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30/04/2020

«Nuova cultura per le opere, non serve cambiare le leggi»

Il Secolo XIX - Marco Grasso

GIOVANNI MARIA FLICK Presidente emerito della Corte Costituzionale «Il ponte insegna lo spirito di condivisione e il senso della comunità»
i dubbiMarco Grasso / Genova«Il cosiddetto modello Genova non va strumentalizzato. Non è figlio né dell'assenza di regole, né della presunta unicità del progetto per la sua semplicità: ciò che può insegnare la ricostruzione del ponte è lo spirito di condivisione, la consapevolezza di fare parte di una comunità e di perseguire un obiettivo comune. I lavori sono stati fatti in modo efficiente e condiviso, cioè come andrebbero fatti sempre. Con i giusti controlli, che funzionano. La lezione che ne possiamo trarre è che sulle grandi opere in Italia va cambiata la cultura, non la tecnica e nemmeno le leggi».Gian Maria Flick, 79 anni sta passando questo periodo nella sua casa di Roma. Presidente emerito della Corte Costituzionale, giurista e accademico, ha ricoperto il ruolo di ministro della Giustizia nel primo governo Prodi. Ha seguito il dibattito sulla ricostruzione del viadotto sul Polcevera. Fra chi lo invoca per ridurre lacci e lacciuoli, e chi invece mette in guardia dai rischi che si corrono quando si mettono da parte le regole ordinarie».Presidente, da che parte sta?«Da nessuna delle due, credo in un ragionevole equilibrio tra queste posizioni. Non credo affatto che la strada sia l'assenza di regole. Al tempo stesso ritengo che le norme vadano snellite e semplificate, e non debbano diventare un alibi che consenta alla politica di non decidere. A tal proposito c'è un tema di attualità».Quale?«In tempi di Covid, in cui non siamo sicuri se ci guidino tecnici o politici a Genova abbiamo visto una liaison ben riuscita tra le due figure».Per il ministro Paola De Micheli quello di Genova è un caso unico, ha ricordato che in altri contesti, più complessi, questo modello potrebbe non funzionare.«Non riesco ad accettare l'idea che ci vogliano regole semplici per progetti semplici e regole complesse per progetti complessi. La differenza l'hanno fatta il clima di coesione, di competenza, di onestà. Ridurre l'alternativa a una sorta di contrapposizione perché il tuo sapone lava più bianco del mio mi pare immiserisca il significato dell'opera».Questo clima dipendeva anche dall'enormità di quanto accaduto. Come si può replicarlo in un altro contesto?«C'era la voglia di dimostrare che si poteva fare e la necessità di ricostruire un cordone ombelicale spezzato di questa città. Va ripensata la cultura delle opere pubbliche, della città stessa, della partecipazione di tutti ad essa. La cosa pubblica non può essere considerata un giocattolo prezioso per pochi addetti ai lavori o peggio una vacca da mungere, e le grandi opere vanno condivise, non imposte, come è spesso accaduto. Pensa a casi particolari?«Ce ne sono fin troppi di casi particolari, noi abbiamo bisogno di casi generali. Che ci permettano di portare a termine un lavoro utile, con efficienza. Questo non significa, ribadisco, strumentalizzare il modello Genova per invocare come unico principio la rapidità».Le grandi opere in Italia hanno sempre attirato grandi appetiti, criminali. Come si può prevenire la devianza?«Con i controlli. A Genova hanno funzionato. Il punto è che i controlli non devono costare più dell'opera, gli enti preposti non si devono sovrapporre, le leggi non devono confondere e paralizzare. Il codice degli appalti è un mattone che in alcuni casi si fonda sulla cultura del pregiudizio e del sospetto. Lascio ai tecnici dire dove intervenire. Oggi faccio i complimenti al sindaco Bucci, è una bella giornata per Genova». --