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03/09/2021

Ma neanche conoscevo gli altri membri

La Ragione - a cura di Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone

GIUSTIZIATI / «Fai parte di una banda»
iciassette chiamate senza risposta, tutte dallo stesso numero. Non dimenticherò mai lo schermo del mio cellulare quel giorno. Lo avevo scordato a casa, uscendo come ogni mattina per andare in cantiere. Ero l'ingegnere responsabile del regolare svolgimento dei lavori che la mia società, specializzata in opere infrastrutturali, stava portando avanti ormai da mesi. Non me n'ero preoccupato troppo: mi trovavo a seimila chilometri dall'Italia, dove erano ancora le cinque del mattino. Chi mai poteva chiamarmi? Per fortuna qualcosa mi ha spinto a tornare a prenderlo dopo un'ora e mezza. E lì ho scoperto che la mia compagna mi stava cercando con tanta insistenza. «Gianluca, qui c'è la Guardia di Finanza che sta perquisendo tutto». Mi feci passare un finanziere, che mi invitò a chiamare la Direzione investigativa antimafia di Milano. Lo feci e fu come aprire la porta su un baratro: ero indagato per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla truffa, più non so quanti altri reati. All'aeroporto trovai ad accogliermi cinque finanzieri. Scoprivo così che per gli inquirenti ero un delinquente matricolato, membro di una banda di professionisti e imprenditori specializzati nell'alterare gare di appalto a colpi di mazzette. Non era vero niente. Nelle intercettazioni telefoniche mi rivolgevo ai concorrenti con frasi di questo tenore: «La tua offerta è troppo alta, se vuoi avere chance di vincere l'appalto ti conviene abbassarla». Ma non c'era nulla di male, perché il subappalto è un rapporto tra privati: queste cose sono ammesse, mica c'è di mezzo un'opera pubblica. Quando mi hanno condannato in primo grado, mi sono detto: «Non ne vengo più fuori». Poi però in appello i giudici hanno capito, perfino il procuratore generale ha chiesto per me l'assoluzione. Ho perso il lavoro, ho vissuto anni di inferno: da storie così non ti riprendi più. Di notte ho ancora gli incubi. (Gianluca Binato, 72 giorni di ingiusta detenzione. I fatti contestati risalivano a prima che lui potesse conoscere gli altri indagati di associazione per delinquere)