scarica l'app
MENU
Chiudi
15/12/2018

May in crisi, vicina l’hard Brexit

QN - Il Resto del Carlino

LITE TRA LA PREMIER E JUNCKER
Antonio Troise BRUXELLES ANCORA una fumata nera. La trattativa fra Roma e Bruxelles per evitare la procedura d'infrazione prosegue ad oltranza. Obiettivo: chiudere entro domani, per consegnare alla Commissione la nuova versione, riveduta e corretta, della manovra economica. Ma non è escluso che si possa andare anche oltre, con la riunione di lunedì dell'esecutivo comunitario disposta a dare qualche giorno in più all'Italia prima di emettere il verdetto. Magari per valutare il maxi-emendamento che sarà presentato direttamente in aula al Senato, martedì, con i nuovi numeri della Legge di Bilancio. Per l'intera giornata non sono mancate, però, le tensioni. Soprattutto fra Palazzo Chigi e il ministero dell'Economia. Tanto che a metà giornata, dopo aver incontrato i commissari Ue, Moscovici e Dombrovskis, ha deciso di tornare a Roma per cercare di trovare un accordo con i partiti della maggioranza lasciando la trattativa tutta nelle mani del premier Conte e dei suoi tecnici. All'appello, secondo fonti di Bruxelles, mancherebbero ancora fra i 3,6 miliardi e i 5 miliardi, oltre ai 7 già decisi per portare il deficit nominale dal 2,4 al 2,04%. PER ORA, gli unici punti fermi, sono i 3,6 miliardi di minore spesa per Reddito di cittadinanza e Quota cento oltre ai 2,9 miliardi che derivano dal piano di dismissione degli immobili pubblici e da una nuova sforbiciata della spesa per i ministeri. Oltre, ha fatto capire il Presidente del Consiglio, non si può andare. Anche se, una ulteriore dote per far quadrare i numeri potrebbe arrivare dalla possibilità di far uscire dal perimetro del deficit gli investimenti per fare fronte al dissesto idrogeologico e per finanziare la riforma della giustizia. «Le risorse per abbassare il deficit ci sono - fa sapere Conte al termine del vertice dei capi di Stato a Bruxelles -. L'Italia non è venuta con il cappello in mano, non abbiamo ulteriori margini oltre a quelli che abbiamo indicato. Ed è su questo che si possono costruire delle tecnicalità». Un termine che, tradotto in soldoni, significa soprattutto una cosa: l'impegno dell'Italia a mettere in campo interventi correttivi nel caso in cui i conti uscissero fuori dai binari indicati dalla legge di Bilancio. Nel 2019, in particolare, potrebbe esserci l'impegno di una manovra bis da approvare entro giugno dopo i risultati dell'aggiornamento del Def previsto ad aprile. Nel 2020 e nel 2021, poi, potrebbe esserci il ricorso a un aumento graduale dell'Iva facendo così scattare, almeno in parte, le clausole di salvaguardia disinnescate nella manovra di quest'anno. Nel frattempo, il governo promette di fare di più per accelerare la crescita, con i 5 miliardi previsti nella manovra per infrastrutture, sicurezza dei territori, trasporti, porti e adeguamento antisismico. Senza contare poi la riforma del codice degli appalti e la semplificazione della burocrazia. MA ANCHE questo scenario potrebbe non essere sufficiente. Juncker e Moscovici hanno fatto capire a Tria che la decisione sarà collegiale. Ieri si sono di nuovo fatti sentire i 'falchi' dell'Unione, i paesi nordici contrari a concessioni sul fronte del patto di stabilità. E la stessa cancelliera tedesca Merkel (che ieri ha incontrato Conte prima del Consiglio Ue) non ha nascosto le sue preoccupazioni sulla riforma delle pensioni promessa dalla Lega. Così, per evitare una rottura clamorosa, Bruxelles potrebbe decidere di non decidere. In attesa dell'ultima versione della manovra economica. E, rimandando al 22 gennaio, alla riunione dell'Ecofin, l'ultima parola sulla procedura d'infrazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Potrebbe slittare a martedì per valutare il maxi emendamento che arriverà al Senato