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08/09/2021

QUEL GATTOPARDO SEMPRE IN AGGUATO

Economy - SERGIO LUCIANO

EDITORIALE
«Se vogliamo c h e tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»: è disperante ed anche abusata la frase con cui Tancredi sintetizzava al Principe di Salina la sua visione sull'annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d'Italia. Ma qualcosa di sinistramente attuale questa frase, mille volte rievocata per spiegare le finte discontinuità italiane, lo con serva anche oggi, quando il "draghismo" sta facendo sognare tanti e sta addirittura accreditando un recupero di leadership internazionale dell'Italia in cui molti, dopo vent'anni di macchiettismo berlusconian-grillino, non speravano più. Allora è bene ripeterci un po' di cose. L'Italia non è nuova ad una sorprendente prestazionalità di breve termine. Ma cade sul medio-lungo termine. È una scattista, alla Mennea, alla Jacobs. Non una maratoneta. L'economia è ripartita senza aspettare il Pnrr perché centinaia di migliaia di imprese stanno facendo i doppi turni. Ma né sul fronte del credito né su quello dell'energia né su quello delle risorse umane si profila alcun riscatto dai vizi e dalle carenze di sempre. Nonostante i (pochi) no-vax abbiamo stupito l'Europa per capacità organizzativa bruciando i tempi e conseguendo una confortante percentuale di vaccinati. Ma nulla di serio è stato fatto da quasi tutte le Regioni per incrementare la copertura delle terapie intensive. L'elenco delle contraddizioni potrebbe continuare: è così da sempre, genialità e rapidità sull'immediato, inerzia sul lungo termine e sull'innovazione profonda. La linea di Draghi su questa dicotomia italiana è ben nota: dice che le riforme richiesteci dall'Europa - burocrazia, concorrenza, giustizia civile, fisco - incideranno nel profondo. E il premier sa di cosa parla: ne ricordiamo tutti quel vibrante discorso in cui, ad esempio, stigmatizzava la "fuga dalla firma" dei pubblici fun zionari. E molti altri spunti si potrebbero citare. Ebbene, sia chiaro (e a Draghi senz'altro lo è, chiaro, anche se non ritiene sia il momento di parlarne): non basta varare delle riforme per ottenerne gli effetti. Come ricorda il presidente dell'Anac Giuseppe Busia nell'intervista su questo numero, il codice degli appalti, tanto vituperato, attende dal 2016 i decreti attuativi. La burocrazia non respinge: insabbia. Ed è sospetto che la riforma del ministro Brunetta - lo stesso che si attirò minacce e insulti per aver tentato, qualche anno fa, la sacrosanta introduzione dei tornelli e dei segnatempo negli uffici pubblici - non sia stata accolta da un'equivalente levata di scudi. Si sono convertiti i burocrati, o l'hanno letta e considerata inoffensiva? Stendiamo un velo pietoso poi sulla riforma della giustizia. Su quella civile, basta leggere l'analisi di Giuseppe Rochira, in queste pagine, per capire cosa servirebbe davvero; e quanto alla giustizia penale, non inganni il coro di critiche intonato dalle toghe. Alle loro prerogative veramente eccessive - sul fronte dell'ineffi cienza impunita, dell'eccessiva discrezionalità e dell'abnorme potere monocratico, lesivo di qualsiasi garantismo - è stato fatto poco pù che il solletico. Dunque non si devono apprezzare gli sforzi del governo Draghi? Certo che sì, perché ha eccelso nell'arte del possibile. Ma dobbiamo dirci che questo possibile è poco, e che difficilmente aumenterà nei prossimi mesi, politicamente incerti quanto mai. Occorre incidere di più sui vizi storici del sistema, occorre violare i privilegi delle caste, ridimensionare su più fronti le discrezionalità del localismo (basti pensare alle autorizzazioni territoriali per le energie rinnovabili) e insomma: occorre che il governo si faccia qualche nemico, che adesso sembra non avere. Vorrà? Riuscirà? Sì, ma con realismo. Cioè solo se e quando il premier riterrà che la cosa sia produttiva di risultati. Quindi in definitiva di penderà dall'Europa. Irrobustire e - se serve - "incrudelire" le riforme dipenderà soprattutto dal famoso "vincolo esterno" che scandirà con le sue regole il decorso dei finanziamenti europei. L'approvazione del Pnrr, per l'Italia, non è stato come vincere gli Europei di calcio: è stato come qualificarsi. La partita è ancora tutta da giocare. E non ci sarà più spazio per i gattopardi.