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30/09/2018

Mattarella si butta in campo e assalta la manovra

La Verita' - DANIELE CAPEZZONE

a pagina 5 • Giornate febbrili per il governo: già domani, lunedì, 0 al massimo martedì, sarà finalmente disponibile la nota di aggiornamento al Def, e a quel punto mancheranno due settimane al varo della legge di bilancio. La Verità è in grado di anticipare che l'esecutivo, nel tentativo di liberare più risorse, sta seriamente vagliando le due strade anticipate ieri da questo giornale: impostare un negoziato robusto con l'Ue per scorporare dal rapporto deficit/Pil del 2,4% i 12 miliardi (che pesano molto: per lo 0,7%) necessari al disinnesco delle clausole di salvaguardia (e sarebbe l'ipotesi preferibile), o almeno calciare la palla in avanti, protraendo le clausole per un anno in più. La cosa sarebbe due volte vantaggiosa: l'aumento dell'Iva verrebbe scongiurato, e ben 12 miliardi sarebbero disponibili per altro uso. Sul piano politico, il protagenista della giornata è stato Luigi Di Maio. Archiviati i controversi festeggiamenti sul balcone di Palazzo Chigi (eloquente il commento del viceministro leghista Massimo Garavaglia: «Io non l'avrei fatto, più che festeggiare qui c'è da lavorare per produrre Pil»), il vicepremier leader dei 5 stelle ha messo sul tavolo due temi di contenuto. Da un lato, ha parlato di un «team mani di forbice», che dovrà «tagliare quel che è inutile». Messaggio un po' vago, e peraltro proiettato oltre questa legge di bilancio, visto che Di Maio ha evocato risparmi che «andranno a regime alla fine dell'anno prossimo». Non è però chiaro se il governo avrà la volontà di aprire il capitolo che potrebbe liberare coperture amplissime anche con un taglio percentualmente limitato: i 175 miliardi di tax expenditures. I famosi «sprechi» sono innanzitutto lì. Dall'altro lato, Di Maio è tornato sul tema degli investimenti, annunciando un piano da 15 miliardi. Per quanto risulta alla Verità, più che stanziamenti ulteriori, il governo sta pensando a una semplificazione (rimuovendo le norme meno efficaci del Codice degli appalti) che renda più facile l'uso di fondi già stanziati. Ciò vale sia per gli enti locali (si sta pensando a un gruppo di lavoro che li aiuti a preparare bandi di gara adeguati) sia per i giganti a partecipazione pubblica. Non è un mistero che il ministro Paolo Savona sia molto attento a fondi già «cantierabili» (eppure fermi) per progetti di Eni ed Enel. Sbloccare queste procedure avrebbe un effetto tonificante sul Pil del 2019. Sul piano degli investimenti il viceministro Grillino Laura Castelli ha annunciato la volontà di spostare la cabina di regia dal Mef a Palazzo ChigiCi sono anche altri due aspetti più specifici. Da un lato (e pure qui si accolgono le preoccupazioni della Verità) sembra confermato che il governo, nell'innalzare a 65.000 euro di fatturato la soglia per l'accesso alla tassazione agevolata del 15% per le partite Iva, allenterà molto i vincoli del vecchio sistema dei «minimi», che penalizzavano - paradossalmente - le partite Iva che assumono e investono. Dall'altro (e qui invece il progresso è più piccolo di quanto si poteva auspicare), l'estensione della cedolare secca alle locazioni commerciali non pare destinata a scattare per tutti i negozi, ma solo per quelli sfitti da due anni. È comunque un primo passo. Resta il tema politico di fondo, oggetto di attenta riflessione da parte della delegazione governativa leghista. Una volta definita la quantità di risorse disponibili, da qui al 15 ottobre occorrerà evitare che una quota troppo significativa (sia in termini di numeri che di immagine) sia destinata alle misure di assistenza care ai grillini (anche se Di Maio ha sottolineato che «non daremo soldi alla gente per stare sul divano»). E non solo perché non sarebbe facile spiegarlo ai ceti produttivi del Nord (e neppure ai mercati), ma soprattutto perché è l'altra parte della manovra - quella cara ai leghisti: i tagli fiscali - che potrebbe incidere positivamente sul Pil. In molti sottolineano che è stato sacrosanto forzare per rompere il muro dell'austerity: ora però occorre usare quelle risorse per la crescita, non solo per l'assistenza. Da questo punto di vista, la dice lunga il fatto che per la misura fiscale più efficace (quella prò partite Iva) siano al momento previsti solo 1,5 miliardi. Quanto al ministro Giovanni Tria, per mesi sedotto dai mainstream media e descritto come «argine rigorista», la sua posizione è ora obiettivamente più fragile. Ieri Di Maio è stato tiepido nei suoi confronti («non so se il Quirinale gli abbia chiesto di restare, so che noi difendiamo Tria»), in compenso è stato durissimo verso le alte burocrazie («il ragioniere generale Daniele Franco l'ho visto una volta sola, non posso dire se mi fido 0 non mi fido: al Mef però ho trovato trabocchetti e insidie di funzionari che invece di fare il loro dovere fanno gli interessi dei vecchi partiti»). Naturalmente, in vista del varo della legge di bilancio, ha un peso l'intervento agamba tesa del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ieri a margine (sic) del «Viaggio in bicicletta intorno ai 70 anni della Costituzione»: «L'articolo 97 dispone che occorre assicurare l'equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito. Avere conti pubblici in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale». Per tutto il pomeriggio, interpreti più o meno autoproclamati del Colle e i dichiaratori seriali dell'opposizione hanno descritto queste parole come una dichiarazione di guerra verso l'Esecutivo. A tutti ha risposto Matteo Salvini: «La Costituzione impedisce forse di cambiare la legge Fornero, di ridurre le tasse alle partite Iva e alle imprese, di assumere migliaia di poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco e di aiutare i giovani a trovare lavoro? Non mi pare. Stia tranquillo il presidente, dopo anni di manovre economiche imposte dall'Europa che hanno fatto esplodere il debito si scommette sulla crescita. Se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare, me ne frego e lo faccio lo stesso». E del resto, tranne voci isolate, l'idea che il Quirinale possa non firmare il bilancio, trasformandosi in un'impropria sede di opposizione politica, e innescando davvero - a quel punto - una devastante crisi sui mercati, oltre che uno scontro istituzionale senza precedenti, appare surreale.

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