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22/09/2020

L’ombra della mafia sugli appalti di Zingaretti

Libero - SANDRO IACOMETTI

Contratti pericolosi
Ci mancava solo la mafia. Nicola Zingaretti in queste ore ha ben altro a cui pensare. Il suo futuro politico è appeso a un filo, o meglio ad un pugno di voti, che se finiscono dalla parte sbagliata (dipende, ovviamente, dai punti (...) segue ➔ a pagina 5 segue dalla prima SANDRO IACOMETTI (...) di vista) rischiano di far andare a gambe all'aria la sua segreteria. Mentre il leader del Pd e governatore del Lazio tiene gli occhi incollati sugli ultimi sondaggi e attende con trepidazione i risultati delle elezioni in Toscana, spuntano però altri guai di tipo giudiziario. Il filone è quello che ha tenuto banco per tutta l'estate. Temporanemente oscurato dallo scandalo dei soldi pubblici di una Onlus utilizzati dall'attuale assessore alla Sanità, Alessio D'Amato, per finanziare la campagna elettorale (su cui sta indagando la Corte dei Conti), il pasticcio combinato dalla Regione sulle mascherine è tornato alla ribalta. E le novità non sono da sottovalutare. Già, perché oltre agli aspetti grotteschi di soldi dei contribuenti buttati, dispositivi non a norma e forniture mai arrivate, che hanno portato alla luce un groviglio di improvvisazione, cialtronaggine e presunte condotte illecite, ora nel giro di affari scaturito dalle commesse della Pisana si intravede pure l'ombra delle cosche. INTEGRATORI SESSUALI Ricordate l'azienda di integratori sessuali a cui Zingaretti si era rivolto durante l'emergenza sanitaria per camici e mascherine? Si tratta della Internazionale Biolife di Taranto, specializzata in prodotti omeopatici tra cui spiccano numerosi ritrovati per contrastare il calo della libido, combattere la disfunzione erettile o aumentare la sensibilità vaginale. La notizia all'epoca suscitò grande ilarità, ma oggi scopriamo che non c'era molto da ridere. Eh sì, perché secondo quanto rivelato dal quotidiano Domani la ditta sarebbe finita nel mirino dell'Antimafia. L'attenzione dei pm, secondo fonti giudiziarie riportate dalla testata, è rivolta principalmente ad Antonio Fornaro, socio al 45% fino allo scorso agosto, e Francesco Oliverio, titolare di una società edile che ha rilevato la maggioranza di Biolife. Il primo sembra essere una vecchia conoscenza dei magistrati. Il suo nome sarebbe comparso in diverse inchieste da cui sono emerse connessioni con personaggi «contigui ad associazioni criminali di stampo mafioso» e «abituali frequentazioni con pregiudicati per gravi reati anche associativi di traffico internazionale di droga ed economico finanziari». Quanto a Oliverio, pure lui sarebbe inserito in «ambienti collegati alla criminalità organizzata». E non è tutto. Tra i soci c'è anche un'azienda bulgara dove compare Ivelina Bahachevanova, donna domiciliata in provincia di Latina coinvolta in passato in un'inchiesta sul clan Senese, gruppo della camorra radicato a Roma. Si tratta, ovviamente, di scenari e collegamenti al vaglio dell'autorità giudiziaria e tutti da dimostrare. Ma gli sviluppi delle indagini che sta conducendo la procura di Taranto non promettono nulla di buono per Zingaretti & C. La Biolife, infatti, è la società a cui la Regione ha deciso di affidarsi non una ma due volte per recuperare le benedette mascherine. Un rapporto è diretto e riguarda due contratti sottoscritti tra marzo e aprile per poco meno di 30 milioni per la fornitura di un milione di camici, un milione di tute, 3 milioni di mascherine Ffp2 e 3 milioni di chirurgiche. Dopo l'arrivo (assai in ritardo) di 150mila camici, i pm di Taranto hanno aperto l'inchiesta e sequestrato il resto del materiale. È saltato tutto. La Regione ha sborsato 3-4 milioni di anticipo, ma sostiene di essere andata in pari non avendo pagato una successiva fornitura. Mah. SOLDI A CASCATA Il secondo rapporto è indiretto. Anzi, contorto. Qui entra in gioco la Eco Tech, la famosa società delle mascherine fantasma a cui Zingaretti la scorsa primavera ha pagato sull'unghia 14 milioni di anticipo su un totale di 35 senza ricevere nulla. Vendendo lampadine led, la ditta si era rivolta inizialmente ad un fornitore cinese, che però non fu in grado di consegnare la merce. La palla è passata allora ad una società svizzera, la Exor, che a sua volta è andata a bussare alla Biolife. I soldi della Regione, insomma, sono finiti a cascata sempre nelle casse della società di Taranto, che si trova adesso sotto un fuoco incrociato. Delle mascherine fantasma, infatti, si stanno occupando i magistrati di Roma. È presto per dire a cosa porterà il lavoro delle due procure. Se emergeranno danni erariali, truffe o reati di altro tipo. Ma viene da pensare che se si fosse trattato di politici con altre casacche staremmo già ipotizzando un clamoroso finanziamento occulto alla criminalità organizzata.