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17/06/2019

Maurizio landini «SUL MEZZOGIORNO IL GRANDE ASSENTE È IL GOVERNO»

Corriere del Mezzogiorno Economia

INTERVISTA Lavoroi sindacati «Quando parlo di Stato e di politiche industriali penso anche al ruolo che potrebbe svolgere Cassa depositi e prestiti o alla istituzione di un'agenzia per lo sviluppo con una visione integrata su ricerca e innovazione o ancora a incentivi per le imprese»
Il 22 giugno, Cgil, Cisl e Uil saranno a Reggio Calabria a manifestareper gli investimenti e per il Sud Se si parla di unità sindacale è perché ce n'è stata poca Unità non significa somma di sigle, ma del mondo del lavoro
Il Sud per l'Italia: è il titolo della manifestazione che sabato faranno Cgil, Cisl e Uil a Reggio Calabria. Intanto presso il ministero dello Sviluppo economico sono aperti 158 tavoli di crisi, molti dei quali riguardano imprese meridionali.

Maurizio Landini, leader Cgil, quale diagnosi fa per l'economia del Sud?


«Le disuguaglianze sono cresciute, così la disoccupazione giovanile e infatti il numero dei ragazzi che vanno all'estero racconta bene il dramma che si sta vivendo. La crisi del Sud nasce dalla desertificazione industriale, dall'inadeguata rete infrastrutturale, dal divario tra le zone interne ed esterne, nonostante vi siano competenze straordinarie in settori chiave come l'aerospazio. Manca una visione complessiva se ancora si parla di questione meridionale e non del Sud come elemento indispensabile per superare il ritardo del Paese e poter contribuire a costruire un'Europa sociale. Inoltre il Sud, incuneato nel Mediterraneo, paga l'incapacità di coniugare adeguatamente cultura e turismo».


E la cabina di regia per la reindustrializzazione?


«Sta funzionando poco e male, si ragiona caso per caso. L'Italia nel Mediterraneo è un naturale polo logistico, ma si è proceduto con la creazione di tante Zes senza fare sistema; ci sono tante crisi diverse, ma non c'è una visione d'insieme per affrontarle; non si affronta con sguardo ampio il peso della criminalità organizzata, questione dirimente anche per il Nord».


I sindacati temono il nuovo codice degli appalti: perché?


«Far partire gli investimenti sospendendo certe leggi è pericoloso, anche per il messaggio che si lancia. In quel provvedimento poi non si bada alla qualità, si fanno proliferare i subappalti che possono aumentare fino al 40% e all'interno di consorzi d'imprese anche oltre. Tutto ciò nonostante Raffaele Cantone e l'Anac denuncino il peso della criminalità organizzata sulle attività economiche e il pericolo che gli appalti diventino il loro passe-partout per il controllo delle imprese, come già tante volte è accaduto anche al Nord».


Recentemente lei ha paventato per il sistema Fca il pericolo dello «spezzatino»: per gli impianti di Melfi e Pomigliano d'Arco cosa comporterebbe?


«La Fiat, così come noi l'abbiamo conosciuta, non esiste più. La Ferrari è stata scorporata, la Magneti Marelli è stata venduta, Cnh fa parte di un'altra società, mentre le sedi legale e fiscale sono in Olanda e a Londra. Tutto questo a fronte di una produzione nazionale nel 2018 inferiore alle 500mila vetture, di cui marchi Fiat sono quasi solo Panda e 500. Il resto è Maserati, Alfa Romeo, Jeep. In questo contesto, con i ritardi accumulati sul fronte dell'auto elettrica, sull'uso del digitale, diventa essenziale il ricorso alle alleanze. Ci provò già Marchionne con General Motors. Hanno ritentato per ora con scarso successo con Renault. In tutto il mondo nel settore mobilità il ruolo dello Stato è fondamentale: lo insegnano le vicende di Germania, Francia, Giappone, Cina e paradossalmente anche gli Usa di Obama e di Trump. In Italia l'esecutivo è il grande assente. Dal 2010 i governi non si sono impegnati in una discussione sulle politiche industriali, lasciando libera Fiat di procedere come voleva. Ora, senza accordi, è fondato il rischio che chi ha il controllo, cioè la famiglia Agnelli-Elkann, anziché investire preferisca concentrare l'attività altrove, come indica la vendita di Marelli i cui proventi sono stati impegnati in dividendi e non in investimenti».


È un «j'accuse» al governo?


«Da molti anni denunciamo l'assenza di politiche industriali, meglio: di politiche per il sistema economico nel suo insieme. Si pensi all'edilizia, con imprese sull'orlo del fallimento nonostante commesse pubbliche importanti; all'assenza di incentivi per le filiere del "made in Italy"; al turismo e potrei continuare. Quando parlo di Stato e di politiche industriali penso anche al ruolo che potrebbe svolgere Cdp; alla istituzione di un'agenzia per lo sviluppo con una visione integrata su ricerca e innovazione; a incentivi per le imprese che interessino tutto il Paese, ma in maniera essenziale il Mezzogiorno. Se applicata con coerenza una politica di investimenti anche pubblici, di indirizzo e di attenzione alla qualità del lavoro, il sistema Paese ne beneficerebbe, la precarietà e le disuguaglianze si ridurrebbero».


Nel 2010 la Fiom disse no all'accordo per Pomigliano: come giudica oggi quella decisione?


«Quell'accordo determinò l'uscita di FCA dal contratto nazionale di lavoro e l'allora governo Berlusconi arrivò addirittura a promulgare un provvedimento, tuttora in vigore, che consente, unico Paese al mondo, di derogare alle leggi vigenti con un semplice contratto tra privati. Per fortuna quel modello non è diventato prassi. Anzi, anche grazie agli accordi interconfederali e all'azione importante delle categorie, il valore dei contratti nazionali é stato riaffermato. Quell'uscita dal contratto nazionale resta un errore e per quanto ci riguarda va superato».


La vicenda della Fiat di Pomigliano spaccò i metalmeccanici, accentuò le divisioni sindacali. La manifestazione di sabato a Reggio Calabria punta anche alla ricostruzione dell'unità?


«Sono questioni diverse che non vanno mischiate. Gli stessi metalmeccanici, che in Fca hanno visioni diverse, venerdì scorso hanno scioperato unitariamente. Per quanto riguarda il 22 giugno, Cgil, Cisl e Uil saranno a Reggio Calabria per gli investimenti e per il Sud in una grande e importante manifestazione».


Perché Reggio Calabria?


«Torniamo a Reggio Calabria, approdo di un viaggio iniziato il 9 febbraio a piazza San Giovanni a Roma, dove ponemmo alcuni temi centrali per il Paese: dalla scuola alla lotta all'evasione fiscale, dalla difesa dei pensionati, alle assunzioni nel pubblico impiego. Dagli investimenti a una nuova politica del lavoro. Le confederazioni, che in questi mesi hanno riempito le piazze, a Reggio Calabria vogliono rivendicare l'unità del Paese e l'importanza del Mezzogiorno, per la ripresa dell'Italia e per il suo ruolo in Europa. Tutti fattori essenziali per la crescita dell'Italia e il benessere degli italiani».


Si parla molto di unità a che punto siete?


«Se si parla di unità sindacale è perché ce n'è stata poca fino ad oggi. Unità non significa somma di sigle, ma unità del mondo del lavoro, indispensabile per un sistema di relazioni sindacali in grado di esprimersi appieno. È una novità, dopo anni, la capacità dei sindacati confederali di avanzare proposte di merito con l'obiettivo di mettere al centro il lavoro».


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto: di Rosanna Lampugnani


Foto:

Al Mise sono aperti 158 tavoli di crisi. Di seguito l'elenco di quelli che interessano il Mezzogiorno.


In PUGLIA: Ilva, Natuzzi, Bosh, Om, Carrelli, Marcegaglia, Build tech, Ledvance, Canepa,


Mercatone


In CAMPANIA: Whirpool, IIA, Firema, La Doria, Novalegno, Troifan


In BASILICATA: Ferrosud, Natuzzi


In CALABRIA: Semitec


In SICILIA: Sirti, Blutec, Tecnis, Myrmex, Micro-Stmicroelectronics