scarica l'app
MENU
Chiudi
22/01/2019

Per un sindacato di progetto e proposta

Il Manifesto - Riccardo Chiari

Dal Piano del lavoro ai referendum «traditi»
n lavoro titanico. Da più di un punto di osservazione, il cammino della Cgil negli ultimi quattro anni rasenta l'impresa. Di fronte al sistematico attacco ai diritti del e nel lavoro, con un apogeo ben rappresentato dal jobs act, la Confederazione ha reagito facendo tesoro della sua, più che centenaria, storia. «In questi anni siamo andati in direzione ostinata e contraria - ha recentemente sintetizzato Susanna Camusso - mentre si plaudiva alla "liquidità", noi abbiamo scelto di rimanere solidi, e radicati. E, nel solco di un sindacato di proposta, abbiamo cercato di ampliare la partecipazione, con il Piano del lavoro, la Carta dei diritti e i referendum». La risposta alle «politiche d'impresa» del governo Renzi, forte del 40% del Pd alle europee del 2014, è la riconfermata presa d'atto che la forza del lavoro è la sua unità. La sua ricomposizione. Così nel febbraio 2015 il direttivo Cgil dà il via libera ad una consultazione degli iscritti (5,5 milioni), per chiedere di condividere, o meno, la proposta di legge di iniziativa popolare "Carta dei diritti universali del lavoro". In sostanza di attualizzare lo Statuto dei lavoratori, la legge 300/70 cui sono legate storiche conquiste del mondo del lavoro fordista. Un passaggio anche sentimentalmente non facile, che la Cgil supera chiedendo di ampliare le tutele e i diritti agli esclusi di ieri e di oggi. Passa dall'idea di tutelare il lavoro dipendente a quella di diritti in capo alla persona, a prescindere dalla tipologia contrattuale. Insieme, avanza la richiesta di ripristinare il diritto all'articolo 18 - cancellato dal jobs act - anche per i giovani a non essere licenziati «senza giusta causa», e in parallelo aprendo la legislazione di tutela alle imprese sotto i 15 dipendenti, senza dimenticare i lavoratori autonomi economicamente deboli. Chiedendo, inoltre, di armonizzare la legge 300 con i cambiamenti, epocali, intervenuti in ogni forma di lavoro. A fronte di una legislazione che, dal 1970 ai giorni nostri, è stata sempre connotata da (contro)riforme piccole e grandi. In particolare nellìultimo quarto di secolo. L'obiettivo, nel secondo decennio del nuovo secolo, è quello di riunificare il lavoro, estendere i diritti universali e ricostruire, attraverso il diritto al lavoro, quello alla cittadinanza. Mentre il metodo, leggi la «consultazione straordinaria» su una piattaforma sociale avanzata, apre la strada ad un salutare confronto fra gli iscritti e il sistema nervoso periferico della Cgil, quello rappresentato dai delegati di base e dalle loro strutture territoriali. Il cuore del sindacato. La discussione, positiva, porterà a due grandi novità: alla raccolta delle firme per la legge di iniziativa popolare sulla Carta dei diritti universali del lavoro, si accompagnerà un'altra raccolta di firme per tre referendum: contro la cancellazione dell'articolo 18 e per il reintegro dei lavoratori; per l'abolizione dei voucher; contro le norme che limitano la responsabilità solidale negli appalti. «È una stagione molto importante per noi - annotava all'epoca Susanna Camusso - sono importanti le firme ma anche aprire una nuova stagione di discussione su cos'è oggi il lavoro. Vogliamo che il paese torni a mettere al centro il lavoro, la politica economica e l'inclusione sociale: sono le uniche ricette per uscire dalla stagnazione in cui ci troviamo». Al successo di una strategia che poggia entrambe le gambe sul richiamo ai principi costituzionali, da quelli di base a quelli economico-sociali, non è estraneo il contemporaneo attacco del governo Renzi a quegli stessi principi. E la polarizzazione dello scontro, chiuso con la netta sconfitta degli apprendisti stregoni di una nuova Carta della Repubblica, dà ulteriore linfa all'iniziativa della Cgil. Così al milione e mezzo di firme iniziali se ne aggiungono milioni di altre, creando le condizioni giuridiche e sociali che dovrebbero sempre connotare il, delicato, istituto referendario. Alla caduta del governo Renzi dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, e alla nascita del governo Gentiloni, si accompagna la decisione della Consulta di ammettere due referendum sociali su tre: viene bocciato il quesito sull'articolo 18, vengono approvati quelli su voucher e appalti. Per la Cgil, soprattutto, si apre lo spazio per riportare al centro del dibattito politico il tema del lavoro, intercettando al tempo stesso quel pezzo di paese reale più colpito dalla crisi. Soprattutto per questo il governo Gentiloni correrà ai ripari disinnescando i referendum, con il ripristino della responsabilità solidale e l'approvazione di un nuovo Codice degli appalti. Mentre sui voucher sarà dato il via a un balletto parlamentare che misurerà le distanze fra la vita quotidiana e la sua rappresentazione politica. A tutto vantaggio delle due forze di opposizione considerate, a ragione o a torto, meno compromesse con il presente, e il passato. Dal canto suo la Cgil, con il tema della Carta dei diritti - che il Parlamento dovrà affrontare - e con un Piano del lavoro che guarda in profondità ai problemi, e alle possibili soluzioni, di chi per vivere deve lavorare, ritrova quell'energia necessaria per affrontare la stagione congressuale. Forte di una resistenza ormai certificata a un contesto non certo favorevole. Forte soprattutto di un metodo di lavoro collettivo che sarà alla base di una discussione aperta nei luoghi di lavoro. Il cui frutto è rappresentato dal documento congressuale "Il lavoro è", in grado di convincere il 98% degli iscritti al sindacato.