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28/02/2020

«Priorità prevenzione, bene il modello italiano»

Il Sole 24 Ore - Giorgio Santilli

INTERVISTA RAFFAELE CANTONE
«Modello Genova o Expo possono essere estesi solo a poche grandi opere»
«Il modello italiano dell'anticorruzione ha una sua organicità, a dispetto di qualche sbavatura legislativa e di una opinione ricorrente che si tratti invece di una disciplina farraginosa e complessa». Raffaele Cantone, ex presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, pubblica in questi giorni «Il sistema della prevenzione della corruzione» (G. Giappichelli Editore) una corposa ricognizione della disciplina anticorruzione che punta proprio a dimostrarne la razionalità dell'impianto, ricostruendo la storia, le leggi, i collegamenti internazionali, l'interpretazione di giurisprudenza e Anac.

Lo sviluppo del «modello italiano» coincide di fatto con la presidenza di Cantone all'Anac, dal 2014 al 2019. Una presidenza che non solo ha costruito, da zero, l'Anac come è oggi, ma ha nutrito il «modello italiano», in sintonia con il legislatore, di numerose sperimentazioni «sul campo» che hanno arricchito ex novo la sua cassetta degli strumenti: dal «modello Expo» sugli appalti alla «vigilanza collaborativa», dalla soft law per gli appalti alla riforma dei Piani anticorruzione, per non parlare di azioni nate dal nulla come quella sulla trasparenza, sulla rotazione e sui conflitti di interesse dei funzionari pubblici, sul whistleblowing. Istituti e sperimentazioni che hanno avuto alterne vicende ma hanno comunque contribuito in modo decisivo a riformare l'azione italiana anche agli occhi degli organismi internazionali che accreditano ora all'Italia una politica efficace e una governance pienamente coerente con gli standard internazionali richiesti, a partire dall'indipendenza dell'Autorità.

«Il fil rouge nell'attività dell'Anac - dice Cantone - è stato quello di non imporre le regole dall'alto, bensì di farle digerire attraverso un dialogo con le amministrazioni». In sede di bilancio, inevitabile porre a Cantone il tema della forte resistenza che all'azione dell'Anac è venuta negli ultimi tempi dalle amministrazioni e spesso anche dal mondo delle imprese. «C'è stata resistenza - dice - quasi esclusivamente dalle amministrazioni che non si sono volute interfacciare con l'Anac, perché laddove il dialogo c'è stato, il risultato è stato invece positivo. In materia di trasparenza, per esempio, abbiamo ottenuto risultati eccezionali senza imporre sanzioni».

Poi l'ex presidente Anac dà una sua spiegazione. «La resistenza c'è stata perché per la prima volta tutta l'amministrazione aveva nell'Anac un punto di riferimento unitario e reale, che ha messo in discussione equilibri e prassi consolidate, favorendo la discrezionalità crescente delle amministrazioni. La lotta a corruzione e malamministrazione coincidono. Ma in molti casi le amministrazioni non vogliono discrezionalità, vogliono continuare a fare come hanno sempre fatto».

Eppure è diffusa in Italia l'idea che l'amministrazione pubblica funzioni meglio con meno regole. «Non c'è - dice Cantone - un problema di quantità di pubblico ma di qualità dell'azione pubblica. Il pubblico può anche ritrarsi ma deve svolgere al meglio alcune funzioni fondamentali. Qual è il grande equivoco che sottende a quell'opinione? Molti pensano che l'amministrazione funzioni meglio in assenza totale di regole, mentre è vero il contrario: l'amministrazione per agire vuole dei punti di riferimento. Quando la prima versione del codice degli appalti liberalizzò gli affidamenti fino a un milione di euro, nessuno fece affidamenti senza gara. L'amministrazione ha bisogno di una procedura e una prassi cui aggrapparsi: così non devo spiegare perché l'ho fatto e se ho fatto bene o male».

Si può generalizzare il modello Genova? «Ho dubbi - dice Cantone - che un sistema del genere sarebbe in grado di funzionare in condizione ordinaria perché nessun funzionario affiderebbe decine di milioni di lavori senza gara. L'idea che la Pa lasciata libera di fare faccia meglio e di più appartiene a chi conosce poco l'amministrazione». E il modello Expo, che pure viene rilanciato ora? «Non può essere generalizzato, anzitutto perché non sarebbe possibile realizzare controlli penetranti a tappeto su larga scala. Inoltre funziona quando c'è una struttura appaltante unitaria e compatta ma non in casi come quello della ricostruzione del terremoto. Il modello Expo può essere esteso a poche grandi opere, questo sì. Ma bisogna soprattutto rafforzare l'ordinarietà».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

IL LIBRO


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«Il sistema della prevenzione della corruzione»


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RAFFAELE

CANTONE

Magistrato ex presidente Autorità anticorruzione