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09/07/2020

Processo Mafia Capitale: non c’è articolo 416-bis senza intimidazione ed elemento omertoso/1

Guida al Diritto

IL TESTO DELLA SENTENZA
Corte di cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 16/22 ottobre 2019-12 giugno 2020 n. 18125 Stralcio Presidente Fidelbo; Relatore Di Stefano; Pm - difforme - Orsi, Birritteri e de Masellis; Imputati Buzzi e altri
LA MASSIMA Mafia - Associazione di tipo mafioso - Organizzazioni "non tradizionali" - Caratteristiche strutturali. (Cp, articolo 416-bis) Ai fini dell'esistenza del reato di associazione mafiosa, sia che si tratti delle cosiddette diramazioni locali (cellule di derivazione da mafie storiche) operanti in territorio diverso da quello "tradizionale", sia che si tratti delle cosiddette "nuove mafie" (nella specie, trattavasi di un'organizzazione criminale "non tradizionale" operante nella città di Roma), è necessario che il gruppo abbia fatto un effettivo e concreto esercizio della forza di intimidazione, manifestata all'esterno e produttiva di assoggettamento omertoso, non essendo sufficiente che l'associazione si fondi su precise regole interne, su rigidi e anche violenti protocolli solo interni, anche se in grado di esporre a pericolo chi se ne voglia allontanare. La forza di intimidazione peraltro può manifestarsi in qualunque modo, anche in assenza di atti di intimidazione, e deve derivare dall'associazione in sé e non dal prestigio criminale del singolo associato (nel senso che, anche se venissero individuati, perseguiti e isolati i singoli associati, anche quelli dotati di rilevante personale fama criminale, nondimeno l'associazione manterrebbe la propria fama criminale). Per converso, in presenza dei rilevati caratteri, il reato può sussistere anche in presenza di realtà criminali strutturalmente modeste che esercitino la propria forza di intimidazione in modo oggettivamente limitato ovvero soggettivamente parziale, cioè solo su alcune categorie di soggetti. (G. Am.) PER IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA Per il testo integrale (373 pagine) della decisione delle Sesta Sezione della Cassazione www.guidaaldiritto.ilsole24ore.com La sintesi secondo la Suprema corte In data odierna (Ndr, 12 giugno 2020) è stata depositata la motivazione della sentenza della Sesta Sezione penale di questa Corte nel procedimento n. 9604/2019 nei confronti di Buzzi + 31, noto come processo "mafia capitale". La complessa sentenza ha ripercorso le fasi del processo ed esaminato i numerosi motivi di ricorso, fissando alcuni principi di diritto sia in tema di associazione mafiosa, sia nella materia dei reati contro la pubblica amministrazione. La Corte ha escluso il carattere mafioso dell'associazione contestata agli imputati e ha riaffermato l'esistenza, già ritenuta nel processo di primo grado, di due distinte associazioni per delinquere semplici: l'una dedita prevalentemente a reati di estorsione, l'altra facente capo a Buzzi e Carminati, impegnata in una continua attività di corruzione nei confronti di funzionari e politici gravitanti nell'amministrazione comunale romana ovvero in enti a questa collegati. La Corte, senza affatto negare che sul territorio del comune di Roma possano esistere fenomeni criminali mafiosi, come questa Corte ha avuto modo di affermare, ha spiegato che i risultati probatori hanno portato a negare l'esistenza di una associazione per delinquere di stampo mafioso: non sono stati infatti evidenziati né l'utilizzo del metodo mafioso, né l'esistenza del conseguente assoggettamento omertoso ed è stato escluso che l'associazione possedesse una propria e autonoma "fama" criminale mafiosa. Quello che è stato accertato è un fenomeno di collusione generalizzata, diffusa e sistemica, il cui fulcro era costituito dall'associazione criminosa che gestiva gli interessi delle cooperative di Buzzi attraverso meccanismi di spartizione nella gestione degli appalti del Comune di Roma e degli enti che a questo facevano capo. 2 Ciò ha portato alla svalutazione del pubblico interesse, sacrificato a logiche di accaparramento a vantaggio di privati. Il quadro complessivo riporta un "sistema" gravemente inquinato, non dalla paura, ma dal mercimonio della pubblica funzione. Una parte dell'amministrazione comunale si è di fatto "consegnata" agli interessi del gruppo criminale che ha trovato un terreno fertile da coltivare. I fatti "raccontano" anche di imprenditori che hanno accettato una logica professata da Buzzi e dai suoi sodali, basata sugli accordi corruttivi, intercorsi tra funzionari pubblici e imprenditori, convergenti verso reciproci vantaggi economici. In questo modo si è limitata la libera concorrenza e ciò è avvenuto attraverso forme di corruzione sistematica, non precedute da alcun metodo intimidativo mafioso. Alla fine è stata confermata la responsabilità penale di quasi tutti gli imputati per una serie di gravi reati contro la pubblica amministrazione, oltre che per la partecipazione alle associazioni criminali, ribadendo sotto questi profili le precedenti decisioni di merito. L'annullamento con rinvio alla Corte di appello di Roma per qualche imputato è stato determinato dalla necessità di un nuovo giudizio sulla responsabilità per reati contro la pubblica amministrazione, nella maggioranza dei casi, invece, dalla necessità di operare una rideterminazione della pena a seguito dell'esclusione del carattere mafioso delle due associazioni criminose. Fonte: Corte di Cassazione - Ufficio relazioni con i mezzi di informazione - Motivazioni della sentenza su "Mafia Capitale" - Roma, 12 giugno 2020 Ritenuto in fatto 1. Con due distinti decreti di giudizio immediato sono stati contestati agli imputati il reato di associazione mafiosa (capo 1 del primo decreto e capo 22 del secondo decreto), nonché numerosi reati di estorsione e una serie di delitti contro la pubblica amministrazione. L'ipotesi accusatoria della Procura proponeva l'esistenza di una unica associazione mafiosa, con a capo Buzzi Salvatore e Carminati Massimo, dedita ad estorsioni finalizzate al recupero di crediti di natura usuraria e, soprattutto, a corrompere funzionari pubblici per ottenere l'aggiudicazione di appalti per le cooperative che facevano capo a Buzzi e per ottenere rapidamente il pagamento di crediti maturati per lavori eseguiti per conto delle pubbliche amministrazioni. Da qui la contestazione del reato previsto dall'articolo 416- bis c.p. ai capi 1) del I decreto e 22) del II decreto, nonché la contestazione nei confronti degli odierni ricorrenti di numerosi reati di corruzione, turbativa d'asta, estorsioni, intestazioni fittizie. Il Tribunale di Roma non ha riconosciuto l'unicità dell'associazione ipotizzata dall'accusa, ma ha affermato l'esistenza di due associazioni: una dedita ai reati di usura ed estorsione, l'altra ai reati contro la pubblica amministrazione, tra cui corruzioni e turbative d'asta. Nella sentenza di primo grado, infatti, viene escluso ogni contatto tra le due associazioni, il cui unico elemento in comune è dato dalla partecipazione, ad entrambe, di Carminati e Brugia; allo stesso tempo si esclude l'ipotesi di una progressiva composizione unitaria, rilevando che l'associazione dedita ai reati contro la pubblica amministrazione risale al 2011, mentre quella rivolta ai reati di usura ed estorsioni è successiva. Inoltre, non vi sarebbero prove di partecipazione di altri soggetti, oltre Carminati e Brugia, ad entrambe le organizzazioni malavitose. Soprattutto, il Tribunale nega il carattere mafioso dell'associazione. La "mafiosità" viene esclusa per l'associazione usura-estorsioni in quanto si tratta di una compagine ristretta (formata da Carminati, Brugia, Calvio e Lacopo), che ha operato in un contesto limitato e che è intervenuta solo in poche occasioni per recuperare alcuni crediti; si esclude ogni derivazione dalla banda della Magliana ovvero dai nuclei armati rivoluzionari (NAR) e, in ogni caso, si afferma che il gruppo non ha prodotto in concreto quella capacità di intimidazione nel contesto territoriale ristretto su cui ha operato. Il carattere mafioso viene escluso anche per l'altra associazione, composta da Carminati, Buzzi, Brugia, Caldarelli, Cerrito, Di Ninno, Garrone, Guarany, Gramazio, Panzironi, Pucci, Testa, in quanto il gruppo era finalizzato a realizzare corruzioni secondo un sistema che aveva coinvolto anche le sfere politiche e imprenditoriali, senza ricorrere sistematicamente alla forza di intimidazione: si è trattato, invece, di un ricorso sistematico alla corruzione. Sempre il Tribunale ha individuato i ruoli dei vari componenti nell'associazione di Buzzi: quest'ultimo era al vertice, con i suoi più vicini collaboratori, tra cui Di Ninno, commercialista, che teneva la contabilità, la Garrone, avvocato e sua compagna, nonché vice presidente del consiglio di amministrazione della Cooperativa 29 giugno, che condivideva le strategie delle varie società, Caldarelli, presidente della cooperativa Formula sociale, che manteneva i rapporti con i funzionari pubblici; Guarany, anch'egli vice presidente della 29 Giugno e socio della Cosma, che collaborava con Buzzi partecipando alle riunioni; la Cerrito - non ricorrente in quanto assolta - che era la cassiera dell'associazione e teneva il c.d. libro nero. Gli altri componenti dell'associazione facevano parte del nucleo esterno che assicurava i rapporti politico-amministrativi (Gramazio, Panzironi, Pucci, Testa); sono stati ritenuti componenti dell'associazione semplice anche gli imprenditori Guarnera e Gaglianone. 1.1. Il primo giudice non ha ritenuto possibile attribuire il carattere della mafiosità, difettando i requisiti della forza di intimidazione, dell'assoggettamento e dell'omertà: la c.d. riserva di violenza, intesa come fama criminale che l'associazione sfrutta senza porre in essere ulteriori atti di violenza, può riferirsi solo alle mafie derivate da quelle tradizionali, come la mafia o la n'drangheta; alle due associazioni in questione il Tribunale non ha riconosciuto la mafiosità derivata, tipica delle mafie delocalizzate; inoltre, i giudici hanno escluso che la presenza di Carminati potesse attribuire la qualità mafiosa all'associazione, ritenendo che i collegamenti di quest'ultimo con associazioni mafiose, come la Banda della Magliana, non fossero più attuali e lo stesso Carminati non è stato ritenuto avere più relazione con gruppi eversivi collegati ai NAR; infine, i rapporti e le relazioni di Carminati con appartenenti ad altri gruppi mafiosi, come quelli di Senese Michele, Diotallevi, Fasciani, Denaro si sono rivelati occasionali e comunque non collegati ai fatti del processo. Anche alcune forme di intimidazione finalizzate all'acquisizione di appalti gestiti dalle cooperative di Buzzi non sarebbero in grado di attribuire tale qualifica alle associazioni. In particolare, la sentenza di primo grado ha preso in esame alcuni episodi: a) quello in cui Lucarelli, capo della segreteria del sindaco Alemanno, per paura di Carminati scende ad incontrare Buzzi sotto il Campidoglio; b) l'episodio dell'intervento di Carminati sulla dirigente comunale Santarelli; c) le minacce di Carminati a Mancini, dirigente dell'E.U.R. S.p.A. da cui Buzzi intendeva ottenere il pagamento dei crediti. Ebbene, secondo i giudici si tratta di episodi da cui non può dedursi il carattere di mafiosità dell'associazione, anzi proprio da questi stessi episodi i giudici sembrano trarre argomenti per escludere che il gruppo di Buzzi abbia utilizzato metodi mafiosi nei rapporti con le istituzioni. Insomma, secondo il Tribunale si sarebbe trattato di un sistema di corruzione, mediante infiltrazioni stabili nelle istituzioni della Capitale, con forti complicità politiche, con il risultato di creare una rete di accordi illeciti che hanno favorito una sorta di regime di monopolio delle cooperative facenti riferimento a Buzzi. Negando l'associazione mafiosa, il Tribunale di Roma ha fatto cadere anche l'aggravante di cui all'articolo 416- bis .1 c.p. (già L. n. 203 del 1991, articolo 7) contestata a vari imputati, riconoscendo l'esistenza, come si è detto, di due associazioni semplici. Per quanto riguarda i reati di corruzione, di turbativa d'asta, nonché quelli relativi alle estorsioni è stata ritenuto la responsabilità della maggior parte degli imputati, condannati anche per questi reati. 2. Contro questa decisione, in particolare contro l'esclusione della mafiosità dell'associazione e dell'aggravante di cui all'articolo 7 cit., hanno presentato appello sia il pubblico ministero presso il Tribunale, sia il Procuratore generale presso la Corte di appello. Hanno, inoltre, appellato anche gli imputati. 2.1. La Corte di appello di Roma, decidendo sugli appelli degli imputati e dei pubblici ministeri, ha confermato la responsabilità per la maggior parte degli imputati con riferimento ai reati fine loro contestati (corruzioni, reati di turbativa d'asta, intestazioni fittizie, reati fiscali, estorsioni ecc. ecc.), ma ha ritenuto l'esistenza di un'unica associazione e, soprattutto, ha riconosciuto ad essa il carattere mafioso, di conseguenza ripristinando l'aggravante dell'articolo 7 cit. per una serie di reati. La sentenza di secondo grado ha richiamato alcune decisioni di questa Corte, soprattutto le due sentenze di questa sezione che si sono pronunciate nella fase cautelare, e sulla base del contenuto delle intercettazioni, telefoniche e ambientali, dei servizi di osservazione e dei documenti acquisiti, ha ritenuto che dal settembre 2011 al dicembre 2014 Carminati e Buzzi, con i loro associati, hanno agito con l'intimidazione del loro vincolo associativo suscitando condizioni di assoggettamento e di omertà, sia nel settore del recupero crediti, sia nel settore amministrativo per l'acquisizione di appalti attraverso corruzioni e turbative d'asta. Secondo la sentenza di appello l'associazione (l'unica associazione) sarebbe il risultato dei progetti espansionistici di Carminati e di Buzzi. Il primo che, utilizzando la forza criminale del gruppo di Corso Francia e la sua capacità di intimidazione, ambiva ad inserirsi nel settore amministrativo e imprenditoriale in cui operava Buzzi, passando dai reati di strada a quello che lo stesso definiva come il "mondo di sopra"; il secondo che, invece, voleva utilizzare la fama criminale di Carminati e i suoi rapporti di amicizia con alcuni personaggi della destra politica, con i quali in passato quest'ultimo aveva militato, per rafforzare e incrementare la sua posizione nel settore degli appalti pubblici, in una fase in cui il Comune di Roma era amministrato appunto dalla destra (sindaco Alemanno). In sostanza, secondo quanto si legge nella sentenza di secondo grado, nell'associazione Carminati conferì i contatti con gli ambienti della destra che derivavano dal suo passato (Mancini, Gramazio, Pucci e Testa) nonché la sua fama criminale e quella del suo gruppo; Buzzi conferì l'organizzazione delle sue cooperative e il suo collaudato sistema di corruzione, realizzato con i suoi principali collaboratori (Garrone, Caldarelli, Guarany, Di Ninno). Questa struttura dell'associazione avrebbe trovato terreno favorevole nei comportamenti di numerosi politici e funzionari compiacenti o corrotti. 2.2. La Corte di appello ha considerato erronea la valutazione con cui il primo giudice ha escluso il carattere mafioso dell'associazione in relazione al numero modesto delle vittime e al limitato contesto relazionale e territoriale in cui avrebbe operato, assumendo invece che il carattere mafioso dell'associazione non presuppone un generale controllo del territorio, nè una generalizzata condizione di assoggettamento e di omertà della collettività, potendo queste caratteristiche riferirsi anche a settori di territorio e a particolari categorie di vittime (ad esempio gli imprenditori). I giudici di secondo grado hanno analizzato l'incontro tra Buzzi e Carminati, tramite Mancini e Pucci, al Bar Palombini dell'EUR e hanno descritto i progetti e gli obiettivi dell'associazione, riportando quello che è stato definito come il "manifesto programmatico" di Carminati in cui questi parla del «mondo di mezzo, del mondo di sopra e del mondo dei morti». Il vantaggio che avrebbe ottenuto Carminati da questa unione, secondo la sentenza, è quello di partecipare agli utili delle cooperative, ottenendo Denaro non riconducibile a lui; il vantaggio di Buzzi sarebbe stato quello di giovarsi della forza di intimidazione di Carminati e dei favori da parte degli amici di quest'ultimo per i suoi affari legati alle cooperative. La Corte territoriale ha evidenziato come, dopo la nascita dell'associazione, il fatturato delle cooperative sia aumentato notevolmente. Il modello corruttivo ideato da Buzzi attraverso il sistema delle tangenti, anche attraverso l'erogazione dei contributi elettorali, viene mantenuto dall'associazione; Carminati interviene quando l'attività corruttrice di Buzzi non appare sufficiente, ma occorre il valore aggiunto di Carminati, con la sua forza intimidatrice che deriva, secondo la sentenza, dal gruppo di Corso Francia. I giudici hanno selezionato i casi in cui vi sarebbe stato l'uso manifesto della forza di intimidazione da parte dell'associazione, soprattutto tramite Carminati, individuando i seguenti episodi: > la pratica relativa ai pagamenti dovuti alla cooperativa per la realizzazione dei campi nomadi, in cui Carminati sarebbe intervenuto sulla Santarelli; > la gestione della gara 30/13 c.d. multilaterale in cui Carminati propone a Buzzi di intervenire; > la richiesta eccessiva di Turella in relazione ad una tangente; > la gara per l'emergenza abitativa; > la gestione dell'affare relativo alla cooperativa Deposito Locomotive; > l'apertura di un centro di accoglienza nel Comune di Castelnuovo di Porto, episodio in cui Buzzi si sarebbe avvalso di Carminati per convincere il sindaco Stefoni, minacciando il suo emissario Cimbella, a rilasciare l'autorizzazione; > la gara CUP; > le reazioni all'arresto di Mancini. Come ulteriori esempi della forza di intimidazione dell'associazione, la sentenza cita la vicenda di Monge Mario, al quale Buzzi impose di ritirarsi da una gara di appalto per la manutenzione del verde delle ville storiche a Roma: in questo caso la Corte di appello ha censurato la tesi del Tribunale secondo cui Monge si ritirò dalla gara nella consapevolezza di aver violato un accordo spartitorio avente ad oggetto quelle gare, sottolineando invece che il ritiro fu il risultato della intimidazione, cioè del timore di aver toccato un settore che doveva rimanere appannaggio di Buzzi. Sempre la sentenza ha sostenuto che l'intimidazione dell'associazione si sia rivolta soprattutto contro gli imprenditori, rendendo loro difficile la partecipazione alle gare. Stessa condotta ai danni degli amministratori pubblici (si citano le minacce a Mancini; le pressioni su Lucarelli). La Corte di appello ha individuato anche condotte in cui Carminati avrebbe offerto protezione, riportando le vicende di Alibrandi Lorenzo, di Iannilli Marco, di Guarnera Cristiano e di Gramazio Luca. Il carattere mafioso dell'associazione, secondo la sentenza, trova conferma anche in relazione al requisito dell'omertà, dal momento che nessuna vittima di estorsioni ha mai presentato denuncia e d'altra parte, nessuno dei funzionari pubblici ha mai denunciato le prassi distorte interessavano le cooperative di Buzzi. In conclusione, la sentenza riconosce Buzzi che seguivano le gare che e Carminati come il vertice dell'associazione mafiosa; della stessa associazione, con diversi ruoli, farebbero parte Garrone, Di Ninno, Brugia, Caldarelli, Calvio, Gaglianone, Gramazio, Guarany, Guarnera, Lacopo, Pucci, Testa; Panzironi è stato riconosciuto quale concorrente esterno dell'associazione. Gli stessi appartenenti al sodalizio sono stati condannati anche per una serie di reati fine, così come pure gli altri ricorrenti in questo processo: reati di corruzione, alcuni funzionari per asservimento della funzione, estorsioni, reati di intestazione fittizia, turbata libertà degli incanti, reati tributari. 3. La Corte di appello di Roma con sentenza dell'11 settembre 2018 ha, quindi, ribadito l'originaria impostazione accusatoria e ha complessivamente definito le singole posizioni confermando in massima parte la responsabilità degli imputati in relazione ai singoli reati, in molti casi riducendo le pene inflitte dal Tribunale, nonostante il riconoscimento dell'esistenza di un'associazione di stampo mafioso. Contro questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione tutti gli imputati indicati in epigrafe. 4. Buzzi Salvatore, Bugitti Emanuela, Di Ninno Paolo, Garrone Alessandra. Buzzi, condannato per il reato associativo e per una serie di delitti contro la pubblica amministrazione alla pena di 18 anni e 4 mesi di reclusione (in primo grado la pena era stata di 19 anni), era il fondatore ed il gestore del gruppo imprenditoriale delle cooperative (la principale era la "29 Giugno") e, in tale veste, il principale autore delle condotte mirate all'espansione nel settore degli appalti del Comune di Roma ed altri enti pubblici, nonché il vertice della associazione del capo 1. Bugitti, ritenuta responsabile dei reati di cui ai capi 16 e 25 del primo decreto (articoli 110, 353, 319 e 321 c.p. e L. n. 203 del 1991, articolo 7) e condannata alla pena di 3 anni e 8 mesi di reclusione (in primo grado la condanna era stata di 6 anni), coadiuvava Buzzi nella direzione operativa della Cooperativa 29 giugno. Garrone, condannata alla pena di 6 anni e 6 mesi di reclusione (in primo grado la pena era stata di 13 anni e 6 mesi) per il reato associativo nonché per alcuni episodi di turbativa d'asta e corruzioni, era vicepresidente del consiglio di amministrazione della Cooperativa 29 giugno, stretta collaboratrice di Buzzi, con il quale aveva anche una relazione sentimentale, si occupava della gestione amministrativa. Di Ninno, condannato alla pena 6 anni e 3 mesi di reclusione (in primo grado la pena era stata di 12 anni), è stato ritenuto responsabile del reato associativo e di reati contro la pubblica amministrazione: era il commercialista di fiducia di Buzzi, teneva la contabilità della Cooperativa 29 giugno, curando anche la contabilità occulta collegata all'attività di corruzione e gestendo i flussi finanziari irregolari riscontrati nel corso delle indagini. Nell'interesse di Buzzi, Bugitti, Di Ninno e Garrone è stato presentato un unico ricorso. (omissis) Considerato in diritto In ragione del numero di ricorrenti e dei reati per i quali si procede, per maggiore chiarezza verranno trattati i singoli reati, o gruppi di reati tra loro collegati in uniche vicende; da ultimo si considererà il tema maggiormente sviluppato dai ricorsi, ovvero la sussistenza del reato di associazione mafiosa. Prima dell'esame analitico dei singoli reati, si premettono le risposte ai temi processuali di carattere generale riferiti alla nullità/inutilizzabilità di prove ed alla regolarità della contestazione. (omissis) IV. I REATI ASSOCIATIVI. I. La questione dell'associazione mafiosa nella giurisprudenza. 1. Premessa Le questioni poste nelle sentenze di merito e nei motivi di ricorso rendono opportuno premettere quali siano i principi applicabili nella vicenda in esame. Il tema è quello del se ed a quali condizioni sia configurabile il reato di associazione di tipo mafioso in realtà territoriali sempre più distanti da quelle che hanno storicamente ispirato l'introduzione della fattispecie criminosa. La scelta del legislatore del 1982 di costruire il reato previsto dall'articolo 416- bis c.p., facendo riferimento ad un modello specifico (quello della c.d. mafia tradizionale, radicata in determinate zone geograficamente note) non consente, naturalmente, di ritenere che il reato sia configurabile solo nelle realtà criminali prese in considerazione dal legislatore nella descrizione del modello. Il dato letterale della norma è chiaro: da una parte, viene descritta una tipicità già nota perché derivante da contesti criminali conosciuti - la mafia siciliana -, dall'altra, è tratteggiato un modello fluido a cui è possibile attingere ogni qual volta si sia in presenza di una criminalità organizzata che, per caratteristiche strutturali e, come si dirà, per il metodo impiegato nel suo agire, sia in grado di sprigionare qualitativamente una carica offensiva del tipo di quella caratterizzante i contesti già noti. L'articolo 416- bis c.p., u.c., consente di applicare le disposizioni contenute nei commi precedenti oltre che alla camorra ed alla n'drangheta, anche «alle altre associazioni, comunque localmente denominate, che valendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso». La esportabilità del modello a realtà criminali diverse rispetto a quelle che hanno ispirato l'introduzione del reato presuppone anche la consapevolezza della evoluzione delle modalità operative delle associazioni criminali e, dunque, in tal senso si è avvertita l'esigenza di interpretare non in senso statico gli elementi di struttura della fattispecie ed, in particolare, quelli del c.d. "metodo mafioso" e dell'assoggettamento omertoso, tipizzati dall'articolo 416- bis c.p., comma 3: una situazione dialettica, inevitabilmente in movimento, fra "diritto legislativo" e "diritto giurisprudenziale", che, tuttavia, è utile evidenziarlo subito, non può giungere a piegare le esigenze di tassatività della fattispecie e la prevedibilità delle decisioni ad esigenze di semplificazioni probatorie ed a necessità di andare al "cuore" sostanziale di intricate vicende. 2. L'associazione mafiosa come reato associativo L'associazione mafiosa non è un reato associativo "puro", che si perfeziona sin dal momento della costituzione di una organizzazione illecita che si limiti a programmare di utilizzare la propria forza di intimidazione e di sfruttare le conseguenti condizioni di assoggettamento e omertà per la realizzazione degli obiettivi indicati dalla norma. La questione, come è noto, attiene alla interpretazione del dato normativo «si avvalgono della forza d'intimidazione del vincolo associativo». Si tratta di una espressione che rende esplicita la necessità che il gruppo faccia un effettivo esercizio, un uso concreto della forza di intimidazione, non essendo sufficiente un semplice dolo intenzionale di farvi ricorso; occorre che il sodalizio "dimostri" di possedere detta forza e di essersene avvalso. Non è in discussione la natura di reato di pericolo del delitto in esame, in qualche occasione utilizzata per piegare il dato letterale della norma ad opzioni interpretative diverse. Tuttavia, affermare che il reato di associazione di stampo mafioso sia un reato di pericolo, non significa che «per l'integrazione del delitto di associazione di tipo mafioso, configurato dal legislatore quale "reato di pericolo" è sufficiente che il gruppo criminale sia potenzialmente capace di esercitare intimidazione, non essendo di contro necessario che sia stata effettivamente indotta una condizione di assoggettamento e omertà» (così, in giurisprudenza, Sez. 6, n. 3027 del 20/10/2015, dep. 2016, Ferminio; nello stesso senso, Sez. 5, n. 38412 del 25/06/2003, Di Donna, Rv. 227361; Sez. 5, n. 45711 del 02/10/2003, Peluso, Rv. 227994). Il reato di associazione di tipo mafioso è un reato di pericolo perché la esistenza dell'associazione pone in pericolo l'ordine pubblico, l'ordine economico, la libera partecipazione dei cittadini alla vita politica ed altri interessi ancora ma, come è stato rilevato, ciò non consente affatto di ritenere che gli elementi costitutivi della fattispecie possano anche eventualmente manifestarsi, ovvero che, probabilmente, potrebbero manifestarsi, forse, se necessario, in futuro. In tal senso devono essere riviste le affermazioni secondo cui con l'articolo 416- bis c.p., si incriminerebbero le mere potenzialità, per quanto serie, di un futuro uso del metodo mafioso. Si è osservato che, diversamente dall'associazione per delinquere semplice, l'associazione mafiosa non è strutturata sulle "intenzioni", ma su una rete di effettive derivazioni causali. Dunque, non un'associazione per delinquere, ma un'associazione che delinque; il metodo mafioso costituisce il mezzo, lo strumento, il modo con cui l'associazione persegue gli scopi indicati dalla norma e per tale ragione è necessaria, sempre, la sua concreta manifestazione esterna. Si è sottolineato che l'associazione mafiosa esiste se il sodalizio possiede - e i sodali sfruttano - un "prestigio criminale" derivante dal vincolo associativo e «da una pregressa consuetudine di violenza, che consente di infiltrarsi, sfruttando una succubanza "diffusa" e limitandosi se del caso a "lanciare avvertimenti anche simbolici o indiretti", in ambiti politici, amministrativi, imprenditoriali: in tutti quei luoghi e contesti, insomma, dove è possibile trarre e moltiplicare profitti economici agendo in maniera "organizzata". Si tratta di un'opzione interpretativa coerente, da una parte, con lo sviluppo dei lavori parlamentari, che, partendo da una originaria proposta che prevedeva un reato meramente associativo, giunsero all'attuale norma, incentrata sull'uso dell'indicativo "si avvalgono", e, dall'altra, con i principi costituzionali di materialità e tassatività della fattispecie di cui all'articolo 25 Cost. In tal senso si pone la giurisprudenza maggioritaria, secondo cui, ai fini della consumazione del reato di cui all'articolo 416- bis c.p., occorre che l'associazione abbia conseguito in concreto, nell'ambiente in cui opera, un'effettiva capacità di intimidazione che deve necessariamente avere una sua esteriorizzazione, quale forma di condotta positiva» (tra le altre, Sez. 6, n. 50064 del 16/09/2015, Barba, Rv. 265656; Sez. 2, n. 24/04/2012, Barbaro, Rv. 254031; Sez. 6, n. 44667 del 12/05/2016, Camarda, Rv. 268676; Sez. 1, n. 55359 del 17/06/2016, Pesce, 269043; Sez. 2, n. 34147 del 30/04/2015, Agostino, Rv. 264623). La capacità intimidatrice del metodo mafioso «deve essere attuale, effettiva, deve avere necessariamente un riscontro esterno. Non può essere limitata ad una mera potenzialità astratta; deve, piuttosto, trovare conforto in elementi oggettivi che possano consentire all'interprete di affermare che l'azione riferibile ad un determinato gruppo organizzato di persone, strutturato secondo le connotazioni tipiche degli organismi di matrice mafiosa, sia anche effettivamente in grado di permeare - per l'assoggettamento e l'omertà provocate e correlate alle concrete iniziative illecite poste in essere - l'ambiente territoriale economico, sociale, politico di riferimento, deviandone le dinamiche e piegandone ai propri scopi l'ordinato assetto (...). Il c.d. metodo mafioso deve necessariamente avere una sua "esteriorizzazione" quale forma di condotta positiva richiesta dalla norma con il termine "avvalersi"; esteriorizzazione che può avere le più diverse manifestazioni purché si concreti in atti concreti, riferibili ad uno o più soggetti, suscettibili di valutazione, al fine dell'affermazione, anche in unione con altri elementi che li corroborino, dell'esistenza della prova del metodo mafioso» (così, Sez. 6, n. 50064 del 16/09/2015, Barba, cit.). Ciò che è essenziale è che la fonte della forza di intimidazione derivi dall'associazione, cioè dal gruppo, dal suo prestigio criminale, dalla sua fama, dal vincolo associativo e non dal prestigio criminale del singolo associato. La fama criminale è quella impersonale del gruppo; un'associazione per delinquere che tra i suoi partecipi o tra i suoi capi annoveri un soggetto di riconosciuta fama criminale non diventa, per ciò solo, un'associazione di tipo mafioso. La Corte di cassazione ha in più occasioni affermato che «a qualificare o ad escludere la configurabilità di un'associazione di tipo mafioso è essenziale anzitutto che questa si avvalga o meno della forza di pressione derivante dal vincolo associativo in se stesso nel senso che, anche se venissero individuati, perseguiti ed isolati gli autori delle singole manifestazioni di minaccia o di danno, resterebbe pur sempre l'incombente pericolo del permanere della società criminale costituita anche da altri affiliati rimasti liberi» (Sez. 1, n. 6330 del 11/10/1986, Musacco, Rv. 176087; nello stesso senso, tra le altre, Sez. 1, n. 9604 del 12/12/2003, dep. 2004, Marnaro, Rv. 228479 secondo cui «è l'associazione e soltanto essa, indipendentemente dal compimento di specifici atti di intimidazione da parte dei singoli associati, ad esprimere il metodo mafioso e la sua capacità di sopraffazione»; nello stesso senso, Sez. 6, n. 2812 del 12/10/2017, dep. 2018, Barallo, Rv. 273537; Sez. 5, n. 56596 del 03/09/2018, Balsebre, Rv. 274753; Sez. 1, n. 22242 del 16/05/2011, Baratto, Rv. 250704). L'associazione è mafiosa se il suo prestigio criminale del gruppo resta intatto anche nel caso in cui siano isolati e sterilizzati i personaggi dotati di fama criminale personale. La «forza d'intimidazione del vincolo associativo» determina come proiezione esterna «assoggettamento e omertà» nei contesti ove opera il sodalizio. Secondo l'ormai consolidata elaborazione giurisprudenziale, la condizione di assoggettamento e di omertà correlata in rapporto di causa a effetto alla forza di intimidazione dell'associazione di tipo mafioso deve essere, come si dirà, sufficientemente diffusa, anche se non generale, e può derivare non solo dalla paura di danni alla propria persona, ma anche dall'attuazione di minacce che comunque possono realizzare danni rilevanti, di modo che sia comune la convinzione che la collaborazione con l'autorità giudiziaria non impedirà ritorsioni dannose per la persona del denunciante, in considerazione della ramificazione dell'organizzazione, della sua efficienza, della sussistenza di altri soggetti non identificabili forniti del potere di danneggiare chi ha osato contrapporsi. (Sez. F, n. 44315 del 12/09/2013, Cicero, Rv. 258637; Sez. 6 del 13 dicembre 1995, Abo El Nga Mohamed). Il profilo relativo alla necessità che la capacità intimidatrice sia esternata, obiettivamente percepita ed attuale si distingue da quello relativo alle modalità con cui tale capacità si manifesta. Non è condivisibile la tesi secondo cui sarebbe sempre necessario il compimento di atti associativi integranti gli estremi della violenza o minaccia, almeno in forma tentata, quale riflesso empirico dell'avvalimento del metodo mafioso. Si tratta di una impostazione che, come ha evidenziato anche la dottrina, per un verso, "chiede troppo" perché mal si adatta a tutti i casi in cui il sodalizio è riconosciuto «all'esterno come talmente potente da consentire ai suoi membri di avvalersi della sua forza di intimidazione senza neanche ricorrere alla soglia minima della minaccia penalmente rilevante», e, dall'altra, chiede "troppo poco" perché rischia di ritenere configurabile un'associazione mafiosa e la necessaria capacità di intimidazione anche «nei casi in cui perfino ripetuti atti di violenza e minaccia possono ben costituire, al contrario, il sintomo di una forza di intimidazione ancora non sufficientemente collaudata, ossia di per sé non ancora in grado di piegare la volontà dei terzi». La necessità di esteriorizzazione della capacità di intimidazione non presuppone necessariamente il ricorso alla violenza o alla minaccia da parte dell'associazione e dei singoli partecipi; la violenza e la minaccia, rivestendo natura strumentale nei confronti della forza di intimidazione, costituiscono solo un modo, uno strumento - eventuale, possibile, come altri - con cui quella forza di intimidazione può manifestarsi, ben potendo quest'ultima esternarsi anche con il compimento di atti non violenti, ma pur sempre espressione della esistenza attuale, della fama criminale e della notorietà del vincolo associativo. In tal senso, si afferma in giurisprudenza, che il ricorso alla violenza o alla minaccia non costituisce una modalità con cui puntualmente debba manifestarsi all'esterno la condotta degli agenti, dal momento che la condizione di assoggettamento e gli atteggiamenti omertosi, indotti nella popolazione e negli associati stessi, costituiscono, «più che l'effetto di singoli atti di sopraffazione, la conseguenza del prestigio criminale dell'associazione che, per la sua fama negativa e per la capacità di lanciare avvertimenti, anche simbolici ed indiretti, si accredita come temibile, effettivo e autorevole centro di potere» (in tal senso, Sez. 5, n. 4893 del 16/03/2000, Frasca, Rv. 215965; Sez. 6, n. 31461 del 07/06/2004, Foriglio, Rv. 230019; Sez. 1, n. 34974 del 10/07/2007, Brusca, Rv. 237619; Sez. 6, n. 34874 del 15/07/2015, Paletta, Rv. 264647). In mancanza della prova di specifici atti di intimidazione e di violenza, la forza intimidatrice può essere desunta da circostanze obiettive idonee a dimostrare la capacità attuale dell'associazione di incutere timore ovvero dalla generale percezione che la collettività, o parte di essa - come si dirà - abbia della efficienza del gruppo criminale nell'esercizio della coercizione fisica (Sez. 1, n. 25242 del 16/05/2011 Baratto, Rv. 250704; Sez. 1, n. 9604 del 12/12/2003, dep. 2004, Marinaro, Rv. 228479; nell'enunciare questo principio la Corte ha precisato che le condizioni di assoggettamento della popolazione e gli atteggiamenti omertosi conseguono, più che a singoli atti di sopraffazione, al c.d. prestigio criminale dell'associazione che, per la sua fama negativa e per la capacità di lanciare avvertimenti, anche simbolici ed indiretti, si è accreditata come un centro di potere malavitoso temibile ed effettivo). La forza di intimidazione però deve essere manifestata e percepita. Il tema ha una dimensione fattuale e probatoria. Si tratta di profili che devono essere accertati sul piano processuale "caso per caso": la forza di intimidazione può essere manifestata, come detto, in qualunque modo, e quindi anche con una richiesta, che, per circostanze soggettive od oggettive, riveli una forma di minaccia proveniente dall'associazione, con un comportamento con cui un soggetto, noto per essere riferibile ad un gruppo mafioso, "si fa avanti", anche con il semplice silenzio o con un gesto solo apparentemente amichevole. Una fattispecie, quella prevista dall'articolo 416 bis c.p., che si pone tra diritto e prova, tra requisiti di struttura, riscontro empirico ed accertamento probatorio, tra tipicità e contesti mutevoli; una fattispecie in movimento, in divenire, che pone questioni "nuove" ed esigenze di conformazione di consolidati schemi interpretativi, che, senza cedere a semplificazioni incontrollate, siano capaci di "studiare" le nuove forme di criminalità organizzata, formate, rispettivamente, da stranieri ovvero da associazioni che si sono manifestate nel nord Italia come emanazione, spesso "silente", di sodalizi fortemente radicati nelle regioni meridionali, di "nuove mafie". 3. La c.d. "riduzione di scala" dell'operatività e dell'accertamento della fattispecie. In tale contesto, la giurisprudenza sulle c.d. mafie straniere ha svolto un ruolo importante sotto uno specifico profilo: si è chiarito infatti che l'associazione mafiosa non deve necessariamente avere un'organizzazione tentacolare, in grado di controllare un determinato territorio, inteso nella sua dimensione spaziale totalitaria, nella dimensione soggettiva sistemica. Si è compreso che l'associazione di stampo mafioso può sussistere anche se si è in presenza di realtà strutturalmente modeste (le "mafie piccole"), che esercitano la propria forza di intimidazione in modo oggettivamente limitato cioè in zone territorialmente circoscritte ed in ambiti di quote di attività - ovvero soggettivamente parziale - cioè solo su alcune categorie di soggetti. Si tratta di un tema e di una giurisprudenza che si sono prestati alla elaborazione di "sottotipi applicati" della norma incriminatrice. Così, in tema di c.d. mafia cinese, si è detto che «il reato previsto dall'articolo 416- bis c.p., è integrato anche da organizzazioni le quali, pur senza avere il controllo di tutti coloro che vivono o lavorano in un determinato territorio, hanno la finalità di assoggettare al proprio potere criminale un numero indeterminato di persone immigrate o fatte immigrare clandestinamente, avvalendosi di metodi tipicamente mafiosi e della forza di intimidazione del vincolo associativo per realizzare la condizione di soggezione e di omertà delle vittime» (Sez. 6, n. 35914 del 04/10/2001, Hsiang, Rv. 221245); con riferimento alla c.d. "mafia nigeriana" e alla "Brigada romena" si è affermato che il reato di associazione di tipo mafioso, configurabile anche con riferimento a sodalizi criminosi a matrice straniera, è integrato quando la "mafia straniera", pur senza avere il controllo di tutti coloro che lavorano o vivono in un determinato territorio, ha la finalità di assoggettare al proprio potere criminale un numero indeterminato di persone appartenenti ad una determinata comunità, avvalendosi di metodi tipicamente mafiosi e della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo per realizzare la condizione di soggezione ed omertà delle vittime (così, Sez. 2, n. 18773 del 31/03/2017, Lee, Rv. 269747 e Sez. 6, n. 43898 dell'8/06/2018, R., Rv. 274231; in senso analogo, Sez. 2, n. 50949 del 10/10/2017, Bivol, Rv. 271376, con riferimento alla "Vor v'zacone" di origine moldava attiva tra il Veneto e l'Emilia). Dette sentenze non hanno posto in discussione la necessità che la forza di intimidazione sia manifestata in concreto, e non solo in via "potenziale", ma hanno conformato ed adeguato la elaborazione giurisprudenziale consolidata al "nuovo" fenomeno, "lavorando" sull'oggetto del controllo, sulla dimensione soggettiva dei controllati, sulla possibilità di controllare una porzione dello spazio territoriale ovvero solo di alcune delle attività, anche lecite. Da un controllo completo del territorio, delle attività e dei soggetti che su di esso operano, ad un «assoggettamento intimidatorio di ben più delimitate proporzioni, riservato per solito agli appartenenti alla stessa comunità etnica di provenienza o comunque a determinati ambiti di attività (...) in specifiche aree urbane o rotte illegali». Si è trattato di una elaborazione che ha contestualizzato e relativizzato la nozione stessa di mafiosità, che, superando il contesto della c.d. "mafia storica", è capace di porsi in relazione con le peculiarietà dello specifico fenomeno criminale, con le condizioni socio-culturali dei destinatari, con le peculiarità dei territori, delle attività controllate ed in ragione delle quali la forza di intimidazione si manifesta. Ciò che conta non è la dimensione del radicamento, la sua estensione, ma il "fatto" che il gruppo abbia comunque "raggiunto" una evoluzione ed una reputazione criminale, propria o per derivazione; ciò che conta ripetono le sentenze - non è tanto il numero delle persone assoggettate, quanto, piuttosto, la "diffusività" del fenomeno, cioè la capacità dell'associazione di condizionare, attraverso il metodo, un numero non determinato di soggetti, pur nei limiti in cui il sodalizio si muove. Non basta che il sodalizio criminale si fondi su precise regole interne, su rigidi e anche violenti protocolli interni, tali da esporre a pericolo chi se ne voglia allontanare, ma occorre un elemento ulteriore costituito dal metodo mafioso, seguito dall'associazione per la realizzazione del programma associativo nei confronti dei soggetti nei riguardi dei quali si dirige l'attività delittuosa (cfr. Sez. 6, n. 1612 del 11/01/2000, Ferone, Rv. 216633). In senso simmetrico si pone il principio espresso in sede cautelare nel presente procedimento secondo cui «ai fini della configurabilità del reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, la forza intimidatrice espressa dal vincolo associativo può essere diretta a minacciare tanto la vita o l'incolumità personale, quanto, anche o soltanto, le essenziali condizioni esistenziali, economiche o lavorative di specifiche categorie di soggetti, ed il suo riflesso esterno in termini di assoggettamento non deve tradursi necessariamente nel controllo di una determinata area territoriale» (Sez. 6, n. 24535 del 10/04/2015, Mogliani, Rv. 264126). La legalità delle operazioni di "riduzione della scala" del reato di cui all'articolo 416- bis c.p., derivanti dalla necessità di adeguamento dei requisiti strutturali "storici" del reato al fine di "legare" ed "esportare" il modello in contesti diversi da quelli in cui si sono sviluppate le c.d. mafie tradizionali, si correla tuttavia con la dimensione probatoria e di rigoroso accertamento dei fatti che, soli, possono scongiurare il rischio di una "bagatellizzazione" del reato di associazione di tipo mafioso e di una non consentita valorizzazione di un "metodo anticipato", ridotto, presunto. La c.d. "riduzione della scala", di cui si è detto, non esonera e non consente scorciatoie probatorie. 4. Le mafie delocalizzate e le "nuove" mafie. Le considerazioni formulate assumono rilievo in relazione al tema delle c.d. mafie delocalizzate e, come nel caso di specie, alle "nuove mafie"; la questione attiene al se e come i requisiti di tipicità della fattispecie debbano conformarsi davanti a fenomeni criminali come quelli indicati. Il tema è stato sviluppato innanzitutto per le organizzazioni criminali formate da soggetti, emigrati nelle regioni settentrionali o in altri Stati, ma comunque "legate" alle associazioni mafiose tradizionali. Come evidenziato nel provvedimento con cui, ai sensi dell'articolo 172 disp. att. c.p.p., è stata disposta la restituzione degli atti alla Sezione della Corte che, ritenendo sussistente un contrasto giurisprudenziale sul tema, aveva rimesso la questione alle Sezioni unite, il problema sembra non porsi in tutti i casi in cui il nuovo aggregato costituisca una struttura autonoma ed originale che si proponga di adottare la medesima metodica delinquenziale delle "mafie storiche", atteso che in tali casi «è necessario accertare la sussistenza di tutti i presupposti costitutivi del reato di cui all'articolo 416- bis c.p., e, dunque, l'esternazione del metodo mafioso con le sue ricadute nell'ambiente esterno in termini di assoggettamento e di omertà» (così, decreto del 23 luglio 2019 del Presidente Aggiunto della Corte di cassazione). Più controversi sono invece i casi in cui il sodalizio è una mera articolazione territoriale di una tradizionale organizzazione mafiosa, in stretto rapporto di dipendenza da essa o, comunque, in collegamento funzionale con la "casa madre". Si discute se la "cellula", cioè il gruppo derivato, debba esplicitare in concreto ed in termini di attualità nell'ambiente in cui opera, un'effettiva capacità di intimidazione (in tal senso Sez. 1, n. 51489 del 29/11/2019, dep. 2020, Albanese; Sez. 1, n. 55359 del 17/06/2016, Pesce, Rv. 269043, secondo cui ai fini della configurabilità della natura mafiosa della diramazione di un'associazione di cui all'articolo 416- bis c.p., costituita fuori dal territorio di origine di quest'ultima, è necessario che l'articolazione del sodalizio sprigioni nel nuovo contesto territoriale una forza intimidatrice che sia effettiva ed obiettivamente riscontrabile, e in conseguenza ha annullato la sentenza che aveva qualificato una organizzazione operante in Germania come mafiosa - la c.d. locale di Singen -, in assenza di prova dell'esternazione in loco della metodologia mafiosa e sulla base soltanto del collegamento degli imputati con esponenti della n'drangheta calabrese e dell'adozione dei rituali tipici di quest'ultima; conformi sono anche Sez. 1, n. 13143 del 09/03/2017, Nesci D.; Sez. 6, n. 22546 dell'11/04/2018, Rullo; Sez. 5, n. 19141 del 13/02/2006, Bruzzaniti, Rv. 234403; Sez. 6, n. 30059 del 05/06/2014, Bertucca, Rv. 262398; Sez. 2, n. 25360 del 15/05/2015, Concas, Rv. 264120; Sez. 6, n. 6933 del 04/07/2018, dep. 2019, Audia, Rv. 275037) ovvero sia sufficiente accertare il solo collegamento tra la "cellula" delocalizzata e la "casa madre", nonché la mutuazione da parte della prima delle caratteristiche di quest'ultima per «ritenere sussistente il pericolo presunto per l'ordine pubblico», che connota una associazione di tipo mafioso, anche in ragione della c.d. "riserva di violenza". Secondo una impostazione giurisprudenziale, infatti, il reato sarebbe configurabile anche nel caso in cui la c.d. cellula non manifesti sul territorio "nuovo" di insediamento il metodo mafioso e la fama criminale della casa madre da cui essa deriva; il reato sussisterebbe in presenza della sola prova "dell'essere cellula" - cioè con la sola prova di essere la cellula una diramazione di una consorteria mafiosa tradizionale - perché ciò espliciterebbe di per sé l'esistenza di una capacità potenziale di sprigionare una forza intimidatrice, idonea a porre in condizioni di assoggettamento ed omertà quanti vengano a contatto con essa (Sez. 2, n. 29850 del 18/05/2017, Barranca; Sez. 5, n. 28722 del 24/05/2018, Demasi, Rv. 273093; Sez. 5, n. 47535 del 11/07/2018, Nesci; Rv. 274138; Sez. 5, n. 31666 del 3/03/2015, Bandiera; Sez. 2, n. 24850 del 28/03/2017, Cataldo, Rv. 270290). Si tratta di una impostazione che sembra escludere la necessità della esteriorizzazione della forza intimidatrice per valorizzare il dato dalla sua "esistenza in potenza" (Sez. 2, n. 4304 dell'11/01/2012 Romeo, in cui «la forza di intimidazione e lo stesso metodo mafioso della "locale" della n'drangheta sono stati tratti: a) dai rituali attraverso cui avviene l'affiliazione e la promozione dei diversi ruoli all'interno dell'associazione mafiosa, b) dalla vita sociale interna dell'associazione, caratterizzata da rigide regole, alla cui violazione è ricollegata irrogazione di sanzioni; si assume che «nel caso in cui convergano le caratteristiche organizzative sopra evidenziate deve ritenersi che la finalità della commissione di delitti, tipica della associazione mafiosa, non debba necessariamente estrinsecarsi nella effettiva precedente commissione di reati fine, essendo sufficiente la mera struttura illecita della organizzazione finalizzata alla programmazione e realizzazione di reati quale finalità della consorteria mafiosa»). Si è affermato che per qualificare come mafiosa un'organizzazione criminale è necessaria la capacità potenziale, anche se non attuale, di sprigionare, per il solo fatto della sua esistenza, una carica intimidatrice idonea a piegare ai propri fini la volontà di quanti vengano in contatto con gli affiliati all'organismo criminale (Sez. 1, n. 5888 del 10/01/2012, Garcea, Rv. 252418). Una impostazione efficacemente esposta anche da Sez. 2, n. 24851 del 04/03/2017, Garcea, Rv. 270442 secondo cui «il tenore dell'articolo 416- bis c.p., u.c., con riferimento a camorra, n'drangheta ed altre associazioni che perseguono scopi corrispondenti a quelli indicati dalla norma richiama l'uso della forza intimidatrice del vincolo, ma senza menzionarne gli effetti in termini di assoggettamento e omertà. L'assenza di riferimenti alle ricadute in termini di stringente condizionamento delle aree di insediamento non può ritenersi casuale e ascrivibile a un impreciso richiamo degli elementi strutturali del comma 3, giacché la portata estensiva della disposizione non solo alla camorra, alla n'drangheta ma anche alle altre associazioni, comunque localmente denominate, anche straniere, induce ad optare per un consapevole affrancamento da un elemento di fattispecie ritagliato sulla specificità della mafia siciliana, paradigma del precipitato storico della norma. A ciò consegue che l'esternazione del metodo in ipotesi di strutture delocalizzate e di mafie atipiche non debba essere parametrata in termini giuridicamente necessitati alla valutazione dell'impatto ambientale determinato dal radicamento territoriale. Né simile interpretazione si presta ad essere tacciata di irragionevolezza, giacché la condizione di assoggettamento e di omertà costituisce il riflesso sociologico della metodologia associativa (storicamente ricorrente ma non causalmente obbligato) e la permeabilità del contesto sociale all'uso strumentale dell'intimidazione mafiosa è una variabile fortemente condizionata - in tempi recenti anche nelle stesse aree originarie del fenomeno dai settori d'interesse malavitoso, dal più o meno spiccato senso civico e dallo sviluppo di un adeguato sen-