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27/05/2021

«Nessun trucco dietro il blocco dei licenziamenti»

Corriere della Sera - Federico Fubini

INTERVISTA il ministro orlando
Le polemiche sulle misure introdotte sul blocco dei licenziamenti? «Nessun blitz - dice il ministro del lavoro Andrea Orlando - la norma è stata inviata per posta
elettronica agli uffici di tutti
i ministri due giorni prima.
E poi ne ho parlato
apertamente in conferenza stampa a fianco di Draghi».

a pagina 11

«La dinamica che può guidare un Paese in pandemia non è la stessa di un Paese che ne esce. O le forze di maggioranza ripongono le bandiere, oppure mettono a rischio la tenuta del quadro politico. E ciò riguarda prevalentemente la Lega, che è quella che agita più bandiere». Andrea Orlando, nato a La Spezia 52 anni fa, ministro del Lavoro del Pd, è stato al centro dell'ultimo caso nel governo di Mario Draghi: un blocco dei licenziamenti prorogato ancora per due mesi, fino a fine agosto, per le imprese che chiedono cassa integrazione Covid in giugno.


Misura poi ritirata. Onorevole Orlando, com'è possibile non vi siate capiti in Consiglio dei ministri?


«La norma è stata elaborata in poche ore in modo da dare più strumenti alle imprese per attenuare l'impatto della fine del blocco dei licenziamenti. La sostanza è rimasta, con gli incentivi alle imprese a usare la cassa integrazione fino a fine anno senza dovervi contribuire. In cambio si impegnano a non licenziare. L'altra norma, su chi chiede cassa Covid a giugno, era un corollario conseguente».


Chi la critica dice che non era nel decreto e lei ha fatto un blitz, non parlandone in Consiglio dei ministri.


«Mica l'ho scritta all'ultimo nei corridoi di Palazzo Chigi. Quella norma è stata inviata per posta elettronica certificata agli uffici legislativi competenti due giorni prima. In Consiglio ho solo rinviato al testo, come si fa in questi casi. E poi ne ho parlato apertamente in conferenza stampa, a fianco di Mario Draghi. Secondo lei lo avrei fatto, se ci fosse stato un sotterfugio?»


Maurizio Stirpe di Confindustria dice che lei è un «arbitro con la casacca»: quella dei sindacati.


«Non voglio alimentare polemiche, ci sono troppe cose da fare. Sono nelle istituzioni da tempo, credo di aver dimostrato sempre di saper ascoltare parti lontane fra loro. L'unica casacca che ho è quella della coesione sociale».


Questa mini-crisi rivela una maggioranza che fatica a trovare compromessi. Sta cominciando a sfilacciarsi?


«Finché la pandemia era in fase acuta, tutti o quasi convergevamo sull'esigenza della vaccinazione. Ora si vede che esistono ancora una destra e una sinistra. Tenere insieme questi fattori dipenderà dalla capacità di tutti di non agitare bandiere e non perdere il treno del Recovery. Ma non è un percorso che si fa naturalmente, senza la politica».


L'allentarsi dell'emergenza è un liberi tutti ai partiti?


«Vedo una volontà di gran parte delle forze politiche di resistere a questa tentazione. E penso che alla fine il ruolo svolto da Draghi consentirà di prevenire questo rischio. Se però fingessimo di non vederlo, non faremmo un buon servizio a noi stessi: finiremmo per trovarcelo in mezzo ai piedi all'improvviso. Non basta dire "facciamo le riforme", perché ognuno ha idee di riforma diverse e qualcuno mostra le classiche contraddizioni del populismo. Io ho avuto Matteo Salvini che al mattino chiede di prolungare il blocco dei licenziamenti e la sottosegretaria al Lavoro Tiziana Nisini, anche lei leghista, che al pomeriggio vuole l'opposto».


Lei dice: mettiamo via le bandiere. La dote ai 18enni pagata con l'imposta di successione sui ricchi cos'è?


«È una proposta di equità fra ceti e generazioni. Bandiere sono quelle simboliche e poco plausibili. In tanti Paesi europei c'è una tassa di successione. In nessuno manca il codice degli appalti, come propone la Lega».


Il cronoprogramma per i fondi del Recovery è densissimo. Se la maggioranza si disunisce, come fate?


«Serve una politica che faccia ancor di più il suo mestiere. C'è bisogno di una mediazione alta, anche più di prima. Servono accordi alla luce del sole fra forze di maggioranza e occorre che il governo sappia favorirli. Prima, con il Recovery da scrivere e le vaccinazioni, i binari erano predefiniti. Da ora in avanti vanno ricostruiti con un patto politico e sociale per i prossimi mesi».


Intanto si congelano il più a lungo possibile i licenziamenti, perché non abbiamo ammortizzatori per chi non lavora né politiche attive di formazione e collocamento.

«Si tratta di ritardi storici che non si colmano in poche settimane, tantomeno perseguendo il dialogo sociale. Presento la proposta sugli ammortizzatori in luglio. Nel disegno ci sarà una differenziazione della cassa integrazione (Cig) in ragione della dimensione d'impresa. Un bar ha meno bisogno di cassa di una grande impresa. Ma vanno collegati questi strumenti a politiche attive o di formazione, anche digitale, in base alla ristrutturazione che l'impresa sta affrontando».


L'ammortizzatore sociale universale diventa la Cig e tutti restano formalmente dipendenti dell'impresa che non ha più bisogno di loro?


«La pandemia ha dimostrato che anche la piccola impresa può avere una fase di stallo e l'esigenza di riposizionarsi. Comunque no, c'è anche la Naspi (assicurazione sociale per l'impiego, ndr ) per la disoccupazione e sarà associata alle politiche attive».


Dario Di Vico sul «Corriere» critica la sua preferenza per i centri per l'impiego pubblici, spesso inefficienti. Perché non far leva anche sulle agenzie private, dando ai disoccupati un assegno di ricollocazione da investire?


«In Veneto, Lombardia, Toscana o Emilia-Romagna per esempio ci sono centri per l'impiego molto efficienti. Altrove non funziona né il pubblico né il privato ma, temo, solo la raccomandazione. Significa che per un privato forte serve un pubblico forte. Superiamo l'ideologia. Adesso abbiamo già mezzo miliardo stanziato e, mentre si rafforzano i centri per l'impiego, le agenzie private avranno un ruolo per gestire la fase che si sta aprendo».


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Foto:

Dem Andrea Orlando, 52 anni, esponente del Pd, è ministro del Lavoro e delle Politiche sociali nel governo Draghi