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25/05/2021

Maggioranza divisa sugli appalti Imprese contro lo stop a licenziare

QN - La Nazione

di Elena G. Polidori ROMA Una nuova faglia rischia di aprirsi nella maggioranza per colpa del decreto Semplificazioni che, a seconda del punto di vista, viene considerato un aiuto ai sindaci per rilanciare l'Italia oppure un favore alle mafie. Lo scontro dovrebbe raggiungere il culmine nella prossima riunione del Consiglio dei ministri, in programma per domani (ma non ancora convocata). Dopo l'allarme lanciato dai sindacati sulla bozza dell'articolato, sono cominciati ad emergere dubbi tra i partiti di sinistra, da Leu all'ex ministro Pd, Paola De Micheli. Pierluigi Bersani, l'ex segretario dem oggi in Leu sostiene infatti che, con le modifiche del Dl Semplificazione, «il sistema non guadagni efficienza, ma la perda». Il punto dolente è il ritorno di istituti superati dal Codice degli appalti di Raffaele Cantone, ovvero i subappalti senza soglia. L'attuale limite del 40% - introdotto come deroga e in vigore per tutto il 2021 - scompare per lasciare spazio a una dicitura più generica sulla cessione totale dei lavori: «Il contratto non può essere ceduto», recita la norma e «non può essere affidata a terzi - questa la novità - l'integrale esecuzione delle prestazioni o lavorazioni oggetto del contratto di appalto». La soglia è abrogata anche per gli appalti «di notevole contenuto tecnologico». Uno stralcio che ha causato uno scontro a distanza tra Matteo Salvini e il leader della Cgil, Maurizio Landini. Il numero uno del Carroccio è pronto ad «azzerare» il Codice degli appalti, lasciando ai sindaci il compito di decidere a quali opere dare il disco verde e in che tempi; il sindacalista intravede invece l'apertura di una nuova deregulation sulle questioni legate alla sicurezza sul lavoro e si dice pronto a dichiarare lo sciopero generale. «Liberalizzazione del subappalto, gare al massimo ribasso e poi l'appalto integrato, che affida allo stesso soggetto la progettazione e l'esecuzione dell'opera - scandisce Landini -: così si torna indietro di vent'anni, ai tempi del governo Berlusconi e del suo ministro Lunardi. Abbiamo già visto che cosa significa: riduzione dei diritti, scarsa qualità del lavoro e delle opere, maggiore insicurezza nei cantieri e il rischio di alimentare la corruzione». Nel Pd, il ministro Dario Franceschini argomenta che ci vuole sì maggiore velocità sui progetti previsti dal Recovery, ma non si può «demolire la tutela». «Stiamo lavorando a una serie di norme che velocizzeranno gli iter in tre settori - sostiene Franceschini -: opere del Recovery, energie rinnovabili e 5G». Il ministro dem puntualizza: «Sono per dare una mano su tutto, ma non si può demolire la tutela». Il rischio è anche «di spalancare l'accesso ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza alla criminalità organizzata», chiude. Parole e riflessioni che, invece, Matteo Salvini spazza via con un colpo di spugna, rispolverando il modello del Ponte di Genova. Lo snellimento delle procedure saranno, spiega Salvini, «una fortuna» e gli operai saranno più felici «perché lavoreranno di più. In che condizioni? Nelle stesse che ci sono state per la costruzione del ponte Morandi. Una grande opera fatta in fretta, a regola d'arte, senza incidenti né tangenti». La via d'uscita sarebbe «la cancellazione del Codice degli appalti (chiesto pure dalla forzista Anna Maria Bernini, ndr) e l'utilizzazione delle norme Ue, più veloci e snelle». Polemiche, infine, anche sul blocco dei licenziamenti. Ma questa volta non all'interno della maggioranza, visto che lo stop fino a fine agosto per le imprese che chiedono la Cig Covid entro giugno e l'azzeramento delle addizionali per tutto il 2021 per chi usa la cig ordinaria impegnandosi a non licenziare, è passato all'unanimità in Cdm. Ma le associazioni, a partire da Confindustria e Federchimica, la ritengono una scelta sbagliata e «un danno per l'economia». Il ministro Orlando, dicono le imprese, non avrebbe mantenuto la promessa ancora di non prorogare la norma. © RIPRODUZIONE RISERVATA