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26/05/2020

Pd, monta il malumore verso M5S La tentazione del voto anticipato

Il Messaggero - Alberto Gentili

IL RETROSCENA
Zingaretti teme per la tenuta del governo: troppe tensioni, così si rischia la rottura Ma Franceschini scommette sulla durata fino al 2022, quando si eleggerà il Presidente I SOSPETTI SU DI MAIO CHE NON HA ESCLUSO LE LARGHE INTESE IN CASO DI CRISI: «UN AVVERTIMENTO A PALAZZO CHIGI»
ROMA Nicola Zingaretti viene descritto dai suoi «molto preoccupato». «Il Pd difende e sostiene il governo Conte con convinzione, ma non può essere il solo partito a mostrarsi responsabile. Ci sono troppe fibrillazioni, troppi scricchiolii. A furia di litigare si rischia la rottura», fanno filtrare dall'entourage del segretario. E Andrea Orlando, il vice di Zingaretti: «Gli ultimatum degli alleati possono logorare». Meno catastrofista, come da copione, è Dario Franceschini. Per il capodelegazione dem al governo, la cosa più probabile è che l'esecutivo rosso-giallo vada avanti fino al 2022, fino all'elezione del capo dello Stato. L'OPZIONE Eppure al Nazareno ormai non viene esclusa l'opzione delle elezioni anticipate a settembre o, più probabilmente (epidemia permettendo) a febbraio-marzo 2021, visto che è difficile fare campagna elettorale in agosto: «Tutto dipende da ciò che accadrà nei prossimi mesi, se la crisi economica dovesse aggravarsi e le tensioni sociali dovessero montare, il voto diventerebbe un'ipotesi concreta. Altre formule di governo, come quella di unità nazionale, sono impraticabili». Parole che servono anche a spaventare e a mettere in riga i grillini: «Quelli sono terrorizzati dalle elezioni, se perdono il posto in Parlamento non lo rivedono più». A preoccupare Zingaretti, che confida di avere «fastidio fisico per le polemiche inutili», è infatti lo scontro montante con i 5Stelle, meglio: con l'ala destra del Movimento incarnata da Luigi Di Maio. E il nuovo spazio in maggioranza che si è conquistato Matteo Renzi, foriero di ulteriori scaramucce. Il ` segretario dem nelle ultime ore ha messo in fila le zuffe più recenti: dal Mes alla regolarizzazione dei migranti, dalla questione della scuola al nodo del codice degli appalti, per finire con lo scontro feroce su Autostrade che fa dire al sottosegretario Salvatore Margiotta: «Se si tira troppo la corda, c'è il rischio che si spezzi». Appunto, questo è il timore. E non c'entra la questione della ricandidatura a sindaco di Virginia Raggi che Zingaretti ha bollato come «una minaccia, piuttosto che una notizia»: «Quella è una vicenda squisitamente romana», spiegano i suoi. E neppure il fatto che Di Maio abbia evocato, nell'intervista al Messaggero, il governo di unità nazionale affermando che in caso di crisi «non esistono automatismi» verso le elezioni. Per il Pd le parole del ministro degli Esteri sono «una minaccia a Conte, un avvertimento, visto che non fa che ripetere che il premier è ormai schiacciato sulle nostre posizioni». A nessuno è però sfuggito, e questo ha innescato più di un sospetto, che Di Maio abbia più o meno usato le parole del leghista Giancarlo Giorgetti, vero sostenitore di un governo di unità nazionale in nome della ricostruzione post-epidemia. Una soluzione che nel Pd non convince nessuno, perché in un governissimo il partito perderebbe quella centralità di cui il segretario ha esaltato venerdì scorso, ricordando la «drammatica sconfitta del 2018». Ad inquietare e ad allarmare Zingaretti è la precaria tenuta della maggioranza rosso-gialla. Tant'è che al Nazareno tengono sott'occhio i sondaggi, verificando settimanalmente di quanto si è ridotta la forchetta con la Lega. Per capire se è possibile il "sorpasso" che in caso di voto anticipato, consegnerebbe al Pd le carte per decidere il nuovo governo e condurre la partita per il Quirinale. E per valutare fino in fondo sino a che punto essere pazienti con i 5Stelle e Renzi. «Se Conte non ce la dovesse fare a gestire la ripartenza e montassero le proteste sociali», afferma un alto esponente dem nell'esecutivo, «il rischio di crisi diventerebbe concreto e dopo, come ha detto Mattarella, ci sarebbero solo le elezioni». DARIO IL PRUDENTE Non molto dissimile la posizione di Franceschini. Chi ha parlato con il ministro della Cultura nelle ultime ore l'ha trovato ancora convinto che Conte arriverà almeno fino al 2022. Quando, appunto, si giocherà la partita per il nuovo capo dello Stato. Perché, come dimostra la vicenda di Renzi, anche chi vuole tirare la corda alla fine si ferma sul ciglio del burrone. Eppure, anche Franceschini teme i mesi difficili che si annunciano, annusa i pericoli della protesta sociale che potrebbe aggravarsi se il decreto "Rilancio" dovesse fallire e innescare una crisi economica ancora più rabbiosa. Ma senza arrivare alla conclusione di elezioni anticipate nei prossimi mesi, a meno che il governo guidato da Conte non collassi. Ed escludendo sia governissimi, sia un premier diverso da Conte con la stessa maggioranza. Ma questo forse più per scaramanzia, visto che in molti lo indicano come il successore naturale dell'avvocato. © RIPRODUZIONE RISERVATA 1MAGGIORANZA DIVISA 2 3 Il nodo giustizia Dopo che il Guardasigilli M5S Bonafede ha superato in Senato il voto di sfiducia, Pd e Italia Viva presentano il conto sia sul tema della prescrizione, sia sulla riforma del processo penale con tempi brevi e certi Il futuro di Autostrade M5S vuole la revoca della concessione, il Pd e Iv invece la revisione con indennizzi, revisione delle tariffe etc. Solo dopo il via libera al prestito di 1,2 miliardi richiesto dalla società del gruppo Benetton. I grillini però si oppongono Il decreto sulla scuola Se il provvedimento non andrà in Aula la prossima settimana rischia di decadere. Ma le distanze tra Pd e 5Stelle sulla questione del concorsi sono ancora ampie e oggi il premier Conte tenterà una nuova mediazione.

Foto: (foto LAPRESSE)


Foto: Il premier Giuseppe Conte