scarica l'app Telemat
MENU
Chiudi
20/07/2021

Pnrr e appalti: perché alla fine resteranno solo i commissari

Milano Finanza - Emilio Girino

CONSIDERAZIONI INATTUALI
La parola d'ordine è governance, in un senso diverso da quello usuale. Impiegare correttamente e tempestivamente i fondi del Next Generation, evitandone l'incaglio in un subisso di resistenze e pastoie burocratiche, è la prima e sacrosanta preoccupazione del governo. Del resto ve n'è ben donde. Dopo più di cinque anni, il codice degli appalti (d. lgs 50/2016) è in buona parte ancora al palo, privo di un regolamento mai approvato, affiancato da tre direttive comunitarie del 2014 di taglio più semplice ma con imponderabili effetti pratici, puntellato con decreti settoriali vari e sotto l'incubo ricorrente di rallentamenti dovuti ai molti spiragli d'impugnazione giudiziaria che questa greve e incompiuta architettura lascia aperti in quasi ogni gara di rilievo. Non c'è tempo per discutere, le scadenze Ue sono impietose. O si fa nei termini prescritti o i soldi tornano al mittente: semplicemente una tragedia. Non stupisce quindi che nel recente ddl di legge delega sia stato finemente rispolverato un congegno legislativo vecchio di quasi un secolo: il regio decreto 1054 del 1924. Insieme ad una ripartizione di competenze inevitabilmente verticistica. Questo il funzionamento netto del meccano: il potere di proporre decreti legislativi spetta al Ministro delle Infrastrutture, al Premier e al Consiglio di Stato. In altre parole, si accorciano i tempi evitando il parere dell'organo in veste consultiva (così limitando future interpretazioni avverse in sede giudiziaria), si accentra la potestà propositiva in capo a un ministero tecnico e, in ultima analisi, al capo del governo. Ma non è tutto, perché il decreto semplificazioni (d. lgs. 77/2021) contiene due norme non meno lungimiranti: gli artt. 12 e 13, rispettivamente e significativamente rubricati poteri sostitutivi e superamento del dissenso. Creata una struttura solida ma agile (con cabina di regia, tavolo permanente di partenariato, segreteria accentrata, ufficio per la semplificazione, sistemi di controllo vari e rafforzamento dell'autonomia delle stazioni appaltanti), il decreto scongiura il rischio di stallo con un congegno para-contrattuale. In breve, se regioni, province, città metropolitane, comuni incaricati dell'attuazione delle opere non le eseguono o le eseguono tardivamente o difformemente dal prescritto, il Premier, su proposta della cabina di regia o del ministro competente, mette in mora gli interessati. Se dopo 30 giorni l'inadempienza permane, il premier convoca il Consiglio dei Ministri che individua l'ente, l'organo o l'ufficio oppure nomina uno o più commissari ad acta, con potere di adottare i provvedimenti del caso per eseguire i progetti. Lo stesso accade se l'attuazione sia demandata a soggetti diversi dagli enti territoriali ma il potere spetta al ministro competente e, se questo non vi provvede, la palla torna al Premier. Ma il decreto va oltre, anticipando anche i casi in cui dissenso, diniego, opposizione o simili provengano da un organo statale e siano tali da precludere, in tutto o in parte, la realizzazione di un intervento rientrante nel Pnrr. Qui scattano i meccanismi sostitutivi previsti dagli art. 117 e 120 della Costituzione. L'intero impianto di sicurezza è molto chiaro: ogni intoppo o ritardo può essere eliminato ricorrendo al cincinnato di turno. La storia recente lo dimostra: si è dovuto nominare un sindaco commissario straordinario per ricostruire in meno di due anni il ponte Morandi ed un generale di logistica per organizzare una campagna vaccinale in stile macchina da guerra e con burocrazia azzerata. L'autore di queste norme vede lontano e, anticipando gli intoppi, istituzionalizza la terapia d'urto basata sul criterio emergenziale. Sarà forse un metodo discutibile ma efficace. Nella saga degli highlander, questi combattevano al grido: ne resterà uno solo. Per il Pnrr finirà che resteranno solo i commissari o quasi. (riproduzione riservata)