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23/06/2020

«Porti, presidenti al lavoro fra mille norme Da Trieste a Venezia, meritano più rispetto»

Il Piccolo di Trieste

L'ex ministro dei Trasporti Graziano Delrio difende la riforma del 2016: «Ma il testo va implementato nel tempo»
L'EX MINISTRO«Credo che i presidenti meritino più rispetto, per il ruolo che ricoprono e il lavoro che svolgono. Questo tiro al piccione mediatico e politico lo trovo disdicevole per un Paese serio». Graziano Delrio, "padre" della legge di riforma portuale, di fronte alle notizie da Trieste (dove il presidente Zeno D'Agostino è stato destituito dall'Anac) e Venezia (dove il porto rischia di essere commissariato dopo che Regione e Città metropolitana hanno bocciato il bilancio) fa uno strappo alla regola della pacatezza e torna a indossare per un giorno i panni da ministro dei Trasporti: in una intervista oggi sul Secolo XIX, il capogruppo Pd alla Camera difende la riforma del 2016 («di più non si poteva fare») ma ricorda che quel testo va «implementato nel tempo» se si vuole «davvero far funzionare i porti». Partendo dal faro che i casi di Trieste e Venezia hanno riacceso sulla difficoltà di gestione dei porti italiani, a chi gli chiede se lo spirito della sua riforma sia stato "tradito" in questi anni Delrio risponde: «Non parlerei di tradimento. Il tema è più complesso, riguarda l'architettura costituzionale del Paese. Piaccia o no, portualità e infrastrutture strategiche, anche di rilevanza nazionale, furono incluse nel 2001 nel nuovo Titolo V tra le materie di competenza concorrente Stato-Regioni-enti locali». Già una sua «prima proposta del 2015 che prevedeva solo 8 Autorità di sistema portuali e un più snello e centrale modello di governance, fu impugnata da alcune Regioni e cassata dalla Consulta. Qualsiasi ulteriore riforma» dovrebbe «ripartire da una serena valutazione del Titolo V», dice Delrio, e «a 20 anni dalla sua entrata in vigore mi parrebbe anche doverosa».Delrio osserva che «nella legge 84/94 il presidente era sostanzialmente mediatore tra interessi locali. Al ministro arrivava una terna di nomi per ogni porto (indicata da Regione, Provincia, Comune, Camera di commercio) e tra questi lo stesso ministro sceglieva», mentre «con la nuova legge si è inteso rafforzare il legame presidente-governo, prevedendo che sia il ministro a scegliere il presidente offrendo poi il suo candidato al concerto della Regione. Nell'attuale assetto costituzionale è il massimo che si poteva e che si possa fare. Il senso era, ed è: il presidente rappresenta e attua nel suo scalo la politica portuale nazionale dentro un quadro di coordinamento dell'intero sistema portuale garantito dalla Conferenza nazionale».L'ex ministro osserva che «esistono pubbliche amministrazioni che funzionano, e imprese private che non funzionano, e viceversa. Io credo nel modello che abbiamo. I porti sono linee di confine dello Stato: custodiscono i depositi energetici costieri strategici e in molti casi anche le basi militari. Dai porti dipende l'approvvigionamento di materie prime, funzione commerciale vitale di interesse generale per un Paese che non ne ha. A me pare giusto che tutto ciò sia sotto l'egida di una pubblica amministrazione centrale dello Stato. Tra l'altro non capisco la SpA pubblica, fermo restando l'attuale Titolo V, quale vantaggio avrebbe rispetto ai problemi principali che i porti vivono: escavi, dragaggi, tempi delle opere pubbliche, approvazione dei piani generali... Una SpA pubblica non godrebbe di extraterritorialità giuridica o amministrativa. Né potrebbe ignorare leggi ambientali, urbanistiche o il Codice degli appalti, essendo la maggioranza eventualmente comunque posseduta da Regioni o Comuni. Mi pare una discussione un po' ideologica, quella sulla natura giuridica delle Authority».Augurandosi che la portualità resti «sempre centrale nell'agenda politica del governo» giacché «da essa passano molte delle chance di ripresa», Delrio continua «a valutare come buona la riforma dei porti: dota il governo di strumenti di coordinamento e programmazione di strategie e investimenti, e consente alle Adsp di ragionare e operare su sistemi logistici di area vasta. Quello che Zeno D'Agostino stava realizzando a Trieste - tra porto, retroporto, interporti e punto franco - ne è l'esempio», fermo che «le leggi si applicano e implementano».Quanto al rapporto fra Anac e Adsp, Delrio non conosce «i singoli casi» ma nota come «non ci sia un solo presidente accusato di rilievi penali o dolosi», mentre «questi presidenti hanno gestito una stagione complessa: l'entrata in vigore della riforma, l'accorpamento delle vecchie Autorità portuali, tre diversi governi in 3 anni, ora la crisi Covid»: «Tutto in un quadro amministrativo e normativo caotico e spesso contraddittorio, stratificato negli ultimi 25 anni. Meritano più rispetto, per il ruolo che ricoprono e il lavoro che svolgono». «Dobbiamo tutti dare una mano affinché questi hub logistici, decisivi per il Paese, possano funzionare al meglio nell'interesse dell'economia nazionale». --