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28/07/2020

Post Morandi, avanzati 13 milioni “Sotto il ponte aziende dimenticate”

Il Secolo XIX - Marco Grasso

Marco GrassoAll'indomani del crollo del Ponte Morandi sono piovuti su Genova 235 milioni di euro destinati al sostegno alle aziende in difficoltà. Una pioggia di milioni, stanziati dal governo a tempo record, di cui hanno beneficiato in tanti. Di questi aiuti, a distanza di quasi due anni, sono avanzati oltre 13 milioni di euro di sostegno al reddito che, se non reimpiegati, rischiano di andare perduti. Sulla mancata erogazione dei fondi si è pronunciata con grande preoccupazione anche la Corte dei Conti. E la questione ha subito generato scintille fra il governatore Giovanni Toti e il candidato giallorosso Ferruccio Sansa. Eppure, a fronte di oltre 13 milioni avanzati, ci sono decine di commercianti e negozianti delle zone più colpite, Certosa e Sampierdarena, non hanno avuto un euro, perché esclusi dai criteri di assegnazione. Gente strozzata dalla crisi, indebitata, dimenticata. Che ora chiede a gran voce di mettere mano a quei criteri. C'è chi ha resistito tra mille difficoltà. E chi invece ha chiuso. La beffa finale è che, senza una modifica normativa (al momento non prevista), gli esclusi rischiano di restare fuori anche dall'ultima distribuzione, che potrebbe essere allargata a tutta la Liguria. C'è chi è stato escluso dagli aiuti perché non ha mai «sospeso l'attività» (una condizione prevista dal Decreto Genova), nel tentativo di recuperare anche poche decine di euro di incasso. Sono i casi ad esempio di Alessandro Bagnasco, 48 anni, titolare di un autolavaggio di Campi, o di Maurizio Nasiti, 57 anni, proprietario di una profumeria di Certosa. C'è chi, invece, è rimasto fuori perché l'attività la stava avviando in quel momento. È il caso di Cristina Alberti, 52 anni, che dopo aver perso il lavoro insieme al marito aveva lanciato una friggitoria a Certosa: apre la partita Iva il 16 agosto (due giorno dopo il disastro dopo mesi di preparativi e investimenti); per lo Stato, tecnicamente, non ha chiuso perché non ha mai aperto. Due settimane fa le hanno staccato la luce. E ancora: Stefano Curti, 57 anni, ottico di Sampierdarena. Nei giorni in cui avrebbe potuto presentare la domanda ha accompagnato alla morte la compagna malata.Eppure, sul sostegno a Genova ci hanno messo la faccia in tanti. A cominciare dal presidente del consiglio Giuseppe Conte, che il 14 settembre 2018 sventolò la bozza finale del Decreto Genova a De Ferrari: «Non sono venuto a mani vuote, ho portato dei fogli pieni di fatti. Misure concrete, per tutti i danneggiati». Quella promessa, qualche mese più tardi, viene rinnovata dal commissario all'emergenza e presidente della Regione, Giovanni Toti. Il 18 aprile pubblica un post su Facebook: «Abbiamo allargato i criteri di assegnazione. Nessuno resterà indietro». Per capire come districarsi in questa storia, occorre fissare alcuni punti fondamentali. Su Genova il governo ha dirottato tre principali tipologie di aiuti: un primo sostegno alle imprese colpite, un'erogazione una tantum emergenziale di 15 mila euro, prevista nel Decreto Genova, e pensata soprattutto per artigiani e commercianti; una serie di sgravi fiscali da concedere ad aziende più strutturate, con un calo del fatturato dimostrabile, comprese in un'area denominata zona franca urbana; un terzo progetto, il più immaginifico, su cui spese qualche parola anche il sindaco Marco Bucci, che sognava un incubatore di imprese sotto al nuovo Ponte: sgravi fiscali a quelle aziende che avessero portato la sede vicino alla zona colpita. Un'area che, dall'idea alla pratica, si è allargata poi a tutta la provincia.le maglie larghe degli aiutiPartiamo dalla prima (e più contestata dai comitati) forma d'aiuto: l'erogazione da 15 mila euro: «Un aiuto con cui un piccolo negoziante come me - racconta il negoziante Nasiti - va avanti anche un anno». È collegata espressamente a una condizione: aver «dovuto sospendere l'attività» a causa del crollo. Il governo scrive la legge in fretta e passa la palla al commissario Toti. Siamo nell'imminenza della tragedia, si scava tra le macerie e la città è paralizzata. Occorre distribuire milioni e farlo velocemente. Ma un primo bando va quasi deserto. Viene riservato ad aziende che hanno chiuso per 30 giorni. Di fatto, casi rarissimi. I fondi ci sono, ma non si riesce a spenderli. Le aziende intanto chiedono aiuto. Escono altri due bandi: uno (il secondo in ordine di pubblicazione) riservato a chi dimostra di aver chiuso per 15 giorni, un altro, il terzo, esteso a chi è stato costretto a interrompere l'attività per 7 giorni. Ma i fondi non spesi sono ancora molti.È a questo punto che avviene una delle svolte più significative. L'ultimo bando, quello che finalmente intercetta un numero ampio di beneficiari, allarga le maglie dei criteri di assegnazione: per ottenere gli aiuti una tantum basta aver chiuso «4 giorni non continuativi, fra il 15 agosto e il 30 settembre 2018»; e l'insieme di riferimento viene allargato a tutta la provincia. Possono accedere agli aiuti aziende con sede in centro, a Nervi, nell'entroterra. Un criterio che, di per sé, non è deprecabile: difficile negare che i danni del Ponte abbiano toccato tanti. «Il punto è che prima bisognava pagare noi - taglia corto Massimiliano Braibanti, presidente del Comitato Zona Arancione - E poi: che differenza c'è tra chi non ha chiuso e chi autocertifica 4 giorni di chiusura? Come si distingue un periodo di ferie o il riposo settimanale ripetuto quattro volte in un mese da una chiusura provocata dal crollo del Ponte?».Insomma, nonostante le promesse, qualcuno indietro è rimasto per davvero. E questa non è la sola nota amara. Nel ginepraio di assegnazioni, sgravi, incentivi, una mobilitazione oggettivamente generosa e forse inedita per Genova, i soldi hanno talvolta preso strade diverse da quelle preventivate. Alcune forse inopportune, altre di dubbia legalità. Degli aiuti una tantum hanno beneficiato attività commerciali che, ad agosto 2018, dichiaravano espressamente di essere chiuse per ferie, come una nota boutique del centro. Va ricordato: il Decreto Genova destinava gli aiuti a chi avesse «dovuto sospendere l'attività a causa del crollo», ma questa condizione, è stata sottoposta alla sola autocertificazione. Ancora: nelle liste c'è anche un imprenditore imputato per bancarotta.Ma non è finita. Il secondo step, gli sgravi fiscali della zona franca urbana, pensati per le attività più colpite, sono stati incamerati da realtà apparentemente lontane dall'obiettivo iniziale, quello di sostenere l'economia collassata intorno al Morandi: alcuni dei più ricchi e prestigiosi studi di avvocati, commercialisti o consulenti fiscali e aziendali della città. Grosse attività che sono riuscite a dimostrare ciò che non è riuscito a quelle più piccole: di aver avuto un calo del fatturato del 30%, proprio nel breve lasso di tempo previsto dalle maglie della legge, fra il 15 agosto e il 30 settembre. Nel maremagnum di queste liste c'è una società già finita nei Panama Papers e un Bed and Breakfast di lusso situato alla base del complesso montano alla base dell'Adamello. La stessa imprenditrice, nel 2019, ha aperto un secondo B&B a Sampierdarena, avviato sulla carta il giorno stesso della presentazione della domanda per gli sgravi fiscali destinati alle aziende già presenti sul territorio.Incentivi a imprese fantasmaC'è, infine, un ultimo capitolo legato alla concessione di incentivi fiscali per chi avesse aperto una società nelle zone colpite. Anche in questo caso, però, dopo che l'area geografica si è dilatata a tutta la città, in quegli elenchi sono entrate imprese fantasma, che a Genova hanno portato solo un domicilio fiscale; o, perlomeno, sono in situazioni non sempre cristalline. Un copione già visto in passato con altre operazioni simili, dall'Aquila a Castelvetrano. Gli esclusi sono rappresentanti da una delle ormai numerose associazioni di residenti nate dopo la tragedia del 14 agosto 2018: il Comitato Zona Arancione, di cui Braibanti è presidente e fondatore. Il suo centro estetico non ha ricevuto l'una tantum perché è una srl, e in più non ha chiuso un solo giorno dopo il disastro. Poi è stata tagliata fuori dagli sgravi perché occorreva dimostrare un calo di fatturato del 30% parametrato a un periodo «troppo ristretto, non significativo e a cavallo delle ferie estive»: «I bilanci delle imprese si misurano in un anno», dice Braibanti. Il comitato rappresenta circa 200 persone e, attraverso gli avvocati Raffaele Caruso e Andrea Mortara, hanno avviato una causa per danni indiretti contro Autostrade. Aspi, finora, ha liquidato quasi solo quelli diretti, cioè le perdite subite dalle famiglie delle vittime e dagli sfollati. Quando l'argomento vira sul Decreto Genova, e sui fondi distribuiti per l'emergenza, Braibanti abbassa gli occhi e allarga le braccia: «Hanno sbagliato tutto. Hanno dato soldi a caso».sfumata la soluzione promessaIn questo ultimo passaggio c'è spazio per altre aggiunte e interpretazioni, che oggi fanno imbestialire chi non ha avuto niente. La prima è che l'una tantum da 15 mila euro viene estesa a ogni socio. Il risultato è che alcune imprese, spesso familiari, per aver dimostrato di aver chiuso 4 giorni, ottengono 30 mila euro (se hanno due soci); 45 mila (se sono in tre); 60 mila euro (quattro). La seconda, e più contestata, è la distinzione tra società di persone e di capitali. Come già detto, molte piccole medie e imprese della zona Arancione sono srl e srls e rimangono fuori dai fondi una tantum. E anche chi in una primissima fase ha documentato perdite nel modo più rigoroso, cioè in modelli AE (un risarcimento per il primo il mese e mezzo di perdite, che per molte piccole imprese vale poco più di un migliaio di euro), attraverso la Camera di Commercio, rimane successivamente senza nulla.Per quale motivo le srl sono escluse? Toti (vedi sotto) riconduce la responsabilità al governo. «Una ragione logica non c'è», secondo Caruso. E i Comitati sono pronti a rivolgersi al Tar. Sul punto, diverse forze politiche promettono interessamento, con scarsi risultati. A domanda ufficiale, arriva anche una risposta della Regione Liguria. Il documento, firmato dal dirigente Pier Luigi Viola, è datato 14 giugno 2019: «Nell'individuazione dei destinatari è stata compiuta una netta distinzione tra le due tipologie societarie escludendo ogni forma di società di capitale. Ciò premesso, considerata la necessità di un'adeguata e approfondita valutazione della questione e rilevato altresì che un eventuale ampliamento del novero dei destinatari comporterebbe necessariamente la garanzia della massima pubblicità, ci si riserva l'eventuale indizione di una nuova procedura che tenga conto delle esigenze da voi evidenziate». Insomma: vi faremo sapere. Ma quel nuovo bando non arriva mai.Il paradosso sono quei fondi non spesi. Oltre 13 milioni di euro, che, secondo indiscrezioni, dopo un tentativo di dirottamento anti Covid, potrebbero essere allargati a una platea ancora più ampia, aziende di tutta la Liguria: «Sarebbe lo scandalo finale - dice Braibanti - A Certosa e Sampierdarena ci sono decine di negozianti e commercianti che non hanno avuto niente. Molti hanno chiuso. Non siamo contrari ad allargare gli aiuti, prima però deve essere aiutato chi è rimasto qui». Chi è rimasto indietro.--© RIPRODUZIONE RISERVATA