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22/06/2019

Polvere di Tangentopoli, come cambia la corruzione

Left

IN COPERTINA ANTICORRUZIONE
Trenta anni fa le mazzette erano istituzionalizzate, oggi la corruzione dei partiti è invece «pulviscolare» ed è «attuata da cricche senza altro orizzonte che il saccheggio delle risorse pubbliche a fini privati», dice a L e f t Raffaele Cantone, presidente dell'Anac di Stefania Limiti
Cosa resta del fenomeno di Tangentopoli? Quella marea di inchieste precipitò d'improvviso sul nostro Paese, sembrava la purificazione di Sodoma e Gomorra. Eppure, non ha trasformato, nell'Italia dei trasformismi, uno degli aspetti costitutivi del sistema: la corruzione. Secondo Raffaele Cantone, autorevole presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac), incontrato da Left alla presentazione della Relazione annuale sull'attività svolta, spiega che «la corruzione di Tangentopoli era una sorta di finanziamento illecito "aggiuntivo" che interessava tutti i partiti e regolava la vita politico-istituzionale, tanto che perfino le tangenti erano suddivise con metodi da manuale Cencelli». E oggi? «Oggi la corruzione è pulviscolare: è minore per importi delle dazioni e spesso attuata da cricche senza altro orizzonte che il saccheggio delle risorse pubbliche a fini privati». In effetti, da allora, se molto è cambiato, tuttavia la corruzione resta quella stessa lesione drammatica che il tessuto istituzionale, politico e sociale si trascina da sempre. Tangentopoli - con le sue 5mila persone coinvolte, ben 4 presidenti del Consiglio, numerosi ministri, diverse centinaia di parlamentari e un numero enorme di consiglieri regionali, provinciali, comunali, sindaci e assessori, oltre 2mi!a imprenditori, tra cui 151 imprese di rilevanza nazionale e internazionale, 1233 sentenze definitive (dati tratti da un imperdibile libro di Isaia Sales e Simona Melorio, Storia dell'Italia corrotta, da poco in libreria per Rubbettino) - è una storia a sé. Per comprendere meglio quella marea montante di inchieste che scoperchiò un sistema di corruzione pervasivo e che investì tutti i partiti, coinvolse uomini politici, imprenditori di ogni ordine e grado, è necessario tornare in quel tempo. Non era un tempo qualsiasi della Repubblica: infatti, stava crollando il sistema di governo nato alla sua fondazione. Stava finendo l'epoca della Guerra fredda, che l'Italia aveva subito e interpretato con un proprio sistema istituzionale fondato sui partiti, di fatto organi di una Costituzione sostanziale che, certamente, hanno avvicinato i cittadini allo Stato. Quei partiti si finanziavano attraverso una raccolta di tangenti vastissima: un sistema divenuto ordinamento, visto che gli addetti alla prevenzione, ai controlli e alla repressione ne erano coinvolti: i rappresentanti della giustizia amministrativa chiudevano un occhio, quelli della Guardia di finanza li chiudevano entrambi. Le mazzette erano un sistema istituzionalizzato. Quando all'improvviso, un giorno di febbraio, il 17, del 1992, scattarono le manette per un signore di nome Mario Chiesa, amministratore del Pio Albergo Trivulzio, qualcuno deve aver pensato che il cerino era stato acceso. In effetti fu cosi: da quel momento una cascata di inchieste, spesso nate dagli imprenditori che si presentavano spontaneamente a dichiarare le loro responsabilità, arrivò in faccia agli italiani fotografando il degrado morale del Paese. Sciascia lo aveva magistralmente rappresentato in Todo modo ma quando la faccenda finì nei tribunali si comprese meglio. Ricordiamo quei giorni - le cronache dal Palazzo di giustizia di Milano, la fatica dei cronisti a star dietro alle incessanti novità - come la chiave per comprendere il crollo della Prima Repubblica, evento che, tuttavia, nessuno storico potrà ragionevolmente ricondurre ad una mega-inchiesta giudiziaria, ancorché dall'incedere vertiginoso. Mentre si aprivano e si chiudevano le celle delle patrie galere, e i partiti languivano ma non morivano, arrivarono le bombe dei boss mafiosi e dei loro compari, "i concorrenti esterni", a fare esalare l'ultimo respiro al corpaccione malridotto della Prima Repubblica. La storia dell'Italia corrotta, dopo trent'anni da quei giorni si può ben dire, non è un capitolo a parte del nostro passato, ma il suo segmento criminale, anche del presente. Il protagonismo forsennato delle organizzazioni criminali, e dei poteri occulti, altra categoria essenziale per comprendere la natura del nostro Stato, talvolta perversamente intrecciati, coincide con la storia d'Italia perché qui da noi lo Stato non è uno Stato-comunità, ma uno Stato-apparato, esterno ai cittadini, per niente spinti ad essere una sua parte, semmai a sentirsi vessati. Uno Stato che non ha il monopolio della forza e della tassazione, funzioni preminenti e costitutive di ogni potere, da noi, invece, gestite spesso con la collaborazione degli organismi criminali. Raffaele Cantone non ha dubbi: «L'esito di Tangentopoli mostra che, per contrastare la corruzione, non basta l'effimera indignazione popolare. Occorre una profonda consapevolezza dei suoi effetti perversi tale da produrre effetti sul lungo periodo, un po' come avvenuto con la mafia». Del resto, l'atteso rinnovamento di quella breve (fatua?) stagione trovò un esito grottesco quando, nel marzo del 1994 approdò alla guida del Paese non "l'uomo nuovo" ma Silvio Berlusconi, l'imprenditore che aveva fatto le sue fortune con la corruzione e che affidò a Marcello Dell'Utri, condannato per mafia, il suo successo politico. Nell'Italia di ieri i partiti, inseriti nelle vaste reti di corruzioni, riuscivano ad affermare il proprio potere, a rappresentare i propri ceti di riferimento, mentre oggi sempre più faticano a star dietro al super-attivismo di professionisti, colletti bianchi, imprenditori e burocrazia varia. La corruzione è "pulviscolare" e ha un carattere "privatistico" rispetto a quella conosciuta ai tempi di Tangentopoli, anche quando a commetterla sono i politici: di certo, secondo i dati dell'Anac, le commesse pubbliche sono così minacciate dal fenomeno della corruzione e dalla predominanza della criminalità organizzata che nell'ultimo anno sono arrivate a 573 le interdittive (misure cautelari personali che comportano limitazioni all'esercizio di determinate attività) antimafia emesse dalle prefetture: +56,5 per cento rispetto al 2015. Dati che il presidente dell'Anticorruzione definisce «il segnale di quanto le organizzazioni criminali stiano infiltrando l'economia legale». Ad incombere sul boom degli appalti non sono solo le mafie. Preoccupa, appunto, la corruzione diffusa: dal 2014 al 2018 sono state formulate 43 richieste di commissariamenti da parte di Anac per vicende giudiziarie di matrice corruttiva e di alterazione delle procedure di affidamento delle commesse pubbliche - tra i principali dal 2015 a oggi ci sono quelle legate all'Expo di Milano, al consorzio Venezia Nuova (per la realizzazione del Mose), al consorzio Cociv (per la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Milano-Genova), all'Ospedale israelitico di Roma, al Cara di Mineo, al Sei Toscana, più alcuni appalti coinvolti in Mafia capitale (il servizio di raccolta dei rifiuti organici e quello di raccolta differenziata nelle mense di Roma Capitale). E tuttavia, il Codice degli appalti, una sorta di mantra dell'anticorruzione, sarà sospeso per due anni da una legge dello Stato, la cosiddetta Sbiocca-cantieri. Bye bye Tangentopoli.

Foto: Le interdittive antimafia emesse nell'ultimo anno sono in aumento del 56,5% rispetto al 2015 Il magistrato Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac)