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02/03/2021

«Per avere la pensione… bisogna lavorare»

Libero - GIOVANNI TERZI

I terzisti 72 / Interviste con i protagonisti
Antonio Mastrapasqua, ex presidente Inps: «La burocrazia non è il male assoluto. Più soldi al turismo per far ripartire il Paese»
■ Dopo sette anni di silenzio, Antonio Mastrapasqua è tornato a parlare. Lo ha fatto lo scorso mese di novembre nella trasmissione di Massimo Giletti, facendosi chiedere scusa. «Non pretendevo le scuse che Giletti mi ha r i c o n o s c i u t o , ma di fronte all'ennesima falsità su di me non ho resistito. Ho preso il telefono, ho chiamato in diretta Luca Telese e sono stato invitato a "Non è l'Arena" per chiarire un episodio della vita dell'Inps, la cui responsabilità era stata fatta ricadere su di me. Tutto falso. L'ho dimostrato carte alla mano, e Giletti correttamente ha chiesto scusa». Però anche lei: sette anni di silenzio!.. Da quando ha lasciato la presidenza dell' Inps è stato irraggiungibile per tanto tempo. «Ho dovuto difendermi da tante accuse infondate. Ora quelle accuse sono finite in una bolla di sapone. La giustizia ha fatto il suo corso e io non devo chiedere scusa di nulla». Ora che cosa fa? «Lavoro. È una delle cose che so fare meglio. Mi occupo di imprese, come ho sempre fatto, anche prima di servire lo Stato alla presidenza del più grande ente pubblico del Paese». Ha nostalgia della pubblica amministrazione, dell'Inps? «Ho tanti bei ricordi di collaboratori validi e integerrimi, dediti alla cosa pubblica. Ma ora mi occupo d'altro. Non mi va di vivere con lo sguardo rivolto al passato». E infatti, da quando ha rotto il silenzio da Giletti, ha cominciato a socializzare: opinioni, riflessioni, commenti sui temi d'attualità sul suo blog. Però non dice una parola sulla politica. «Non mi sono mai occupato di politica. Ho sempre guardato con attenzione professionale al mondo delle imprese e del lavoro. Sono figlio di consulenti del lavoro. Sono dottore commercialista. Ho uno studio professionale da tanti anni, attraverso il quale ho conosciuto e frequentato molte aziende. Mi hanno fatto la colpa di essere troppo attivo. Ma questa è la mia vita. E in questa mia vita ho avuto anche un lungo periodo in cui ho visto da vicino la macchina dello Stato, la tanto bistrattata burocrazia». Non si unisce al coro dei detrattori dei burocrati? Non crede che la burocrazia sia una palla al piede dell'economia italiana? «La burocrazia potrebbe essere vista come il debito pubblico, nella contrapposizione sintetizzata la scorsa estate da Mario Draghi al meeting di Rimini. Così come c'è un debito pubblico buono - "se utilizzato a fini produttivi, a esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca" - che si contrappone a un debito pubblico cattivo - quello che viene "utilizzato per fini improduttivi", quindi insostenibile -, così potremmo dire che c'è una burocrazia buona e una burocrazia cattiva. La prima aiuta imprese e cittadini nella loro produttività economica e sociale, la seconda frena, blocca, inibisce l'operosità e la capacità di intrapresa». Eppure la burocrazia italiana è accusata un po' da tutti... «Non sono mai stato tra quelli che hanno amato buttare la croce sulla burocrazia tout court. Di più: non mi appassiona l'insulto alla burocrazia e ai burocrati del nostro Paese. Non solo perché ho avuto il piacere e l'onore di servire per anni il più grande ente pubblico del Paese, e ho visto e conosciuto migliaia di efficienti lavoratori e dirigenti». Ma ci sono tante pecore nere, no? «Come in ogni azienda, pubblica o privata. E lo posso dire serenamente, anche perché ho avuto e ho la ventura di frequentare molte efficienti imprese private. In una recente intervista, Sabino Cassese faceva notare che "a partire dai capi dei governi, si disprezza la burocrazia, alla quale si fanno risalire tutte le colpe dello Stato". Ma quasi sempre a torto. Nel suo ultimo libro, il padre dei costituzionalisti italiani rammenta quello che scriveva Francesco Saverio Nitti: "I ministri che hanno per abitudine di far cadere tutte le responsabilità sulla burocrazia, dan prova della propria incapacità. Nei tempi normali un vero capo trova sempre modo di utilizzare i suoi dipendenti. E se proprio i suoi dipendenti sono incapaci, trova il modo di eliminarli". Conclusione di Cassese, che umilmente sottoscrivo: "La burocrazia italiana ha molte responsabilità, ma molte altre sono del corpo politico, sia perché i legislatori esondano, sia perché i governi lottizzano". La burocrazia funziona o funziona meno a seconda di chi la guida e la dirige». Sul suo blog ho letto in questi giorni anche considerazioni approfondite su alcuni aspetti dell'economia del Paese. Ad esempio, ha lanciato l'allarme sul fronte del turismo e sul futuro della montagna. Come mai questa attenzione? «La montagna mi piace da sempre. Da camminatore quasi instancabile, da appassionato sciatore. Ma poi incontro tante persone. E mi sembra che l'economia reale del Paese a volte venga poco avvertita da chi governa. Montagna e turismo costituiscono un binomio che potrebbe fare bene al futuro e alla ripresa resiliente del Paese. Speriamo che il Recovery Plan, che sarà prodotto dal nuovo governo, veda le risorse destinate al turismo crescere oltre la soglia di quei modesti 8 miliardi (sui 209 disponibili) di cui si parla nella bozza del governo Conte bis. Briciole per quella che sarebbe la prima "industry" del Paese per fatturato e occupazione. Nel 2019 il turismo in Italia ha fatto registrare 131,4 milioni di arrivi, 436,7 milioni di presenze e una crescita del 2,6% sull'anno precedente, arrivando a occupare circa 4,2 milioni di persone. Un segmento dell'economia nazionale che pesava per circa il 13% del Prodotto interno lordo, secondo i dati Enit. Addirittura il 14% secondo i dati forniti da Mario Draghi. C'è un problema di infrastrutture che resta irrisolto. Quando si tornerà a viaggiare - e di certo si tornerà a viaggiare - continuerà a essere più facile andare in Andalusia che in Calabria. Così come in montagna sarà più facile raggiungere Zermatt che Cervinia, Sankt Moritz piuttosto che Cortina. Infrastrutture di trasporto vecchie di cent'anni». Grandi opere. Necessarie, necessarissime. Ma da noi si progettano e poi non si eseguono, tranne che per il caso del nuovo ponte di Genova. «Di certo non si può più aspettare. Il Decreto Semplificazioni è del luglio scorso. Il Codice degli appalti è stato snellito. Abbastanza? Il testo rimanda al vecchio Sblocca Cantieri che introduce - non più in deroga come è stato fatto per il nuovo ponte di Genova - la figura dei commissari per accelerare l'iter di realizzazione delle opere. Ma forse bisognerebbe aprire un canale stabile di comunicazione con le Regioni, al posto di quella trincea di diffidenza che è stata creata. C'è bisogno della massima convergenza possibile da parte delle comunità locali. Per questo non conveniva nominare tra i commissari anche qualche sindaco o governatore di Regione? A Genova, col sindaco Marco Bucci, ha funzionato. Perché non replicarlo? Ma quando si procede sempre in deroga, forse vuol dire che servono nuove norme. No?». Mi permette di tornare all'Inps? «Se crede». In questa lunga emergenza sono balzati agli occhi di tutti alcune inefficienze dell'Inps. Lei ha consigli da dare a chi oggi guida l'Istituto? «No, guardi, sono l'ultima persona che ama fare il maestrino. Quando ho avuto l'onore di servire il Paese alla presidenza dell'Inps, ho avuto da gestire due delle grandi crisi dell'ultimo quindicennio: le conseguenze della crisi del 2008, il pieno della crisi del 2012-2013. Credo di non avere fatto male. Ma non amo cantarmi le lodi. L'Inps è una grande risorsa del Paese. Ci sono tante lavoratrici e lavoratori e dirigenti che fanno benissimo il loro lavoro. Quando si hanno 40 milioni di clienti (più o meno tanti sono gli italiani che ricevono prestazioni dall'Inps) è facile avere dei punti di criticità. E il momento è difficile per tutti». Quindi non si poteva fare meglio? «Si può sempre fare meglio. È una regola che vale per tutti quelli che si assumono responsabilità». Quindi possiamo stare tranquilli per le pensioni? «Le ripeto, non ho più titolo per parlarne. Ma è giusto ripetere che le pensioni sono il frutto del lavoro. Il problema è il lavoro, è far ripartire l'economia del Paese. Senza ricchezza non c'è welfare. Le pensioni sono come un'obbligazione. Se lo Stato non garantisce le pensioni, è perché è uno Stato fallito. Non credo che l'Italia fallisca». Possiamo sperare nel futuro del Paese, anche grazie al governo Draghi? «In questi giorni ho letto con interesse un articolo del direttore del Foglio . Scriveva che "la borghesia italiana che oggi si dice entusiasta e commossa per il modello Draghi è la stessa che negli ultimi anni per provare a rinnovare le élite ha puntato con passione sul populismo giudiziario", ha scommesso sulla cultura delle manette, sul pregiudizio - nel senso tecnico di un giudizio mediatico prima di quello giudiziario, come una moderna gogna - sull'anti-casta che è diventata anti-politica e anti-istituzioni. Io credo ancora nelle istituzioni del Paese, non in chi le ha vilipese, gettando fango sui suoi servitori. Credo che il governo Draghi sia una grande opportunità per recuperare un senso dello Stato e delle istituzioni che molti avevano perso». © RIPRODUZIONE RISERVATA CULTURA MANETTARA «C'è chi ha scommesso sulla cultura delle manette, sul pregiudizio nel senso di moderna gogna, sull'anti-casta diventata anti-istituzioni. Io credo nelle istituzioni del Paese, non in chi le ha vilipese, gettando fango sui suoi servitori» AIUTO O FRENO «C'è una burocrazia buona e una cattiva. La prima aiuta imprese e cittadini nella loro produttività economica e sociale, la seconda frena, blocca, inibisce l'operosità e la capacità di intrapresa» ■ Sette anni di silenzio e una scelta umana di non rilasciare alcuna dichiarazione durante le fasi processuali che lo riguardavano. Antonio Mastropasqua è anche questo: un uomo profondamente legato alle istituzioni che ha servito con dedizione e attenzione analitica. A meno di cinquant'anni era già presidente dell'Inps, ed oggi la sua esperienza sarebbe preziosa per un Paese che ha visto, durante la pandemia, persone e famiglie soffrire per le risorse economiche che non arrivavano. Oggi Antonio Mastrapasqua lavora nel privato, ha abbandonato quel ruolo pubblico che in modo impeccabile aveva ricoperto. Ma la passione per la "cosa pubblica" rimane, e in quest'intervista racconta alcune sue ricette per rivedere il nostro Paese dopo la pandemia.

Foto: Antonio Mastrapasqua, 61 anni, è stato presidente dell'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (Inps) dal 2008 al 2014