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04/06/2019

L’ultimatum di Conte non riporta il sereno nel governo

Il Tempo - Carlantonio Solimene

Venti di crisi II premier: «Basta liti o sono pronto a dimettermi» I vice provano a garantire: «Ripartiamo, c'è tanto da lavorare» La battuta «Cosa farò dopo Palazzo Chigi? Se alla Roma manca l'allenatore...»
Ha l'aria di essere più fragile che mai la tregua siglata a distanza tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini dopo che il premier Giuseppe Conte, in una conferenza stampa durata oltre un'ora, era arrivato a mettere sul piatto le sue dimissioni da Palazzo Chigi se i due azionisti di maggioranza non avessero smesso di litigare. Sì, perché se le prime reazioni dei due leader di M5S e Lega dopo l'ultimatum del premier erano state entrambe improntate a un «superiamo i dissidi e mettiamoci a lavorare», sono bastate poche ore per capire che difficilmente alle parole di distensione seguiranno analoghi fatti. In primis perché l'ipotetico vertice di maggioranza invocato per oggi da Di Maio è già slittato, secondo fonti di governo, a dopo i ballottaggi di domenica prossima, «per gli impegni elettorali dei leader». In secondo luogo perché l'attrito è riesploso immediatamente in serata quando, nella riunione convocata da Conte sullo «Sblocca-cantieri» con i ministri competenti (Toninelli Fraccaro, Tria e i sottosegretari Garavaglia e Castelli) e i relatori del provvedimento, gli esponenti della Lega si sono rifiutati di ritirare l'emendamento che sospende per due anni il Codice degli appalti e dal M5S hanno fatto filtrare che il Carroccio «si è impuntato per creare il caos». Così il premier non ha potuto far altro che sciogliere la riunione e preparsi a partire stamattina per il Vietnam (quello vero, non quello del governo). Di certo Conte si aspettava qualcosa di diverso dopo aver limato il discorso che ieri aveva preannunciato con toni solenni fin dalla mattinata. L'intero universo politico si era fermato per attendere le «importanti comunicazioni» agli italiani che il premier avrebbe fatto poco dopo le 18. E l'«avvocato del popolo» non aveva deluso le attese. Arrivando a minacciare di rimettere il proprio mandato nelle mani di Mattarella nel caso in cui le forze di maggioranza non avessero ritrovato la sintonia per affrontare insieme le slide di governo. Certo, Conte l'aveva presa piuttosto allalarga, rivendicando i provvedimenti del primo anno da premier ed elencando quelli già in cantiere per la fase 2. Ma il piatto forte è arrivato quando l'avvocato ha deciso di togliersi un po' di sassolini dalle scarpe. In particolare contro chi ha provato a sabotare la difficile trattativa con l'Europa sui conti (e quindi con la manina che ha diffuso la prima bozza della lettera alla Ue) e contro chi, «anche tra i parlamentari», con dichiarazioni incaute «mina la fiducia dei mercati» (al leghista Claudio Borghi saranno fischiate le orecchie). Poi il premier ha ammesso di aver sottovalutato le turbolenze elettorali e l'effetto che il risultato delle Europee avrebbe avuto sui partiti di governo, chiedendo però ai duellanti di deporre le armi una volta per tutte «smettendola di lanciare proclami sui social o di inviare veline ai giornali». In quanto a lui è «pronto a farsi da parte». Concedendosi l'unica battuta quando gli è stato chiesto cosa farebbe nell'ipotetico «dopo». «Se la panchina della Roma fosse ancora libera...». La prima reazione di Di Maio e Salvini è stata positiva. Il leader della Lega ha addirittura risposto a conferenza stampa ancora in corso. «Andiamo avanti e non abbiamo tempo da perdere» ha detto il ministro dell'Interno, ponendo però le sue condizioni: «Flat Tax e taglio delle tasse, riforma della giustizia, Decreto Sicurezza Bis, autonomia regionale, rilancio degli investimenti, revisione dei vincoli europei e superamento dell'austerità e della precarietà, apertura di tutti i cantieri fermi». In quanto al capo dei Cinquestelle, ha ribadito la «lealtà» del Movimento ma ha chiesto lo stop agli attacchi ai suoi ministri. E ha a sua volta indicato le priorità di programma: «Avanti su famiglie, Flat tax e salario minimo». Che però i nervi fossero rimasti tesi lo si è capito, come detto, già dalla fumata nera al vertice sullo «Sblocca-cantieri», con fonti del Ministero dei Trasporti che hanno accusato la Lega di voler far scadere il decreto, che dovrebbe essere convertito in legge entro metà giugno. In Parlamento, insomma, alla pace non crede nessuno. Né gli eletti di maggioranza, né tanto meno le opposizioni. Per Nicola Zingaretti, segretario del Partito Democratico, «Conte ha ammesso il fallimento e ha aperto la crisi. Ora dovrebbe andare in Parlamento per verificare se ha ancora il consenso necessario per continuare». Per Mariastella Gelmini di Forza Italia, «sarebbe stato molto più serio se Conte, anziché convocare una conferenza stampa per dire cose ovvie, avesse chiamato al telefono Salvini e Di Maio e fosse salito direttamente al Quirinale a rassegnare le sue dimissioni». Per Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia, «il governo è alle prese con il "gioco del cerino" tra Conte, Lega e M5s per vedere a chi affibbiare la responsabilità di far cadere l'esecutivo prima di dover affrontare la legge di Bilancio». L'impressione è che la crisi sia sempre dietro l'angolo. Bisognerà capire solo quale sarà l'incidente che la farà scattare. Al momento i parlamentari scommettono, oltre che sulla sospensione del Codice degli appalti voluta dalla Lega e invisa ai grillini, anche sul Salva-Roma che Di Maio vorrebbe reinserire nel dl Crescita nonostante la contrarietà di Salvini. Il countdown è ufficialmente partito.

Foto: c.solimene@iltempo.it