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24/06/2020

Oma non paga, pignorati i conti a Pignone

Il Tirreno - Alessandra Vivolia.v.

La ditta interna appaltatrice non corrisponde stipendi e tfr ai lavoratori, il giudice: deve versarli l'azienda "madre"
Alessandra Vivoli / massaiUna grossa società con sede a Pescara, la Oma (Officine Meccaniche Angelucci) che da anni lavorava in appalto all'interno del Pignone. Un appalto milionario e decine e decine di operai che si ritrovano a fare i conti con retribuzioni non pagate. Di questi una decina si rivolgono all'avvocato del lavoro Claudio Lalli e per tre si arriva a una soluzione imposta dal giudice (quello di Firenze per le esecuzioni): i soldi- circa da 5 a oltre 10mila euro per posizione - saranno prelevati direttamente dalla banca, la Unicredit, e dai conti correnti della multinazionale. La vicenda è complessa e, ad oggi, può essere raccontata solo partendo dai dati, dai decreti e dalle disposizioni del tribunale. la vicendaCi sono alcune retribuzioni non pagate (quella di ottobre 2019, parte del mese di febbraio e 10 rate di tredicesima e talvolta anche tfr) al centro della vicenda finita in tribunale. Una vicenda che vede una decina di operai, e un avvocato esperto in materia di lavoro, contro il "colosso" Pignone. Le retribuzioni sono quella che l'azienda Oma avrebbe dovuto versare ai dipendenti che lavoravano in appalto all'interno del Pignone. Con la dichiarazione di fallimento quei soldi in busta paga non sono mai arrivati. Alcuni operai si rivolgono all'avvocato Claudio Lalli che, impugna attraverso una legge del 2003, norma che prevede che chi dà in appalto i lavori è obbligato a versare retribuzioni e contributi ai lavoratori in caso la società appaltatrice sia inadempiente. In questo caso l'azienda che ha affidato il lavoro in appalto alla Oma è la Nuovo Pignone srl. Proprio rifacendosi a quello che dice la legge l'avvocato Lalli rassicura la decina di operai che si sono rivolti a lui sul loro «diritto sacrosanto» (gli dice proprio così) ad avere quei soldi, si parla di somme come detto che vanno dai 5 ai oltre 10mila per ciascuno. Il legale carrarese prima scrive quindi a Nuovo Pignone e, come lui stesso ci racconta, non riceve risposta. Lalli procede quindi con la richiesta di decreto ingiuntivo (il modus operandi è quello che si adotta sempre nelle vicende di lavoro avendo a disposizione una busta paga non pagata). «Alcuni giudici - spiega l'avvocato - non li hanno firmati per la mancanza "materiale" del contratto di appalto». Quelli firmati sono sette e su questi sette vengono presentati gli ordini di pagamento. Su quattro il Pignone fa opposizione (contestando soltanto le cifre, al ribasso) ma non vengono retribuite, così spiega l'avvocato Lalli, nemmeno le tre posizioni su cui opposizione non c'è stata. gli step legaliIl Nuovo Pignone riceve un primo atto di precetto a cui trascorsi i dieci giorni non segue il pagamento. Quindi scatta il pignoramento per crediti certi (la sentenza è in giudicato) nella banca dove Nuovo Pignone ha i conti correnti. Ed è proprio Unicredit a scrivere all'avvocato Lalli di avere bloccato i conti per pagare le retribuzioni e le spese ai 4 lavoratori. Il pagamento in via bonaria, nonostante una telefonata intercorsa con l'avvocato degli operai e lo studio legale della società, non avviene. In ragione di ciò i giudice delle esecuzioni di Firenze, Stefano Guglielmi, assegna le somme pignorate in banca ai dipendenti. --© RIPRODUZIONE RISERVATA