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11/06/2020

Piano Colao, Pd e M5S freddi Il premier: solo un contributo

Il Mattino

Conte frena sul lavoro della task force: tra condoni e precari non piace ai 5Stelle
IL RETROSCENA
ROMA «Colao è stato scaricato quando la sceneggiata delle task force è finita». La sintesi brutale è di Carlo Calenda. Il leader di Azione non è lontano dal vero. Il giorno dopo che Vittorio Colao ha diffuso il suo piano con 102 proposte per la Fase 3, l'ex ad di Vodafone raccoglie ben pochi consensi nel governo. Certo, c'è Italia viva di Matteo Renzi che plaude al lavoro del suo amico, ma il più convinto sostenitore di scopre Matteo Salvini: «Molte delle sue proposte sono simili a quelle che avevamo presentato noi, il premier lo ascolti».
Un invito che difficilmente verrà accolto da Giuseppe Conte. Il premier avrebbe voluto tenere riservato il piano di Colao per evitare che conquistasse le luci della ribalta e già l'altra sera, parlando con i capi delegazione rosso-gialli, ha derubricato le proposte della task force a «contributo utile, una base di lavoro per arricchire il piano del governo per la ripartenza del Paese». Niente di più. E da palazzo Chigi aggiungono: «Il governo non può delegare le scelte, è la politica che deve decidere e fissare gli obiettivi».
Una linea in cui si ritrovano anche M5S, Pd e Leu. Tant'è che Anna Maria Bernini, capogruppo forzista in Senato, parla di «tiro a bersaglio». Diverse fonti accreditano inoltre la tesi in base alla quale Conte non intenda fare tesoro delle proposte di Colao per non far passare in secondo piano le ricette che illustrerà da venerdì agli Stati generali dell'economia. E perché teme, copione consolidato e consumato, la reazione dei 5Stelle.
Tra le 102 ricette di Colao ce ne sono infatti diverse che fanno venire l'orticaria ai grillini: la deroga, per ampliare i contratti a termine, al decreto Dignità voluto da Luigi Di Maio; il condono per il lavoro in nero e i redditi non dichiarati; la proroga delle concessioni, Autostrade incluse; il divieto per Comuni e Regioni di opporsi alle opere pubbliche strategiche; l'eliminazione del codice degli appalti e dei limiti di spesa con il contante. Tant'è, che la viceministra grillina Laura Castelli mette a verbale: «C'è bisogno di un confronto politico, c'è un problema di evasione e va risolto». E il ministro Federico D'Incà, anche lui pentastellato, avverte: «Bisogna stare attenti a parlare di sanatorie».
Niente applausi a Colao neppure dal Pd, anche se dal ministero dell'Economia guidato dal dem Roberto Gualtieri si fa sapere che «verranno adottate diverse proposte». Il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, al pari di Conte derubrica il piano della task force a «contributo alla discussione per la ripresa». E aggiunge: «La nuova fase richiede un cambio di passo, una svolta nel governo. Ho cominciato a leggere il piano Colao, alcune cose mi convincono, altre meno. La cosa che non mi convince per nulla è il fatto che, da ex sindaco e da ex ministro, l'Italia non può sempre far finta che non sia successo nulla. Ad esempio l'edilizia scolastica: nel 2013, quando partì il governo Renzi, aveva 200, 300 milioni, adesso ha a disposizione quasi 9 miliardi. Perché alcuni Comuni, alcune Regioni, sono riuscite a realizzare i piani a altre no? Dobbiamo andare nello specifico per capire cosa non è andato in passato e perché». Sulla stessa linea il ministro per il Sud, Beppe Provenzano, ministro per il Sud: «Nel rapporto della task force ci sono cose che mi piacciono altre che mi convincono molto meno. Mi piace la parte sullo sviluppo sostenibile. Quello che manca, ad esempio, è il tema delle aree interne». Di diverso avviso è il capogruppo in Senato, Andrea Marcucci, che parla di «piano molto interessante, capace di superare le arretratezze del Paese». Ma al pari degli altri dem e di Conte l'ex renziano corre a precisare: «Ora la decisione passa alla politica».
RENZI FUORI DAL CORO
Chi elogia, senza ma e senza se, il lavoro dell'ex ad di Vodafone è Italia Viva che apprezza che Colao abbia inserito tra le sue proposte il «piano choc per sbloccare le opere pubbliche». Maria Elena Boschi, capo delegazione renziana, afferma: «Molto bene, il piano va nella giusta direzione. Adesso passiamo dalle parole ai fatti, non possiamo perdere neppure un secondo». E il coordinatore Ettore Rosato si spinge fino a consigliare di «non fare» gli Stati generali dell'economia voluti da Conte: «Ora c'è il piano Colao». Della serie: basta quello. E non è il caso «di perdere tempo in riti, abbiamo bisogno di cose concrete».
Una stroncatura senza appello arriva da Leu. «Nel piano di Colao prevalgono ricette vecchie, che piacciono a Confindustria e che vengono sperimentate da 30 anni a danno del 99% dei cittadini. Il governo le lasci nel cassetto», tuona il portavoce Nicola Fratoianni. E i capogruppo di Camera e Senato, Federico Fornaro e Loredana De Petris si associazione: «Il comitato coordinato da Colao ha fornito contributi progettuali utili e altri francamente poco condivisibili, come i condoni e la svendita del patrimonio pubblico. Siamo fiduciosi che dagli Stati generali dell'economia potranno uscire altri spunti per la lotta alle diseguaglianze, la giustizia sociale e il contrasto allo svilimento del lavoro».
Alberto Gentili
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