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29/09/2018

Petronilla Carillo Salerno. Tre lunghi anni di pro…

Il Mattino

Petronilla Carillo
Salerno. Tre lunghi anni di processo, 57 udienze, otto ore di camera di consiglio. Alle 23.15 il verdetto dei giudici della seconda sezione penale di Salerno salva il governatore della Campania, Vincenzo De Luca. Si conclude così, con ventidue assoluzioni, il caso Crescent, ovvero il maestoso edificio di residenze di lusso realizzato su progetto di Ricardo Bofill sul frontemare di Santa Teresa per il quale erano andati a processo con l'accusa di falso ideologico, abuso d'ufficio e lottizzazione abusiva l'ex sindaco di Salerno, la sua giunta, i tecnici del Comune ed alcuni imprenditori. Una posizione, quella di De Luca, che il collegio giudicante (presidente Vincenzo Siani, a latere Ennio Trivelli e Antonio Cantiello) ha distinto dalle altre. Prescritti tutti i reati di falso, relativamente a quelli che per la procura erano «atti forzati»; per il solo governatore è stato dichiarato che non sussiste il reato per l'abuso d'ufficio. Per gli altri, invece, è stato dichiarato che è il fatto stesso a non costituire reato. E se questo riguarda tutte le norme paesaggistiche (il reato era stato contestato a vario titolo diversi imputati) per quelli di carattere urbanistico (autorizzazioni, diritti edificatori e varianti al piano urbanistico) i giudici hanno disposto che il fatto non sussiste.
L'ATTESA
Otto lunghe ore di camera di consiglio per trovare un accordo, alla luce anche di norme e sentenze che sono state portate nella stessa giornata di ieri all'attenzione del collegio giudicante. Oltre a quasi trent'anni di carcere per tutti gli imputati, i pm Rocco Alfano e Guglielmo Valenti, avevano anche chiesto la confisca dell'edificio. Lo hanno ribadito nel corso delle repliche fatte nella mattinata.
LA MATTINATA
Il dialogo a distanza tra la procura di Salerno e il governatore Vincenzo De Luca ha impegnato accusa e difese per l'intera mattinata di ieri. In sessanta minuti precisi di repliche i due pm avevano «risposto» all'ex sindaco De Luca il quale, nelle sue dichiarazioni spontanee, aveva parlato del Crescent come di «un'opera di pubblico interesse» per la «riqualificazione di un'area degradata» - quella prospiciente la spiaggia di Santa Teresa - sostenendo che «questo processo nasce da una serie di forzature sulla realtà dei fatti». Il procuratore aggiunto Alfano e il sostituto Valenti avevano ribadito i due concetti cardine della loro accusa: che il progetto della mezzaluna di Ricardo Bofill nasce da una volontà politica e che si concretizza in una totale violazione delle leggi. Era stato proprio Alfano a calcare da subito la mano, parlando non soltanto di azione politica ma di «istanza del Pd» e ricordando come il Comune abbia non soltanto modificato la destinazione d'uso dell'area (da produttiva a residenziale) ma come abbia anche realizzato opere di urbanizzazione che non erano di sua competenza.
LA VOLONTÀ POLITICA
«Il problema non è l'urbanizzazione dell'area - aveva precisato Alfano - ma è grave che le opere le abbia realizzate il Comune». Era stato sempre Alfano ad andarci giù ancora più duramente quando, in riferimento agli imprenditori imputati Rocco Chechile ed Eugenio Rainone, differenzia le due posizioni spiegando come «mentre Chechile era già proprietario dei diritti di edificazione (in quanto proprietario del Jolly Hotel poi abbattuto, ndr), per Rainone (che ha realizzato il Crescent, ndr) i diritti di edificazione erano direttamente collegati al bando». Bando che, secondo la pubblica accusa, sarebbe stato «forzato» attraverso l'abuso d'ufficio e il falso in atto pubblico, relativamente ai permessi e alla modifica del piano urbanistico». Violazioni che, a suo dire, sono state realizzate con l'aiuto di due tecnici, il dirigente comunale Lorenzo Criscuolo e il funzionario Matteo Basile, iconograficamente definiti come il motore e la chiave di accensione del processo di illegalità di cui «Vincenzo De Luca è stato la benzina».
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