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02/01/2019

M5S punta sul taglio agli stipendi «onorevoli» ma Salvini frena

Il Sole 24 Ore - Emilia Patta

LE FRIZIONI CON LA LEGA
Di Maio rilancia il tema anti-casta, ma la regola del tetto dei due mandati è in bilico
Roma

«Siamo solo alla fine dell'inizio», dice un Luigi Di Maio in versione sciatore con accanto un sorridente e abbronzato Alessandro Di Battista tornato infine dall'"esilio" del Sud America. E il sodalizio ad uso mediatico tra i due avversari del Movimento 5 stelle riparte non a caso, nel video su Facebook di Capodanno, da un mantra del movimento: l'attacco alle elite e ai privilegi. Archiviata (per ora) la manovra economica senza spargimento di sangue tra Roma e Bruxelles, avanti tutta con una battaglia storica dei pentastellati: il taglio degli stipendi dei parlamentari. «Nel 2018 abbiamo combattuto quella classe di italiani privilegiati che si è opposta al cambiamento e che ci sta combattendo anche in questi giorni... - dice Di Maio nel video -. C'è ancora tanto da fare, siamo soltanto alla fine dell'inizio. Vi abbiamo promesso una legge che taglia gli stipendi dei parlamentari della Repubblica».

Ecco, dopo il taglio dei vitalizi (che in realtà è solo un ricalcolo dei vitalizi percepiti dagli ex parlamentari su cui già pendono centinaia di ricorsi per illegittimità), il tanto evocato taglio degli stipendi. Che si affianca al disegno di legge costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari all'esame della commissione Affari costituzionali del Senato (da 630 a 400 deputati e da 314 a 200 senatori). Un ritorno alle origini anti-casta e anti-establishment, insomma, con l'evidente obiettivo di rincuorare una base elettorale provata da sette mesi di governo con una Lega in ascesa nei sondaggi. E non a caso Matteo Salvini ci tiene subito a frenare: «Giusto tagliare sprechi e spese inutili, è nel contratto di governo e lo faremo - dice commentando dopo qualche ora, senza citarlo, il video Di Maio-Di Battista -. Ma per la Lega le priorità degli italiani sono cose più concrete: avanti con il taglio delle tasse, estensione della flat tax e della pace fiscale, taglio della burocrazia e revisione del Codice degli appalti, cancellazione definitiva della legge Fornero, approvazione dell'Autonomia e finalmente una legge nuova che garantisca il diritto alla legittima difesa». Insomma, per Salvini le priorità sono da tutt'altra parte.

Il fatto è che per il M5s le rinunce finora non sono mancate: sul Tap e sull'Ilva, innanzitutto. Per di più la bandiera del reddito di cittadinanza è ancora in attesa di essere piantata: solo con il decreto si capirà quanto estesa sarà la platea dei beneficiari e quando sostanzioso sarà l'assegno. E si profila infine un braccio di ferro dagli esiti imprevedibili sulla Tav, con il governo che si è impegnato a dare una risposta entro maggio. Proprio sull'altà velocità, secondo molti parlamentari dell'opposizione, potrebbe consumarsi la frattura decisiva tra M5s e Lega: un no per Salvini sarebbe difficile da digerire nei confronti dell'elettorato produttivo del Nord, così come un sì per il M5s.

L'impressione è che, approvata la legge di bilancio, le fibrillazioni all'interno della maggioranza siano destinate ad aumentare. Con effetti imprevedibili. Da qui la suggestione del superamento dell'ultimo tabù del M5S, quello del tetto dei due mandati parlamentari, riaffiorata con forza negli ultimi giorni nonostante le smentite ufficiali («la regola dei due mandati non è mai stata messa in discussione e non si tocca: né quest'anno, né il prossimo, né mai», ha voluto precisare la sera di San Silvestro lo stesso Di Maio). La soluzione accarezzata da tutta la vecchia guardia, compreso lo stesso Di Maio che altrimenti non potrebbe ricandidarsi, è mantenere la regola ma con un'eccezione: in caso di voto anticipato il mandato non può considerarsi pieno e quindi la ricandidatura è possibile. Tanto dovrebbe bastare, o almeno questa è la speranza, a frenare possibili esodi di parlamentari pentastellati verso il centrodestra in caso di crisi del governo Conte. Intanto, con le espulsioni dal M5s delle ultime ore (gli europarlamentari Giulia Moi e Marco Valli e i senatori De Falco e De Bonis, mentre il "processo" alle senatrici Nugnes e Fattori è ancora in corso), la già scarsa maggioranza in Senato - da 169 a 167, 165 se infine Nugnes e Fattori verranno espulse, quando il quorum è 161 - si assottiglia di altre due unità.

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STIPENDI ONOREVOLI

Il disegno di legge

Per ridurre lo stipendio dei deputati e dei senatori occorre una legge approvata dalle Assemblee. Se il disegno di legge vedrà la luce sarà probabilmente di inziativa dei gruppi parlamentari, e non del governo, per ragioni di opportunità

I possibili tagli

La busta paga di deputati e senatori (l'importo totale netto è di poco meno di 12mila euro al mese) è composta da tre parti: stipendio (5mila), diaria (4mila) e rimborsi (3mila). Probabile una sforbiciata su queste ultime due voci

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