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03/07/2021

Provenzano: “Se Conte ha fallito, per l’Italia è una brutta notizia”

La Repubblica - Stefano Cappellini

L'intervista
● a pagina 8 Nello schema del nuovo Pd di Enrico Letta, Peppe Provenzano è il vicesegretario più a sinistra (Irene Tinagli, l'altra vice, è di area liberal).
Ama il dibattito culturale, è spesso al centro di polemiche, da alcuni è considerato il più insofferente alla partecipazione dei dem al governo Draghi: «Sgombriamo subito il campo da ogni equivoco - dice a Repubblica - il governo gode della fiducia di tutti noi. La narrazione di un Pd a disagio con Draghi nasce da ambienti che non vogliono una sinistra autonoma capace di far valere le sue ragioni, come è accaduto sui licenziamenti».
A molti è parso che Salvini sia stato più abile del Pd nel presentarsi come pilastro del governo Draghi.
«È un'idea smentita dai fatti, tanto che da quando è al governo la Lega continua a perdere consenso. Dopo Trump si è aperta una fase nuova nei rapporti euro-atlantici e Draghi è l'uomo giusto al posto giusto. Con lui cresce il protagonismo europeo dell'Italia. Siamo all'opposto dell'egemonia leghista, casomai al colpo di grazia ai riferimenti internazionali di Salvini e Meloni».
I sondaggi vi danno perdenti nella sfida con la destra.
«Abbiamo il dovere di evitare che da questa stagione di responsabilità nazionale si esca a destra. Siamo noi il partito del Next Generation Eu e dobbiamo garantire che non sia una parentesi, anche ridiscutendo le regole economiche dell'Unione.
Vogliamo parlare al Paese ed essere il primo partito alle elezioni».
Si voterà con il maggioritario di coalizione. La destra una coalizione ce l'ha, il Pd no. E il vostro principale alleato, il M5S, è impegnato a scindersi.
«Il fallimento del tentativo di Conte di democratizzare il M5S affrancandolo da un comico che comanda e da Casaleggio non è una buona notizia. Non lo è per l'Italia prima che per il Pd. Di democratico è rimasto solo il Pd, gli altri sono tutti partiti personali. È chiaro quanto sia urgente una legislazione sui partiti».
Il M5S era in mano a un comico e a Casaleggio anche quando lo presentavate come l'alleato del futuro.
«Non ci siamo mai nascosti le contraddizioni del M5S, io stesso con Zingaretti ero tra i più dubbiosi quando si trattò di dare vita al governo con loro. Senza il quale, però, con Salvini non avremmo partecipato alla svolta europea e avremmo affrontato la pandemia come in Brasile. Io ho sempre detto che l'alleanza con il M5S sarebbe dipesa dalla sua capacità di sciogliere il nodo dell'identità politica».
Il Pd tifa per il nuovo partito di Conte? «L'ho detto, non amo i partiti personali. Valuteremo le evoluzioni, come Pd non entriamo nelle vicende interne del M5S. Ma mettersi a mangiare i pop corn non fa bene, né alla salute né alla politica».
Ora la battaglia parlamentare in vista è sul ddl Zan. Cosa risponde a chi vi accusa di aver pensato in questi anni troppo ai diritti civili e poco al lavoro? «Rifiuto alla radice questa contrapposizione tra diritti civili e sociali. Noi ci occupiamo delle libertà delle persone e di come arrivano a fine mese. E nell'azione di governo abbiamo messo al centro il lavoro, con le assunzioni di giovani e donne nel Pnrr, con la norme sugli appalti per garantire tutele e legalità. Da ultimo con la trattativa sullo sblocco dei licenziamenti. Ho molto apprezzato la disponibilità di Draghi a cambiare il decreto dopo il confronto con le parti sociali. Ora serve spingere sulla riforma degli ammortizzatori di Orlando e rilanciare l'idea di Letta di un patto sociale su lavoro buono e sviluppo».
Ma oggi il Pd è il partito del lavoro o del lavoro dipendente? «Deve puntare a rappresentare il lavoro in tutte le sue forme, anche i giovani professionisti precarizzati, le partite Iva cui abbiamo dato risposte dopo decenni di chiacchiere. Serve una battaglia per le retribuzioni giuste, non solo garantire salari minimi ma rafforzare la contrattazione e introdurre nuovi diritti al tempo dell'algoritmo».
E l'impresa? La lasciate al centrodestra? «Certo che no. La nostra industria manifatturiera, la seconda d'Europa, deve partecipare alla transizione ecologica e digitale. Non limitarsi a importare, ma produrre tecnologia.
Così si crea lavoro buono».
Renzi dice che il leader della sinistra è Draghi.
«Una personalità come Draghi non va tirata per la giacchetta. Ma qui la notizia è un'altra, Renzi che si interessa alla sinistra».
Renzi non farà parte della coalizione? E Calenda? «Va chiesto a loro. Ma anche qui vale la richiesta di una scelta di campo. Il Pd non esclude nessuno ma pretende chiarezza e coerenza».
Non c'è stata? «Non sempre».
Stanno per partire le agorà volute da Letta per rifondare il Pd e allargarlo. Basterà a schiodarvi dal 20 per cento? «Ora è tempo di puntare tutto sul processo di cambiamento del partito.
Le primarie di Roma e Bologna sono stati grandi momenti di partecipazione, ma non bastano. Se la partecipazione si esaurisce nel voto rischia di stancare. Le persone vogliono contare sui temi. Siamo visti ancora da troppi come un luogo chiuso, respingente. Con le agorà dobbiamo riaccendere una passione politica e intercettare quella che c'è fuori da noi».
La proposta di tassare i patrimoni multimilionari per dare una dote ai diciottenni resterà nel programma elettorale del Pd? «Vogliamo rimettere al centro la giustizia sociale. Non tutto è realizzabile ora, ma certo non lo accantoniamo. È l'agenda di Biden, non un estremista».
Il Foglio le ha dato del maoista.
«Ancora non capisco perché il Partito comunista cinese non mi abbia invitato alle celebrazioni per i suoi 100 anni... Le caricature fanno ridere. C'è sempre stato in Italia un pezzo di élite liberale che ha preteso di dire alla sinistra cosa deve fare. Musil diceva: se sei uno scoiattolo e non lo sai o lo rifiuti, anche la tua coda può farti paura. Io non ho questo problema, so chi siamo. Piuttosto, la destra estrema è quotata dai sondaggi al 40 per cento.
Una destra che quando vede la Costituzione "calpestata" come a Santa Maria Capua Vetere, per usare l'espressione della ministra Cartabia, solidarizza con chi la calpesta. Forse questa élite dovrebbe scegliere meglio gli avversari».
Lei è stato molto criticato anche per aver polemizzato sulla nomina di alcuni economisti di orientamento liberista nella task force che seguirà il Pnrr.
«La mia era una critica non agli orientamenti ma agli eccessi di alcune figure, e non una censura.
Spero non si usino le parole fuori misura rivolte a me da alcuni editorialisti anche all'intera branca economica dell'Accademia che ha avanzato perplessità. Ma sarebbe sciocco fare l'analisi del tasso di keynesismo o liberismo di Palazzo Chigi. Siamo nella più grande stagione di investimento pubblico della storia repubblicana, chi predicava lo Stato minimo e l'austerità è fuori tempo massimo».

Il fallimento del tentativo di Conte di affrancare il M5S da un comico che comanda e da Casaleggio non è una buona notizia

Un nuovo soggetto dell'ex premier? Non amo i partiti personali, ma non si può restare a guardare mangiando pop corn

Abbiamo l'ultradestra al 40 % ma per certe élite liberali il problema siamo noi che difendiamo il lavoro e la giustizia sociale

Foto: lPeppe Provenzano, 38 anni, è stato ministro del Sud nel secondo governo Conte.
Dal marzo di quest'anno è vicesegretario del Pd AUGUSTO CASASOLI/GETTY IMAGES