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04/02/2021

«Nel ’91 segnalai cavità, ma inutilmente Mani Pulite bloccò tutti gli appalti»

Il Giornale - LF

L'INTERVISTA Emanuele Codacci Pisanelli
Il braccio destro di Morandi: «Per non rischiare inchieste non si fece nulla»
«Alla fine il Polcevera è venuto giù, e non poteva che finire così». Quando Emanuele Codacci Pisanelli parla del ponte Morandi lo chiama così, il «Polcevera», col nome dato al progetto dal torrente attraversato dal viadotto. Ne parla con tono filiale, quasi devoto. Lui lavorava con Riccardo Morandi, l'inventore del ponte. Per questo, a partire dal 1991, fu chiamato a verificare lo stato di salute della creatura: fino a quando venne bruscamente allontanato. Molti dicono che il progetto di Morandi era sbagliato. «Lo stesso identico sistema venne impiegato da Morandi per gli hangar di Fiumicino che non hanno mai dato segni di cedimento. Morandi chiese invano di utilizzare le stesse maestranze a Genova. Ma Condotte, l'impresa appaltatrice, si oppose». Quindi i cavi non vennero iniettaticolcemento,esicrearono le sacche di umidità. Ma questo lo si è scoperto adesso. «Niente affatto. Lo si sapeva già allora e lo si sapeva ancora meglio a partire dal 1992, quando l'amministratore delegato di Autostrade di allora, Sergio D'Alò, mi chiamò a indagare sullo stato della sella 11, su cui erano rilevate delle cavità. A dicembre del 1991 comunica a Autostrade quali erano gli interventi necessari. Mi aspettavo che lo stesso tipo di controlli venissero disposti sul sistema 9 e sul sistema 10. Invece venni estromesso da un architetto appena arrivato e che non aveva nessuna esperienza in ingegneria». Perché? «Uno dei motivi fu il clima che si respirava in quegli anni, era scoppiata Mani Pulite, Anas era nel mirino della magistratura, ogni appalto veniva passato al setaccio. Così per non rischiare non si appaltava. Ma intanto di soldi se ne spendevano fin troppi, ma nella direzione sbagliata». Vale a dire? «Si puntò tutto su un sistema chiamato Rimt, un sistema riflettometrico che andava bene per collaudare le reti elettriche ma che per manufatti come il ponte era totalmente inutile. Però aveva il pregio di costare molto, e la azienda che lo produceva era ben introdotta sia in Anas che in autostrade». Lei non rilanciò l'allarme sulle antenne 9 e 10? «Non c'era nessun bisogno di rilanciarlo perché ormai la situazione era nota a tutti, era ovvio che gli stessi problemi dell'11 si sarebbero trovati anche nelle altre antenne, e che si sarebbe dovuti intervenire anche lì perché anche lì era sicuro che i cavi non fossero stati iniettati. Non dico che fossero lavori da fare immediatamente, magari si poteva attendere un anno o due. Ma di certo non si poteva attendere il 2018. Invece neanche il Politecnico di Milano che faceva le indagini statiche si era accorto che il ponte stava come stava, dicevano di avere "rilevato anomalie", il che non significa nulla, è una frase che serve solo ad avere nuovi incarichi. Invece sarebbe bastato parlare con chiunque avesse lavorato al ponte per capire che così non poteva reggere». Tempo perso La situazione era nota a tutti, già allora bisognava intervenire Motivi Anas era nel mirino della magistratura I soldi furono spesi Ma male