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23/06/2020

Metodo Genova e grandi imprese

Il Sole 24 Ore - Giovanni Tria

BUSSOLA & TIMONE
Applicare il "metodo Genova" è il mantra più ripetuto di fronte alla necessità evidente di utilizzare gli investimenti pubblici come volano immediato di risposta alla crisi economica. -Continua a pagina 20 Continua da pagina 1

Non c'è dubbio, che, se vengono "cantierati", essi sono il collegamento tra sostegno immediato alla domanda e rilancio strutturale dell'economia per il loro effetto dal lato dell'offerta, cioè su produttività e rendimento complessivo anche degli investimenti privati. Tuttavia, cosa significhi il metodo Genova va chiarito.

In genere si fa riferimento alle procedure speciali adottate per superare gli ostacoli posti dalle procedure ordinarie stabilite dal codice degli appalti e da tutto il complesso di norme che concorrono a paralizzare opere pubbliche e cantieri. Posta così genericamente la domanda se si debba estendere il metodo Genova, la risposta che sorge spontanea è dire che se per far funzionare qualcosa si deve andare in deroga alle norme ordinarie, forse è bene cambiare le norme ordinarie. Mi sembra tuttavia che dietro il metodo Genova ci sia dell'altro e che vada rovesciata l'analisi. Dietro l'esempio positivo della costruzione in tempi rapidi del nuovo ponte di Genova c'è stata la disponibilità di due elementi essenziali. Un progetto fornito da Renzo Piano e due eccellenze italiane attuatrici del progetto, cioè Fincantieri e Salini Impregilo S.p.A, oggi Webuild S.p.A. Dietro i molti fondi stanziati per investimenti pubblici spesso non ci sono i progetti e di conseguenza neppure gli attuatori. Poi la legge speciale per Genova ha consentito di operare rapidamente nelle aggiudicazioni del progetto e tutto ciò che poi ne consegue. Le varie deroghe non hanno violato nessuna norma europea.

Se si parte dalla sostanza del metodo Genova, cioè dai progetti e dalla qualità degli attuatori, forse ci accorgiamo che esso ci indica la strada non solo per gli investimenti pubblici. Noi abbiamo molte eccellenze industriali italiane in vari settori. Tra le partecipate abbiamo, oltre Fincantieri, l'Eni, l'Enel, la Snam, le Poste, e poi le Ferrovie dello Stato e mi si perdoni se non le elenco tutte. Queste grandi imprese, che sono aziende di diritto privato, anche se sono partecipate dal pubblico e producono beni, servizi e infrastrutture di interesse pubblico, hanno grandi programmi di investimento che assommano, messi insieme, a decine di miliardi. Sono investimenti che queste imprese sono in grado di finanziare rivolgendosi al mercato, anche con emissioni di obbligazioni green, e a volte rispondono a commesse pubbliche. Sono imprese che sono all'avanguardia mondiale nelle tecnologie verdi e delle energie rinnovabili e che portano con sé molta tecnologia digitale. Solo per esempio, i programmi della Snam sulla conversione all'idrogeno sono espressamente nell'ambito degli indirizzi europei. Si tratta di investimenti che portano con sé, tramite l'indotto, altri investimenti da parte di medie e piccole imprese private. L'economia circolare, nella quale molte delle imprese citate sono impegnate, richiede una rete di piccole e medie imprese di supporto.

Ebbene, il governo dovrebbe partire da qui, studiando con ciascuna di queste imprese in quale misura i loro piani di investimento, che non si improvvisano, possano essere incrementati e, soprattutto, accelerati. Perché questo è il punto, avendo questi investimenti un moltiplicatore superiore a uno e quindi un impatto ben superiore a quello stimato per la spesa di 55 miliardi prevista, ma non ancora attuata, dal Decreto rilancio. Ma l'accelerazione auspicabile dipende in larga parte dalle procedure autorizzative, con le quali anche queste grandi imprese devono fare i conti. Queste procedure autorizzative a volte dipendono dalle amministrazioni centrali, o loro sezioni locali, a volte da amministrazioni locali. Val la pena di partire da qui, con una analisi caso per caso di investimenti di grandi imprese importanti e costruire intorno a loro immediati interventi di accelerazione e poi estendere il metodo.

Si tratta di organizzare una modalità operativa, mettendo insieme essenzialmente i ministri dell'Economia, dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture e Trasporti come responsabili espliciti dell'operazione, una sorta di gabinetto specializzato permanente. Con un adeguato staff ad hoc istituito presso il Mef, in collegamento con gli uffici tecnici delle grandi imprese citate, si può, in un mese o poco più, esaminare ciò che può essere accelerato, anche con legiferazione apposita o con puntuali interventi di sollecitazione amministrativa, al centro e/o in periferia. Importante sarebbe la responsabilizzazione di questo "gabinetto", riservando il passaggio a Palazzo Chigi solo al momento di varcare la sala del Consiglio dei Ministri, quando e se necessario. Li potremmo chiamare "Stati particolari". Si crei anche un fondo pubblico per investimenti aggiuntivi di tipo "compensativo" a favore delle comunità locali interessate dalle opere da sbloccare, i cui amministratori, possibilmente nel frattempo rinfrancati da una immediata correzione della legge sull'abuso d'ufficio e sul danno erariale, sarebbero così incoraggiati ad accelerare la loro azione autorizzativa quando richiesta. Perché non è nell'interesse di nessuno incrociare le spade presso Tar e altre giurisdizioni. La partenza della Centrale di progettazione attivata dal Mef presso il Demanio, istituita con la legge di bilancio 2019, potrebbe aiutare in tempi brevi queste comunità ad avere i necessari progetti in tempo utile.

Quanto, e in quali tempi, possa muovere questa azione in termini di occupazione e Pil, può essere valutato rapidamente e se ne sperimenterebbe l'efficacia operativa, anche se in ambito limitato, nell'attesa di riportare formalmente al Mef la titolarità dell'attività di programmazione complessiva. Come dicevo sopra, potremmo chiamarla "Stati particolari" oppure metodo Genova, si tratta solo di un aspetto nominalistico.

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