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03/10/2018

Per la Cgil un modello tedesco La sfida del candidato Colla

Corriere della Sera - Dario Di Vico

Sindacato INTERVISTA
Per il dopo Camusso «l'occupazione si difende con l'innovazione»
Vincenzo Colla è molto conosciuto nella Cgil ma poco all'esterno. Eppure potrebbe diventare il prossimo segretario della confederazione dopo Susanna Camusso. Piacentino, classe 1962, ha cominciato a lavorare a 14 anni, ha fatto l'operaio saldatore, poi delegato e segretario provinciale della Fiom e infine ha guidato per sei anni la Cgil dell'Emilia-Romagna. L'idea che ispira la sua azione e in qualche maniera la sua candidatura è che il conflitto sindacale vada spostato a monte, che il lavoro oggi in un'epoca di velocissimi cambiamenti non si possa difendere a valle quando tutte le decisioni che contano sono state già prese. «Non dobbiamo avere paura dell'innovazione - spiega -, dobbiamo avere l'ambizione di governarla stringendo un patto con le imprese. Se restiamo fermi ad aspettare ci tocca solo gestire i processi di espulsione. E invece noi vogliamo discutere di politica industriale. Abbiamo le competenze per farlo».

Messa così la sua sembra la ricetta di un sindacalismo alla tedesca.


«Non amo le etichette ma non le nascondo che guardo con favore all'esperienza della partecipazione che è alla base del modello tedesco di relazioni industriali. Da noi penso che possa essere speso per dare spinta a un Paese che ha bisogno di mettere mano alle sue filiere-chiave. La logistica e le infrastrutture, le reti energetiche, il 4.0. Non possiamo crogiolarci ripetendo che siamo la seconda manifattura d'Europa. E il sindacato può dire la sua a partire dalla gestione dei processi produttivi fino agli orari e all'evoluzione dell'inquadramento professionale».


Non crede che così rischia di disegnare un sindacato cerebrale che rinuncia al conflitto e perde contatto con la base?


«Tutt'altro. Il conflitto lo organizziamo per redistribuire i frutti dell'innovazione, il lavoro povero lo difendo se so leggere dove si crea la produttività e non accetto di spezzare in due la filiera. Da una parte la fabbrica ricca e intelligente e dall'altra un sistema degli appalti da far west. La contrattazione che auspico è capace di tenere tutto assieme, il negoziato salario-produttività in fabbrica per gli operai del 4.0 e i diritti dei facchini della logistica».


Il Paese però non sta andando nella direzione di progettare il suo futuro. E' ripiegato sul presente.


«In questa fase abbiamo politici bravi a fare le campagne elettorali, meno a governare. Ma il Paese invece di fare a botte con l'Europa dovrebbe attirare investitori pazienti per modernizzare il sistema produttivo. Le future imprese industriali verranno dalle autostrade elettriche».


Le scelte del governo Conte rischiano anche di sfasciare la finanza pubblica. Il sindacato assiste attonito o ha una sua ricetta per la sostenibilità del debito?


«La mia idea è che un Paese con un debito alto, una forte concentrazione di ricchezza privata e un'evasione enorme debba considerare insieme questi fattori con l'obiettivo di fare più giustizia e più investimenti, e per ridurre ineguaglianze insopportabili. E lo strumento non può che essere la patrimoniale. Tra ricchezza ereditaria e rendite finanziarie ballano 4 mila miliardi che se equamente redistribuiti darebbero risposta a nuovi investimenti e nuovo welfare».


Mentre in Cgil aumenta il numero dei dirigenti che guardano ai 5 Stelle lei viene descritto come filo Pd.


«In Emilia-Romagna ho condotto un lungo testa a testa con il Pd. E penso che Renzi ci abbia costretto a un conflitto giocato solo a valle delle sue decisioni, la disintermediazione era questo. Rispondo quindi che sono geloso dell'autonomia della Cgil, non amo il populismo e i leader piazzisti sempre alla ricerca di un nemico».


Crede nelle potenzialità del patto della fabbrica che avete scritto con la Confindustria?


«Certo ma so che se non c'è un'idea condivisa di sviluppo e non creiamo lavoro il patto va in sofferenza. Credo nei corpi intermedi e nella rappresentanza, insieme possiamo convincere il governo a lasciar stare le operazioni a breve e a riprogettare il Paese. Un esempio: non possiamo restare gomma-centrici nel trasporto e fermi al motore a scoppio, ci vogliono cura del ferro e auto elettriche. Questa è la politica industriale dei prossimi 20 anni».


Che ruolo devono avere il contratto nazionale e il negoziato in fabbrica?


«Il primo deve fissare il perimetro delle relazioni sindacali e dell'equilibrio salariale dare forza alla contrattazione decentrata. Ma per leggere dove va la produttività devo avere strumenti articolati, devo controllare le filiere. In questo modo posso evitare di svalutare il lavoro e affrontare una questione salariale che esiste e viene però dimenticata».


Se dovesse rifarsi alla tradizione della Cgil quali sono i leader che le sono più cari?


«Luciano Lama e la sua idea di tenuta del Paese. Bruno Trentin per l'attenzione alle trasformazioni, all'adeguamento della contrattazione e per l'etica della responsabilità».


Che giudizio dà della segreteria Camusso?


«E' il nostro segretario generale. Non ho mai votato contro le decisioni della segreteria. L'unità della Cgil è un bene primario che, come il rispetto rigoroso delle nostre regole va speso per migliorare le condizioni della nostra gente ma anche per creare una nuova relazione con le altre organizzazioni e porre le premesse di un rinnovato sindacato unitario».


E del suo concorrente Landini?


«Non lo considero un concorrente. Lo stimo e gli voglio bene. Ha iniziato a lavorare come me da ragazzo, ha fatto il saldatore come me, siamo due operai diventati dirigenti sindacali. Poi certo abbiamo idee e culture differenti ma fa parte della dialettica democratica e di quel pluralismo che è oggi ancora più necessario».


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Il profilo

Vincenzo Colla è candidato alla successione di Susanna Camusso alla guida della Cgil

Piacentino, classe 1962, ha cominciato a lavorare a 14 anni, ha fatto l'operaio saldatore, poi delegato e segretario provinciale della Fiom e infine ha guidato per sei anni la Cgil dell'Emilia-Romagna

«Non dobbiamo avere paura dell'innova-zione - spiega -, dobbiamo avere l'ambizione di governarla stringendo un patto con le imprese. Se restiamo fermi ad aspettare ci tocca solo gestire i processi di espulsione. E invece noi vogliamo discutere di politica industriale. Abbiamo le competenze»

Padri nobili

I leader Cgil che mi sono più cari? Lama e la sua idea di tenuta del Paese, Trentin per l'attenzione alle trasformazioni


Foto:

Vincenzo Colla, classe 1962, possibile successore di Susanna Camusso alla guida della Cgil

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