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04/08/2020

Per la buona sanità cruciale l’attenzione al territorio

Il Sole 24 Ore - Achille Coppola e Marcello Tarabusi

INTERVENTO
Il Patto per la salute 2019-2021 portava la spesa sanitaria pubblica a 118 miliardi. Il Def, dopo l'emergenza Covid-19 innalza a 119 miliardi il fabbisogno 2020, 120,5 nel 2021. L'incidenza della spesa pubblica sul Pil arriva al 6,9%, contro una media del 7-8% nelle principali economie Ue. Il rapporto Oasi 2019 indica che la quota pubblica della spesa sanitaria in 7 anni (2010-2017) è scesa dal 78,5% al 73,9%: su 1.000 euro spesi in salute, nel 2010 785 li pagava il pubblico e le famiglie ne pagavano 215 (in piccola parte, tramite sistemi assicurativi); nel 2017, la quota dei privati cresce a 261 euro (+21%).

Nel Regno Unito la copertura pubblica è al 78,8%, in Francia e Germania sopra l'80 per cento. Tra i «Frugal four» l'Austria è al 74%, gli altri tre abbondantemente sopra l'80 per cento. L'Italia nel 2017 aveva quota pubblica inferiore al più frugale dei paesi frugali. Gli open data Istat per il 2019 danno la copertura pubblica al 74,15% ed una spesa delle famiglie di 35,7 miliardi in proprio e 4,3 miliardi attraverso coperture volontarie (assicurazioni, welfare aziendale, terzo settore).

Davvero l'Italia spende così poco per la sanità? La risposta non è scontata. Ci sono settori, come la farmaceutica territoriale, che hanno avuto una forte contrazione: la spesa netta è scesa da 12,3 miliardi del 2006 è a 7,9 del 2019 (-36%); la spesa al lordo degli sconti Ssn è scesa solo del 25%, per cui il differenziale deriva dalla riduzione dei margini. Altre componenti hanno una dinamica crescente: la spesa per il personale è passata da 29,5 miliardi nel 2002 a quasi 36 nel 2018, i consumi di beni e servizi sono più che raddoppiati nello stesso periodo, da 15 a 33,5 miliardi; ma mentre l'incidenza del personale sul totale è scesa (dal 37% al 30%), quella di beni e servizi è salita dal 19% al 29%. Le componenti retribuzioni e acquisti di beni servizi assorbono il 66,2% su base nazionale, ma il dato disaggregato per regioni indica una distribuzione molto variegata: in media 66,6% al Nord (con picchi all'80% in Valle D'Aosta e Provincia di Bolzano e la Lombardia sotto il 60%), 67% nel Centro e 65% in Sud e Isole. Anche nel mix ospedali/territorio le regioni investono quote di Pil molto differenziate tra loro, con le quote più alte pari al triplo delle più basse. L'apparente insufficienza del rapporto spesa Ssn/Pil nel nostro paese non dipende da una generale frugalità, quanto piuttosto da tagli lineari sulle componenti più visibili e controllabili della spesa: retribuzioni del personale sanitario inferiori alla media europea e prezzi dei medicinali negoziati da Aifa più bassi che in altri paesi Ue.

Il Cndcec ha già elaborato una serie di proposte per l'immediato (come anticipato anche già sul Sole 24 Ore) e sta lavorando ad una serie di proposte a tutto campo per valorizzare le filiere del settore sanitario e potenziare tutto il sistema della sanità territoriale: riqualificazione tecnologica e informatica di strutture pubbliche e private, revisione dei modelli di remunerazione (non solo quella delle farmacie, al palo da anni, ma anche l'omogeneizzazione dei criteri di remunerazione e rendicontazione delle strutture private accreditate) per potenziare le attività di screening e prevenzione, monitoraggio dell'aderenza alle terapie e presa in carico dei pazienti attraverso la programmazione e l'accesso partecipato ai servizi; coinvolgimento del terzo settore; misure sulla fiscalità dei consumi (aliquota Iva ridotta sui dispositivi medici e Dpi, superando l'attuale esenzione temporanea sui soli beni Covid19) e degli investimenti (Iva agevolata su opere edili ed impiantistiche; sgravi sull'ammodernamento tecnologico e informatico); incentivi alla creazione di aggregazioni e reti tra Pmi e operatori.

Last, but not least, è indispensabile disboscare le stazioni appaltanti. L'Italia, dopo molte riforme del codice degli appalti, ha ancora il sistema più frammentato d'Europa: in Francia le stazioni sono 30, in Italia migliaia. Creare un sistema efficiente e professionalizzato di stazioni appaltanti significa costruire la capacità di scegliere con competenza le forniture e programmare efficacemente gli investimenti indispensabili nei prossimi anni: la vera tassa in questo sistema è oggi la burocrazia.

Achille Coppola è segretario Cndcec, delegato gruppo di lavoro
Service economy

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