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04/06/2019

Matteo: «I 5Stelle ora mandano giù tutto» Ma a sera è già scontro sul codice appalti

Il Gazzettino

LO SCONTRO
ROMA Matteo Salvini neppure si scalda le dita. Il capo della Lega ci mette un istante a restituire il cerino al premier Giuseppe Conte che con il suo ultimatum ha cercato di spingerlo allo scoperto. Invano.
Salvini in realtà non ha intenzione di aprire la crisi. Non ora. La sua strategia prevede che sia Luigi Di Maio (o una parte del Movimento) a spengere il cerino, sfiancato e strozzato dalle richieste identitarie leghiste: dalla flat tax all'autonomia differenziata, dalla Tav alla riforma della giustizia «garantista» con incluso un ammorbidimento del reato di abuso d'ufficio, dal decreto sicurezza bis alla sospensione del codice degli appalti. E non a caso il leader leghista snocciola proprio questi temi mentre Conte sta concludendo il suo appello alla pacificazione tra 5Stelle e Lega. Come non è altrettanto casuale che Luigi Di Maio, per scongiurare il rischio delle elezioni, meno di un'ora dopo corra a dire di sì praticamente a tutte le richieste leghiste. Commento serale di Salvini con i suoi mentre è in viaggio da Porto Mantovano a Cremona: «I grillini sono così terrorizzati dalle urne che ingoiano tutti i rospi, nessuno escluso. Vedremo...».
Ma al primo banco di prova - un vertice straordinario per dare il via libera allo Sblocca cantieri e al decreto Crescita, che si è tenuto a Palazzo Chigi nella stessa serata - Cinquestelle e Lega si sono mostrate ancora una volta distanti, facendo saltare la riunione. Casus belli, la proposta del Carroccio di congelare per due anni il codice degli appalti, che i leghisti non vogliono ritirare. Di conseguenza, non c'è nessun accordo su due misure che secondo il premier sono necessarie per rilanciare l'attività dell'esecutivo e «smettere di vivacchiare». Parliamo di decreti che decadranno tra la metà e la fine di giugno e che al momento non sono stati neppure approvati in prima lettura. A Palazzo Chigi Conte ha convocato i ministri dell'Economia, Giovanni Tria, delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, e dei Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro, i viceministri del Mef Laura Castelli e Massimo Garavaglia, i capigruppo due partiti in Senato, Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5s). Presenti con loro anche i due relatori del provvedimento all'esame del Senato, Antonella Faggi e Agostino Santillo.
Il premier, riprendendo quanto aveva dichiarato poche ore prima in conferenza stampa, ha ribadito a tutti la necessità di dare una svolta all'azione di governo e di approvare velocemente i due decreti. Poi, quando si è entrati nel merito delle questioni ancora aperte, è scattato un muro contro muro. Pietra dello scandalo l'emendamento proposto dal Carroccio allo Sblocca cantieri per sospendere per due anni l'applicazione del Codice degli appalti nei bandi pubblici, rispettando soltanto le disposizioni della normativa europea. Una proposta lanciata in pompa magna da Matteo Salvini subito dopo il successo alle ultime Europee e che vede contrari sia i Cinquestelle sia il presidente dell'Anac, Raffaele Cantone. Il quale, ieri, ha ribadito: «Il Codice degli appalti non può essere sospeso, perché ci sono le direttive comunitarie, perché le stazioni appaltanti hanno bisogno di regole. Poi bisogna capire cosa si intende per sospensione, perché il problema dei cantieri è molto più vasto».
A quanto trapela dal vertice, il ministro Toninelli avrebbe chiesto agli esponenti leghisti di fare un passo indietro e di ritirare l'emendamento. Dal Carroccio sarebbe arrivato un niet, a meno che gli alleati non avessero presentato una riformulazione della proposta. A questo punto Conte si sarebbe arrabbiato: «È una questione di metodo, così non va bene. È una cosa che avevamo già archiviato». Ed ha interrotto la riunione.
Primo rospo da ingoiare che quindi non ha avuto la sorte attesa dai leghisti. Salvini legge nella mossa di Conte un «tentativo di rilanciarsi». E sospetta che per riuscirsi il premier mediti di fare il bis: non con una crisi, «che quando si apre non si sa mai come finisce», ma un «bel rimpastone»: «Io poltrone non le voglio», è il ragionamento del vicepremier leghista, «se però ci danno alcuni ministeri economici come lo Sviluppo e le Infrastrutture, saremmo noi a dettare l'agenda. E tutto diventerebbe più semplice».
Analisi non condivisa da diversi colonnelli leghisti, incluso Giancarlo Giorgetti che resta decisamente scettico sull'ipotesi di andare avanti con i grillini: «Abbiamo visto tutti come operano. Quelli non cambiano in pochi giorni e sono e resteranno poco credibili. Eppoi, come si può pensare di fare una legge di bilancio con loro assumendoci la responsabilità di scriverla insieme?». E proprio questa è la vera partita.
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