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23/10/2020

«Opere ferme, 40mila addetti persi»

La Nuova Sardegna - di Silvia Sanna

La denuncia di Tilocca, Ance: il groviglio di norme paralizza l'edilizia, il codice degli appalti deve essere cancellato
di Silvia SannawSASSARII fondi per realizzarli restano in freezer insieme ai progetti e quando finalmente l'appalto si sblocca, si scoprono due cose: i progetti sono vecchi e superati, esattamente come i prezzi stabiliti in fase di gara. È logico che accada dopo 12-13 anni di attesa, ma non è per nulla normale quello che accade dopo: i costi non vengono aggiornati e l'impresa che si aggiudica l'appalto deve stare dentro gli importi fissati inizialmente, come se il tempo si fosse fermato. L'impresa ci prova lo stesso, perché quasi nessuno rinuncia in partenza a un appalto e prova a stare nei costi, tagliando dove è possibile. A un certo punto però non si può più tagliare e l'impresa a malincuore getta la spugna. Perché con quei prezzi fuori mercato è impossibile pagare i fornitori e i dipendenti. Il cantiere si ferma: l'opera, partita con 12 anni in media di ritardo, non vede la luce. Pierpaolo Tilocca, presidente regionale dell'Ance (associazione costruttori), da anni denuncia la trappola mortale in cui è finita l'edilizia. Parte dai 4 miliardi fermi nelle casse dell'Anas, destinati a realizzare strade e opere strategiche nell'isola, e spiega le conseguenze di questo blocco partendo dai numeri: «Quarantamila addetti in edilizia persi negli ultimi 10 anni più tutti gli altri nell'indotto, addio a quasi il 60% delle imprese di costruzione, crollo della produzione del 50%. Si poteva evitare? Forse sì, ma non si è fatto nulla. Negli anni la situazione è solo peggiorata e la mazzata è arrivata con il Codice degli appalti che invece di semplificare le procedure ha provocato la paralisi». Il dito è puntato contro i criteri di aggiudicazione cervellotici che rallentano l'iter di approvazione dei progetti: «Quando finalmente c'è il via libera si scopre che i prezzi non sono stati adeguati nonostante la legge prevede che si fatto ogni anno. Un appalto da 100 milioni di euro dopo 12-13 anni vede i costi lievitare del 30-50% ma questo allo Stato non interessa. E l'impresa è obbligata a fare gli stessi ribassi anche se il prezzo non è più congruo». Di fatto si va a lavorare in perdita, in un tentativo disperato di non rinunciare all'appalto. «Quasi sempre finisce male - aggiunge il presidente dell'Ance - con le imprese che falliscono a causa dei prezzi troppo bassi e che spesso non coprono neanche il 50-75% dei costi». A quel punto gli operai vanno a casa e il cantiere si blocca andando ad allungare il triste elenco delle incompiute». E da lì è ancora più difficile tirarlo fuori, ancora una volta per colpa del groviglio di norme, di una burocrazia che non lascia respiro e che spesso fa paura. Stare dentro tutte le regole è impossibile e lo dimostra il fatto che quando lo Stato vuole realizzare celermente le opere «ha sempre derogato al 100% le stesse norme. L'ultimo esempio è offerto dal Ponte di Genova costruito a tempo di record: se si fosse seguito il codice l'opera sarebbe andata in appalto dieci anni dopo il crollo - sottolinea Tilocca -. Lo Stato che deroga alle norme che lui stesso si è dato è la certificazione del fallimento: per questo bisognerebbe avere il coraggio di dire che il Codice degli appalti va buttato via». L'altro esempio è ancora più recente: «Il mega bando per la riqualificazione degli ospedali da 1.4 miliardi, con 42 milioni riservati alla Sardegna, è stato fatto interamente in deroga al Codice: il bando è stato pubblicato il 1 ottobre con scadenza delle offerte fissata al 12 dalla presidenza del Consiglio. Se lo stesso Stato va in deroga, cosa ci possiamo aspettare dalla pubblica amministrazione? Qualsiasi funzionario o Rup (responsabile unico procedimento ndr) di fronte alla possibilità di fare ripartire un'opera, si ferma per il terrore di incorrere in potenziali responsabilità personali, anche di danno erariale. Da qui, blocco della firma: fuga dalle responsabilità, infrastrutture anche di portata significativa per i cittadini che invece di superare l'ostacolo giacciono inermi con costi che poi invece lievitano per la collettività e magari alimentano anche pesanti contenziosi per la pubblica amministrazione». Un circolo vizioso dal quale si può uscire solo in un modo: semplificando le norme, o meglio introducendo norme che non c'è bisogno di derogare. «Altrimenti continueremo a fare la conta dei fondi non spesi e delle opere non realizzate - conclude Tilocca -. La Sardegna nell'Obiettivo 1 avrà ancora più risorse. Rischiamo di farcene poco. E nel frattempo l'elenco delle imprese che gettano la spugna e dei lavoratori a spasso si allungherà inesorabilmente».