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01/08/2020

MA È UN’EMERGENZA? NO, È LA QUOTIDIANITÀ

Giornale di Brescia

L'EFFICIENZA DELLO STATO
Carlo Scarpa La vera emergenza di questo paese è la burocrazia. E se la principale motivazione per prolungare lo stato di emergenza è la possibilità di by-passare la normativa sugli appalti e ordinare i banchi che pare siano indispensabili per consentire ai nostri ragazzi di tornare a scuola a settembre, allora significa che questo paese è arrivato al capolinea. Non è emergenza, è quotidianità. E non dipende dal clima del paese, da terremoti o pandemie. Dipende da decisioni che questo paese ha preso nella sua assoluta libertà e sovranità: abbiamo deciso di avere un sistema pubblico basato su controlli e doppi controlli, senza che alcuno nella pubblica amministrazione osi prendersi una qualunque responsabilità temendo sanzioni per non avere osservato una delle mille formalità. Il decreto semplificazioni non ha migliorato molto, aumentando anzi i sistemi di controlli «concomitanti» da parte della Corte dei Conti (così che abbiamo controlli prima e dopo il provvedimento, ma anche un affiancamento dell'amministrazione «durante» la gestione delle pratiche). CARLO SCARPA* Non basterebbe una norma che punisse severamente chi fosse trovato in dolo? Basterebbe... se solo funzionasse la Giustizia, questa sarebbe sufficiente. Ma purtroppo non funziona neppure il sistema giudiziario, con lentezze stigmatizzate da tutti gli organismi internazionali e poca certezza della pena. Visto che non sappiamo far funzionare lo Stato, adottiamo lo stato di emergenza. Come dire: visto che non riusciamo a non drogarci, facciamoci legare al letto fin quando ci siamo disintossicati. Il parallelo è ardito? Non lo so. Lo Stato italiano sembra drogato di burocrazia, non riesce a farne a meno. Forse anche perché quando crei una pletora di organi politici e amministrativi, ciascuno di esso cerca poi una sua ragion d'essere, si costituisce come lobby per evitare che vengano meno le sue prerogative e il suo potere, che alla fine è legato alla sua capacità di dire la sua in tante decisioni pubbliche. Senza neppur rendersi conto delle contraddizioni orrende che questo sistema crea. Ad esempio, è noto che chiunque voglia effettuare investimenti in opere pubbliche deve superare mille ostacoli, ottenendo autorizzazioni spesso solo formali, vincendo resistenze di organi politici e comitati di quartiere. Tanti gli enti, portatori della stessa finalità, ossia il benessere della collettività, ma ciascuno di essi lo declina a modo proprio, chi considerando la tutela dell'ambiente, chi delle belle arti, chi la sicurezza dagli incendi, i cittadini del comune, o della provincia etc. In realtà chi ha la guida politica di una collettività avrebbe il dovere di internalizzare simultaneamente tutti questi aspetti e di portarli a sintesi. Perché non consentire che le imprese abbiano un unico interlocutore pubblico? Poi ci lamentiamo se il principale concessionario autostradale del paese non ha effettuato gli investimenti che doveva. Probabilmente ci saranno anche tante responsabilità sue, per carità, ma quanto di quei mancati investimenti non è invece legato alla devastante inefficienza della nostra macchina pubblica? Di nuovo, come con la droga, anche di burocrazia si può morire. L'aspetto positivo della disinvoltura con la quale si dichiara lo stato di emergenza è che evidentemente ci si rende conto che il problema esiste. L'aspetto negativo è che altrettanto evidentemente - non si ha idea di come combatterlo. * docente Economia politica, UniBs