dovrebbe impugnare la bacchetta del direttore d'orchestra, per amministrare soldi che nessuno sa come spendere. E non tutti sono d'accordo sul fatto di spenderli. Già vediamo profilarsi altre cabine di regìa, con nugoli di capi di gabinetto, esperti ministeriali, direttori generali e consiglieri di Stato, tutti impegnati allo spasimo con un occhio attento alle scadenze politiche prossime venture. Le Regionali di settembre, le Amministrative del 2021 quando si voterà per il Comune di Roma, ma anche la nomina del prossimo presidente della Repubblica e, chissà quando, forse anche le elezioni Politiche. Nell'illusione che chi riuscirà a indirizzare quei soldi ne potrà avere un vantaggio in termini di consenso. C'è perfino chi crede sia possibile impiegare le risorse del Recovery fund per tagliare le tasse. Non sappiamo quanti dei nostri decisori o dei rappresentanti eletti in Parlamento abbiano messo a fuoco la questione. La sensazione tuttavia è che sfugga ancora una volta l'importanza di questo passaggio della politica europea, per quanto sia disorientata, divisa e con una classe dirigente non propriamente all'altezza del momento. Passaggio cruciale, soprattutto per l'Italia: che si trova a dover affrontare una specie di ultimo appello. Dimostrare in un frangente tanto delicato che siamo un Paese serio, che onora gli impegni ma soprattutto che rispetta le regole. Da questo punto di vista è perfino ovvio che quel decreto "Semplificazione" non sta in piedi. Cominciamo a cambiare quello, cancellando la folle idea di seppellire la concorrenza abolendo le gare d'appalto. Sarebbe già un segnale. Forse debole, ma almeno un segnale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA