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16/06/2020

Per Landini è giustissimo regalare quattrini a tutti

Libero - ALESSANDRO GIULI

Il sindacalista che ci rovinerà
- Maurizio Landini ci porterà alla rovina? Il tonitruante capo della Cgil rischia di diventare il protagonista principale della fase post pandemica, incoraggiato com'è dal vento assistenzialista e parastatale che soffia dalle parti di Palazzo Chigi e dintorni. Intendiamoci: (...) segue ➔ a pagina 4 segue dalla prima ALESSANDRO GIULI (...) non è in questione il suo rigidissimo "niet" all'eventuale sblocco dei licenziamenti paventato per l'estate in arrivo, poiché la protezione dei posti di lavoro periclitanti a causa del coronavirus è una battaglia di civiltà ed è giusto ripeterlo anche agli Stati generali di Villa Pamphilj. Il punto è che Landini, sindacalista metallurgico scopertosi un po' pentastellato da almeno un paio d'anni, rappresenta la perfetta sintesi del socialismo irreale ancora serpeggiante nel cuore del Partito democratico e dell'utopia regressiva benecomunista promossa dai grillini. Non senza una inquietante spruzzatina di giustizialismo manettaro, di dottrina del controllo sociale e di diffidenza preventiva verso chi fa impresa e produce ricchezza malgrado il flagello fiscale. A giudicare dalle interviste che rilascia, dalle proposte che distilla e dai bersagli che mette sotto tiro, si può dire che l'Italia nell'èra del Covid-19 sia il brodo di coltura ideale del landinismo inteso come prosecuzione della lotta operaia con la paghetta di Stato, fra reddito di emergenza e pianificazione quinquennale (a debito). Tanto per fare un primo esempio: quando reclama il rafforzamento dei contratti nazionali come risposta al presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che invece suggerisce di allargare le maglie delle trattative aziendali, Landini dimostra di voler rispondere all'emergenza economico-sanitaria affondandosi a una concezione vetusta della società ancora incardinata sul conflitto di classe con gli industriali. LIBRO DEI SOGNI Non è una posizione pigra, è una dichiarazione d'intenti in linea con le aspettative di poter spendere molti quattrini in deficit per alimentare le solite rendite di posizione corporative. E dunque ecco spuntare i canonici beneficiari dei fondi d'emergenza, secondo i piani della Cgil: «Serve rivedere gli scaglioni di Irpef per favorire lavoratori e pensionati». Ovvero chi un lavoro ce l'ha già, meglio se nel settore pubblico, e chi vive di (legittimi) versamenti previdenziali. Ma tutti gli altri? Per loro Landini ha in mente il libro dei sogni antisvuluppisti più in voga al momento: «Lotta alla precarietà per affermare un lavoro stabile, dal mezzogiorno, dal sostegno della domanda interna e da politiche industriali, a partire dalla difesa dell'ambiente e dalla digitalizzazione». Parole d'ordine: ritornare al mondo pre Jobs Act, con modalità nemmeno keynesiane ma da trionfo delle spesa corrente (assunzioni a tempo indeterminato come se piovesse?) e guai a concedere qualcosa al "padronato". Mentre la parte operosa dell'Occidente risponde al rischio collasso con fondi perduti temporanei e liberalizzazioni del mercato anche attraverso corsie preferenziali per sbloccare cantieri, semplificare procedure e spietrificare contratti fossilizzati, qui da noi si preferisce assecondare la cultura del sospetto anti imprenditoriale con venature da Stato di polizia fiscale - «noi pensiamo a una riforma che parta dalla lotta all'evasione, dalla riduzione del contante e dall'aumento del tracciamento», va dicendo Landini di continuo - e con una persistente strizzatina d'occhi al partito delle manette indisponibile a una riforma espansiva del codice degli appalti. Con questi presupposti, l'Italia si avvia a declinare in una condizione di cassa integrazione permanente - la Cgil la chiama «riforma degli ammortizzatori sociali» - in cui quel che rimane dei ceti produttivi e della libera intrapresa dovrà anticipare sussidi pubblici erogati in ritardo ma contabilizzati dal Tesoro nelle sue alchimie debitorie. Con l'aggravante di un modello di sottosviluppo ricalcato sullo slogan tardosessantottino del "lavorare meno lavorare tutti" che Landini ha da poco esplicitato in un colloquio con Quotidiano.net: «Quello che è successo in queste settimane, anche con l'esplosione del lavoro da casa, pone una questione rilevantissima di rimodulazione e di gestione del tempo di lavoro, anche rispetto alla formazione. Sono consapevole che parlare di riduzione dell'orario significa parlare di un maggiore utilizzo degli impianti (anche 6 giorni su 6) o di più ampie aperture degli uffici: la maggiore efficienza e produttività possono essere utilizzate allo scopo e per ampliare l'occupazione e ridurre così gli orari di lavoro individuali». CETO MEDIO Stiamo parlando di un sistema chiaramente insostenibile se non attraverso l'intervento statale; e qui subentra l'intima complicità dell'internazionalista Landini con il cavallo di Troia tecnocratico: «Tutte le risorse europee devono essere utilizzate, comprese quelle del Mes. È un'occasione storica». Che cosa significa? Significa che il capo della Cgil immagina un'Italia assistenzialista e assistita da un potere europeo fondato sul vincolo esterno; una spirale di debito e desovranizzazione progressiva che finisce per non proteggere i poveri (finora così è stato) e proletarizzare invece il ceto medio delle libere professioni e del precariato da partite Iva. L'agenda Landini, questo capolavoro di desertificazione sociale e minorità politica, viene impetuosamente declamata con le migliori intenzioni - ne siamo certi - sui giornali e nelle televisioni, ma è nient'altro che il prologo di un declassamento collettivo irrimediabile. © RIPRODUZIONE RISERVATA
CONTANTI «Noi pensiamo a una riforma che parta dalla lotta all'evasione, dalla riduzione del contante e dall'aumento del tracciamento»
ORARI «La maggiore efficienza e produttività possono essere utilizzate per ampliare l'occupazione e ridurre così gli orari di lavoro individuali»

Foto: Maurizio Landini, segretario generale della Cgil dal gennaio 2019 (LaPr)