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16/03/2021

Processo appalti e clan, revocati i domiciliari ai fratelli Cesaro

Il Mattino

LA DECISIONE ALLA VIGILIA DEL VERDETTO SUI PRESUNTI FAVORI AVUTI DAI POLVERINO MA NIENTE LIBERTÀ: C'È UN'ALTRA MISURA
IL CASO MARANO
Ferdinando Bocchetti
A poche settimane dalla conclusione del processo che li vede imputati, è stata revocata la misura cautelare degli arresti domiciliari per Aniello e Raffaele Cesaro, gli imprenditori fratelli dell'ex presidente della Provincia e senatore Luigi, al vertice della società che realizzò i capannoni dell'area industriale di Marano finita nel mirino della Procura. I giudici del tribunale Napoli nord hanno accolto le istanze formulate dai loro difensori, puntate sul venir meno delle esigenze di custodia. Analoga decisione è stata adottata per Antonio Di Guida, ex assessore provinciale di Forza Italia, imprenditore del mattone finito nella stessa inchiesta. I fratelli Cesaro, tuttavia, restano ancora ai domiciliari poiché destinatari di un'ulteriore misura cautelare, quella relativa all'inchiesta Antemio, per fatti verificatisi nel comune di Sant'Antimo.
LE ACCUSE
Per le vicende di Marano, Aniello e Raffaele Cesaro sono a giudizio con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa con il clan Polverino. Secondo i magistrati, per aggiudicarsi l'appalto bandito dal Comune nel 2005 avrebbero stretto un patto con i vertici del sodalizio criminale egemone tra Marano, Quarto e Calvizzano. I fratelli del politico furono raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare nel maggio di quattro anni fa e rimasero in carcere per i successivi due anni. Dal maggio del 2019 invece, per effetto di un pronunciamento del tribunale del Riesame, sono agli arresti domiciliari e vi rimarranno - nonostante la revoca sancita ieri dai giudici di Napoli nord su istanza dei loro difensori (Maiello, Sanseverino e Trofino) - fino alle fine del processo, ormai alle battute conclusive. Un processo lungo e articolato, ricco di colpi di scena, con i Cesaro che hanno a più riprese rispedito al mittente le accuse formulate dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. «Siamo vittime dei Polverino, pagavamo tangenti al clan e ad alcuni politici di Marano», hanno evidenziato nel corso delle numerose udienze. Uno dei politici tirati in ballo, l'ex sindaco di Marano Mauro Bertini (tuttora agli arresti domiciliari) è finito al centro di un'ulteriore inchiesta giudiziaria, nata a margine della vicenda Pip e che trae origine anche dalle dichiarazioni rese ai pubblici ministeri dai due imprenditori di Sant'Antimo. Nel processo che si celebra al Tribunale di Napoli nord, oltre ai due Cesaro e all'imprenditore ed ex politico Antonio Di Guida, per anni tra i più influenti nel territorio di Marano, sono imputati il tecnico Oliviero Giannella e i cugini Salvatore Polverino e Antonio Visconti. Gli ultimi due, entrambi a piede libero, non rispondono del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, ma di fittizia intestazione di beni. Salvatore Polverino è il figlio di Antonio, meglio noto come Zi Totonno, elemento apicale del clan e zio del super boss Giuseppe Polverino. Oliviero Giannella, invece, è un ingegnere di lungo corso, assiduo frequentatore degli uffici del Comune di Marano e ritenuto dai magistrati inquirenti vicinissimo alla famiglia Polverino.
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