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17/07/2018

«Non era una tangente» Scarcerato imprenditore

La Gazzetta Del Mezzogiorno

TRIBUNALE LA DECISIONE DEL RIESAME L'ACCUSA Secondo la Procura, avrebbe costretto il direttore tecnico di una azienda concorrente al pagamento
Claudio Di Benedetto ha risposto per tre ore al giudice
LUCA NATILE l Non era una tangente ma una provvigione sui lavori. È tornato in libertà l'imprenditore barese Claudio Di Benedetto, 47 anni, di Palese, in carcere su disposizione della magistratura con l'accusa di estorsione per aver preteso il pagamento di somme di denaro per complessivi 30 mila euro da un altro imprenditore in cambio dell'aggiudicazione a quest'ultimo di appalti per la costruzione di macchinari industriali. All'esito dell'interro gatorio di convalida dell'arresto, eseguito in flagranza e nel quale l'imprenditore, difeso dall'avvocato Nicola Quaranta, ha risposto per tre ore alle domande, il gip ha rigettato la richiesta di misura cautelare disponendo la sola misura della interdizione per dodici mesi dall'esercizio dell'attività imprenditoriale ordinandone l'imme diata scarcerazione. Nel lungo interrogatorio, Di Benedetto ha confermato di aver ricevuto il denaro ma ha annegato di aver fatto alcun tipo di pressione, di essere stato violento o minaccioso. Ha aggiunto che sarebbe stato la presunta vittima, per ottenere l'appalto a proporgli una percentuale del 15% sull'importo totale. Un caso che alla luce delle dichiarazioni dell'imprenditore potrebbe ora prendere una piega diversa. Stando alla versione dell'accusa Di Benedetto, avrebbe costretto il direttore tecnico di una impresa concorrente a consegnargli, come già detto, una percentuale sul corrispettivo ricevuto in esecuzione di un contratto stipulato con la società di cui l'impren ditore palesino è socio e amministratore. Un ricatto posto in essere con la complicità di un parente impiegato di banca che avrebbe avuto il compito di bloccare l'accreditamento del corrispettivo (diviso in due trance) sul conto accesso presso la filiale dell'istituto di credito dove confluivano i pagamenti. Sempre secondo la ricostruzione de. gli investigatori Di Benedetto avrebbe costretto la presunta vittima a firmare una documentazione bancaria in bianco a garanzia dell'adempimento della obbligazione assunta. Non basta. Si sarebbe spinto fino a imporre l'assun zione di operai a lui vicini e a indicare fornitori di sua fiducia. Spinto all'esasperazione la vittima si sarebbe rivolta alle forze dell'ordine raccontando quello che gli stava accadendo e il meccanismo messo in piedi dal suo ricattatore. Accuse che non hanno retto l'esame della convalida dell'arresto segnando un punto a favore di Di Benedetto che è bene dirlo, è persona incensurata. Per tanto tempo molti imprenditori a Bari hanno condotto le proprie attività economiche «convivendo», quasi come fosse un elemento del contesto ambientale ormai consolidato, con il pagamento del cosiddetto «pizzo» alle organizzazioni malavitose ma anche a soggetti apparentemente lontani dal mondo della criminalità organizzata . Tali fenomeni hanno condizionato, e condizionano tuttora, in modo spesso decisivo, la vita delle aziende locali, e degli imprenditori che le guidano, non solo nelle evidenti ed immediate implicazioni strettamente economiche, ma anche in quelle di natura sociale, culturale, politica ed etica.

Foto: IAZZA DE NICOLA Il Palagiustizia [foto Luca Turi]

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