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26/11/2020

«Noi, disarmati davanti agli abusi»

La Sicilia

La denuncia. I Centri antiviolenza hanno poche risorse e le vittime poca informazione là L ' associazione Thamaja gestisce un contributo di 20 mila euro «limitando l ' accoglienza» L PROGETTO. «Abbiamo seguito casi di violenza economica, spesso sottovalutata»
PINELLA LEOCATA Passano gli anni ma la situazione di precarietà e di insicurezza con cui deve fare i conti l ' associazione Thamaja non cambia. E dire che i Centri antiviolenza - come ci ricordiamo ogni anno in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne - sono indispensabili per contrastare un fenomeno che dilaga ovunque nel mondo. Thamaja deve affrontare l'instabilità dei finanziamenti e questo si traduce da una parte nella difficoltà a gestire il centro - e a garantire un lavoro stabile alle operatrici, che vivono in una situazione di precariato - e dall'altra nel minor numero di donne vittime di violenza che possono accedervi. «Siamo costrette a limitare le ore dell'accoglienza telefonica perché se lo facessimo avremmo un numero esponenziale di casi da seguire e non siamo nelle condizioni di farlo», denuncia Anna Agosta, presidente dell'associazione Thamaja e consigliera nazionale per la Sicilia di Dire (Donne in rete contro la violenza). In passato - quando finanziamenti aggiuntivi avevano permesso un incremento delle ore di ascolto - si era passati da 250 a 350 chiamate in un anno. Ora l'associazione può assicurare soltanto 16 ore di accoglienza telefonica settimanali: lunedì, mercoledì e venerdì dalle 9 alle 13 e giovedì dalle 12 alle 16, tel. 095. 7223990. Thamaja, infatti, può contare solo sul piccolo contributo di circa 20.000 euro dato dalla conferenza Stato-Regione a tutti i Centri antiviolenza iscritti all'albo regionale, 22 in Sicilia. Con questa somma va pagato l'affitto, dal momento che - nonostante le reiterate richieste - il Comune finora non ha assegnato all'associazione una sede da potere utilizzare, così come avviene per la maggior parte dei Centri antiviolenza d'Italia. Con questa risibile cifra vanno pagate anche le bollette di acqua, luce e telefono, le spese per il materiale informativo e un gettone simbolico a qualcuna delle operatrici. Una somma del tutto insufficiente, soprattutto in base al servizio svolto, di gran lunga più articolato di quanto fanno altri centri che si limitano all'ascolto. Situazione che spinge la presidente Agosta a dire che, per evitare la dispersione dei fondi, andrebbero modificati i criteri stabiliti dalla conferenza Stato-Regione per definire i Centri antiviolenza e i servizi che devono garantire tra cui dovrebbero essere inclusi anche quelli di prevenzione, di sensibilizzazione nelle scuole e di formazione delle operatrici e degli operatori. In quest'ottica Thamaja chiede da tempo al Dipartimento nazionale delle Pari Opportunità di garantire maggiori controlli e di ridefinire i compiti dei centri antiviolenza. Per svolgere il proprio ruolo, dunque, l'associazione Thamaja conta sulla partecipazione a bandi per progetti nazionali e regionali in modo da finanziare alcune iniziative. In questi giorni si è appena concluso il progetto dedicato alla violenza economica, poco riconosciuta come tale dalle donne e spesso sottovalutata anche dagli operatori che indagano poco su questa forma di violenza e non fanno le domande giuste per farla emergere. In quest'ottica Thamaja ha elaborato anche un opuscolo informativo. A fine anno, o agli inizi di gennaio, si concluderà il progetto dedicato alle donne migranti vittime di violenza, progetto portato avanti in partenariato con il centro Astalli e le associazioni Lila e Oxfam. Tre le attività svolte in questo ambito. Innanzitutto la formazione delle operatrici e degli operatori degli enti partner e degli enti istituzionali e delle associazioni che si occupano di accoglienza dei migranti. Inoltre è stato aperto uno sportello itinerante grazie al quale un'operatrice di Thamaja, che è anche mediatrice culturale e linguistica, si reca nei vari enti e centri a loro supporto. Per esempio, al centro Astalli affianca l'avvocata che si occupa degli aspetti legali. Questo servizio è volto a favorire l'emersione del fenomeno e a rendere possibili eventuali invii al centro antiviolenza. «Solo il 9% delle nostre utenti è migrante - segnala la presidente Agosta -e questo perché le donne migranti hanno poco accesso alle informazioni e sono isolate e discriminate». Infine, grazie a questo progetto, sono stati realizzati dei laboratori sul tema delle pari opportunità con l'obiettivo di informare le donne sui vari servizi che esistono nel nostro territorio. Progetti terminati o in scadenza, mentre i bandi del Dipartimento delle Pari Opportunità si fanno ancora attendere. E per andare avanti non bastano i piccoli progetti finanziati dalla Chiesa Valdese. Per non dire che Thamaja attende ancora dal Comune gli ultimi 20.000 euro di una fattura emessa nel febbraio 2019 per un progetto già concluso da tempo e per il quale, come prevede la legge, l'associazione ha dovuto fare una fideussione - a garanzia dei tempi e dei modi dell'intervento - che, a causa dei ritardi del Comune, è già stata costretta a rinnovare tre volte. Infine un'ultima nota. A Catania conclusa la breve esperienza dell'associazione Teseo allo sportello Asp di via Sardo - non c'è alcun centro di ascolto e di cura per gli uomini maltrattanti. E questo nonostante la stessa legge "codice rosso" preveda l'obbligo di seguire percorsi di cura per uomini condannati per violenza e nonostante sia sempre più diffusa la consapevolezza che, poiché sono gli uomini a fare violenza alle donne, è da loro che bisogna partire per affrontare alla radice il problema, che è sociale e culturale prima ancora che psicologico. l