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03/10/2018

Nel Def il 2,4% di deficit non si tocca E dall’Iva bloccata 12 miliardi in più

La Verita' - DANIELE CAPEZZONE

VERSO LA MANOVRA
Dopo il summit di maggioranza, oggi la nota di aggiornamento vede la luce. Gli investimenti restano un punto fermo. L'obiettivo è spostare dal 2019 al 2021 le clausole di salvaguardia. Piano per Btp «scontati» agli italiani
• Oggi la nota di aggiornamento al Def vedrà finalmente la luce, dopo il vertice di governo di ieri. Sintesi: indietro non si torna, il 2,4% di deficit non si tocca, mentre si lavora sul dosaggio di risorse e coperture. Inequivocabili le parole di Matteo Salvini («In Italia nessuno si beve le minacce di Juncker, e io parlo con gente sobria») e quelle di Luigi Di Maio («Le minacce dell'Ue non ci fermano, noi il deficit lo restituiremo l'anno prossimo, perché con i tagli e la crescita abbasseremo il debito»). Nel caos di voci e smentite, proviamo a fissare nove punti fermi. O La Costituzione non impone il «pareggio di bilancio», come si legge qua e là, ma un meno rigido e ossificato «equilibrio di bilancio». Non è una distinzione di lana caprina: la seconda formula offre ai governi un margine di manovra che è stato sempre sfruttato. Non a caso, nelle ultime quattro leggi di bilancio (targate Renzi e Gentiloni), il rapporto deficit/Pii è stato del 3, del 2,6, del 2,5 e del 2,4%. Non si vede dunque perché il 2,4 di quest'anno debba creare scandalo. © II Fiscal compact - di fatto non c'è più. Duole ricordarlo agli «eurolirici», ma si tratta di un mero accordo intergovernativo che doveva essere recepito organicamente nei Trattati europei: cosa che non è avvenuta. Perché in tutte le capitali, anche coloro che dicono di commuoversi ascoltando l'Inno alla gioia o avvolgendosi nei bandieroni europei - in realtà - non lo vogliono, e lo ritengono una camicia troppo stretta (per non dire una camicia di forza). © Che il capo dello Stato possa non firmare la legge di bilancio il 15 ottobre, appare surreale. Non solo perché - in quel caso - si innescherebbe un terremoto istituzionale e sui mercati, ma anche perché - tecnicamente - la manovra è un disegno di legge governativo. Ciò che occorre, dunque, è solo l'autorizzazione presidenziale a presentare il ddl alle Camere: come potrebbe il Quirinale negarla? Com'è sempre avvenuto, il Colle potrà esercitare la sua moral suasion fino all'ultimo: 0 perfino inviare un messaggio alle Camere. Ma la «non firma», evocata da commentatori e giornaloni, non sta né in cielo né in terra. © Non c'è dubbio: il governo è in ritardo, e avrebbe avuto tutto l'interesse a rendere pubblica la Nota di aggiornamento da giorni, anche per stoppare i «dichiaratori» seriali dell'Ile. Ma chi si impanca a moraleggiare fa finta di non sapere che - da decenni la storia istituzionale italiana è piena di termini «ordinatori» (quindi non rispettati) o di atti approvati dal Cdm «salvo intese» (con successivi mercanteggiamenti di settimane sul testo, anche con gli uffici del Quirinale). La cosa non è bella ora, come non lo era in passato: ma indignarsi solo adesso è da sepolcri imbiancati. © II governo Conte ha due problemi. Il più serio riguarda i mercati e gli investitori, che attendono di capire se la manovra avrà una portata «sviluppila» o se invece il peso delle misure assistenziali sarà soverchiante. Da qui alla presentazione della legge di bilancio questa è la partita: il dosaggio delle risorse tra tagli di tasse e sussidi. L'altro problema è il negoziato con la Commissione Uè, che politicamente è molto indebolita (dopo le elezioni europee del prossimo maggio, gli attuali commissari saranno solo un pallido ricordo), tecnicamente dispone solo dell'arma (diluita nel tempo) dell'apertura di una procedura d'infrazione, ma - in compenso - ha un potente strumento di ricatto: sparare dichiarazioni contro l'Italia per agitare i mercati, come accade da 36 ore. Su questo punto, però, sorprende che anche le più alte cariche istituzionali italiane non prendano posizione contro le "sortite irresponsabili - sempre a Borse aperte, peraltro... - dei commissari Uè. © Tutte le persone avvedute sanno che vale l'opposto di ciò che ha sostenuto Juncker: non è vero che solo essendo duri con l'Italia «si salverà l'euro». Semmai, è vero il contrario: se qualcuno tentasse di affossare l'Italia, deciderebbe contestualmente la morte dell'euro. O La Verità è in grado di confermare che il governo sta cercando di posticipare le clausole di salvaguardia (12 miliardi) previste per il 2019, spostandole al 2021 (mantenendo però le altre clausole lasciate in eredità da RenziGentiloni, quelle del 2020). Se il rinvio riuscisse, si renderebbero subito disponibili 12 miliardi. © Sembra invece (per fortuna) scongiurata l'idea di una «rimodulazione» dell'Iva, quindi di aumenti selettivi. © Può diventare decisivo, nel negoziato con l'Ue, valorizzare il tema degli investimenti. La Verità ha già scritto sulla volontà governativa di disboscare le procedure farraginose del Codice degli appalti, cosa che potrebbe sbloccare 15 miliardi di investimenti pubblici e altri 7 (già «cantierabili») da parte di giganti a partecipazione statale (a partire da Eni ed Enel), Da segnalare infine una dichiarazione alla Reuters del sottosegretario Armando Siri, secondo cui la Lega insiste affinchè i Conti individuali di risparmio (Cir), lo strumento per incentivare i contribuenti italiani ad aumentare gli investimenti in Btp, siano inseriti nel decreto legge collegato alla manovra. IL FOTOEDITORIALE DI EMILIANO CARLI

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