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09/06/2019

OPERE. DECRETO TRAIDUBBI

Corriere del Veneto

Sbloccacantieri
di Paolo Costa L a conversione in legge del decreto «sbloccacantieri» è il primo terreno scelto da Lega e M5S come test di applicazione del contratto di governo rivisto dopo le elezioni europee: un terreno particolarmente scivoloso. Correva l'anno 1997 quando il Parlamento italiano approvava - su proposta di chi scrive - il primo decreto etichettato «sbloccacantieri». Da quella data nessuno dei governi succedutisi fino ad oggi si è privato dell'ebbrezza di provare a sua volta a «dare impulso al sistema produttivo mediante misure volte alla semplificazione del quadro normativo e amministrativo connesso ai contratti pubblici». Ogni volta (decreti Salva Italia, Sblocca Italia, norme di «sburocratizzazione» infilate in qualche altro provvedimento, ripetuti tentativi di riforma organica del sistema degli appalti pubblici, etc.) cercando la panacea dell'accelerazione della realizzazione delle infrastrutture da ottenere smontando le norme approvate dal precedente governo. Un procedere alla cieca, prigioniero dell'alternativa, assurda, tra corruzione da combattere frenando le opere o lavori da accelerare allentando la presa sui corrotti. Una tela di Penelope, continuamente fatta e disfatta, essa stessa origine di instabilità e accavallamenti normativi, a loro volta causa degli ingorghi procedurali da «semplificare». Difficilmente l'attuale «sbloccacantieri» avrà sorte migliore. Con un handicap in più. Perché la semplificazione funziona non solo se supera indenne lo scoglio della corruzione, ma se libera da vincoli opere già finanziate o non bloccate per mancanza, eufemisticamente, di consenso. Qui non ci siamo. E non solo dal lato consenso. Opere già finanziate come l'alta velocità Torino-Lione, o la gronda di Genova o il passante di Bologna non sono certo bloccate da intralci burocratici da semplificare. Oggi lo scoglio in più è che a differenza del 1997 non ci sono «tesori» da centinaia di milioni di euro - di cantieri Anas (strade) o Gescal (case popolari) che attendono, come allora, solo di esser sbloccati. L'attuale «sbloccacantieri» non mette a disposizione un solo euro statale e non osa nemmeno provare a coinvolgere il finanziamento privato (alla finanza di progetto occorrerebbe quella stabilità normativa che l'ennesimo stop and go su più parti del codice dei contratti contribuisce a mettere in crisi). Il decreto spera di mobilitare i pochi euro oggi a disposizione dei Comuni e delle Regioni o poco di più. Anche la nomina di commissari alle singole opere produrrà ben poco: i commissari non creano finanziamenti né creano il consenso. Possono, questo sì, fare da foglia di fico per l'ennesimo elenco di opere «prioritarie» a futura memoria, invece che da quell'esercizio di pianificazione tecnicamente fondata e democraticamente condivisa - prevista da leggi mai contraddette - alla quale i governi si sottraggono da anni. Paolo Costa