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01/07/2020

Meno giuristi nella burocrazia

Eco di Bergamo - Segue da pagina 1

e comprensibili i rapporti tra poteri pubblici e cittadini. La questione ha riacquistato spazio nel dibattito pubblico in conseguenza della definizione del piano di «rinascita» del Paese, annunciato dal presidente del Consiglio. A tutti è chiaro che nessuna scelta politica, anche la più avveduta, potrà avere adeguata attuazione senza che la macchina amministrativa dello Stato, degli enti territoriali, delle aziende e società di servizio non sia oliata e funzionante. Il caso delle prestazioni Inps in questi mesi basta da solo a cogliere la complessità del problema. Non a caso, già alcuni decenni fa si discusse lungamente - senza risultati appaganti - di «attuazione amministrativa» delle leggi. Il muro che divide le norme dalla loro applicazione ha spesso le sembianze del Vallo di Adriano dei tempi dell'impero romano.

Se si partisse da questa semplice constatazione si eviterebbe di ripetere l'errore commesso da tanti «riformatori della domenica»: fare ogni volta nuove leggi, illudendosi di aver risolto il problema attraverso copiose e minuziose prescrizioni legislative. Come dimostrano i fatti, l'idolatria normativistica è stato il flagello dei tentativi di innovare il sistema pubblico. Basterebbe pensare alla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione che ha creato una confusione indescrivibile nei rapporti tra Stato e Regioni o alla sequela di norme con le quali Brunetta ha incartato gli uffici in una marea di complicazioni. Evitare di rifare ogni volta le leggi permette di non buttare a mare normative decenti, il Codice degli appalti, che molti vorrebbero eliminare: è un insieme di norme che tiene in equilibrio le esigenze di elasticità con quelle di garanzie delle legalità e di contrasto della corruzione, necessita soltanto di essere ben applicato al centro come nelle periferie.

Bisogna modificare completamente la prospettiva nelle politiche tese a rendere efficace l'azione degli apparati pubblici. In primo luogo occorre distinguere tempi e strumenti. Per rimuovere le storture di fondo ci vorrà tempo; su altri terreni si deve cominciare da subito. Tra le cose la fare immediatamente vi è la reingegnerizzazione dei processi organizzativi e di lavoro negli uffici. Lo smart working - obbligato dall'emergenza coronavirus - è un'occasione per snellire, ma soprattutto per rendere più efficiente i sistemi di allocazione e distribuzione del lavoro tra gli addetti. A tutti i livelli, dalle mansioni più elementari ai compiti più complessi spettanti ai dirigenti. La legnosità degli uffici dipende largamente dal fatto che ai vertici vi sono quasi esclusivamente giuristi, che hanno l'ossessione del formalismo e scarsissima attenzione ai risultati. Per guidare strutture complesse servono anche dirigenti con altre competenze professionali. Occorre utilizzare al massimo il criterio degli «interpelli»: chiedere al personale interno di candidarsi, sulla base delle competenze e dell'esperienza, a dirigere una struttura amministrativa. Puntare sulle risorse interne eviterà di ricorrere a «esperti» che sovente tali non sono affatto.

Valorizzare il capitale umano delle amministrazioni darebbe dignità a tantissimi bravi dipendenti pubblici e aiuterebbe a smantellare il muro di diffidenze tra ceto politico e burocrazia. Abolire lo spoil system, migliorare la selezione e la formazione dei dipendenti, ripristinare controlli di efficienza e dare spazio alle funzioni ispettive dovranno essere i passaggi ulteriori. Il «decreto semplificazione» sarà, al riguardo, il primo banco di prova