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05/03/2020

L’Italia ha urgente bisogno di un piano Marshall. Può e deve farselo da sola

ItaliaOggi - DOMENICO CACOPARDO

Passata la «guerra» del Coronavirus ci sarà un «dopoguerra». Ci sono in ballo l'economia della nazione, i posti di lavoro. Nel 1946, gli Stati Uniti adottarono il Piano Marshall, oggi dovremmo contare sull'Europa. Ma sono forti le riserve sugli aiuti da destinare all'Italia alla luce del quadro politico espresso e delle posizioni nei confronti delle istituzioni europee. E quindi un piano «post bellico» nazionale dobbiamo farcelo in casa. Partendo dai circa 100 miliardi di euro per infrastrutture non impiegati per le difficoltà di appaltare opere, alla luce dell'inapplicabile Codice degli appalti. Cacopardo a pag. 4 Mentre l'Italia legge con raccapriccio la notizia dell'assalto e della distruzione del pronto soccorso dell'ospedale dei Pellegrini di Napoli a opera di parenti e amici di Ugo Russo, il rapinatore sedicenne ucciso dal carabiniere che aveva aggredito (e l'irresponsabilità corre sull'etere: Maurizio De Giovanni condanna ancora una volta lo Stato e invoca nei confronti del crimine partenopeo quella politique d'abord che ha prodotto incalcolabili danni al Paese), notizie contraddittorie sul fronte del Covid-19 (da un lato l'attenuarsi dell'emergenza nel focolaio Lodigiano e dall'altro il sospetto della nascita di due nuovi focolai a Bergamo e a Cremona) allargano il fronte delle insicurezze e del pessimismo. Un fronte, quello del pessimismo, che riceve una boccata di ossigeno puro con la storia di Gennaro Arma, il comandante della Diamond Princess di Sant'Agnello (Napoli), che lascia da ultimo la sua nave ancorata (e isolata) nel porto di Yokohama, dopo avere gestito con competenza e coraggio la scoperta e lo sviluppo dell'epidemia tra i passeggeri. Un vero e proprio rovesciamento di immagine rispetto a Francesco Schettino, il comandante che aveva abbandonato la Costa Concordia, subito dopo il suo naufragio sugli scogli dell'Isola del Giglio. Insomma, nella vulgata campana, popolata dagli Schettino e dagli assalitori del pronto soccorso, altri valori, altre persone ristabiliscono il ruolo delle istituzioni e il loro valore sociale. Più in generale, riguardo al Paese, è probabilmente vero che ci stiamo avvicinando al picco epidemico e che, quindi, ci potrebbe attendere la costante riduzione del numero dei contagiati, ma rimane la sensazione - e non solo - della tragica situazione di chi, anziano, si ritrova con sintomi vagamente riferibili al virus. Passerà, certo, ma sta di fatto che l'Italia affronta questa terribile prova nelle condizioni peggiori: un governo chiaramente insufficiente, in particolare nella componente grillina, impreparata a qualsiasi responsabilità pubblica, fi guriamoci un'epidemia. L'annaspare inconcludente del ministro degli esteri, un giovine passato d'amblée dagli spalti dello stadio San Paolo di Napoli, alle stanze del potere, ne è palpabile testimonianza. Parliamoci chiaro: dobbiamo affrontare un dopo-guerra doloroso e diffi cile, giacché siamo arrivati alla guerra del Coronavirus, stremati da diffi coltà che non siamo stati capaci di governare e da prospettive che, legati come siamo al presente e alla facile popolarità, non abbiamo voluto dissipare. Non c'è quindi da scherzare, visto che c'è in ballo l'economia della Nazione, il suo mondo del lavoro, il suo futuro immediato e quello meno vicino. Nel 1946, gli Stati Uniti adottarono il Piano Marshall, un programma di sostegni materiali e fi nanziari che aiutò l'Italia a ricostruirsi sino al miracolo economico del fi nire degli anni 50. Oggi, dovremmo contare sull'Europa, la nostra virtuale assicurazione che ci potrebbe garantire le risorse, le alleanze, gli elementi di forza occorrenti per riprendere il cammino. Più o meno, il piano da 3.000 miliardi di euro di infrastrutture finanziati con eurobond, auspicato da Vincenzo Boccia, presidente di Confi ndustria. La riproposizione, aggiornata, del piano di Jacques Delors che, negli anni '80 propose un serio investimento comunitario in infrastrutture. Temo, peraltro, che l'idea non avrà seguito né nei suoi termini integrali, né in una versione ridotta. C'è di sicuro del nostro in questo probabile non-expedit dell'Unione: sono forti e - onestamente - condivisibili le riserve degli altri sugli aiuti alla cicala Italia, che ieri, proprio ieri, adottando la finanziaria 2020, ha espresso continuità con l'autolesionista politica fi nanziaria del Conte I che ha aggravato il defi cit per spese non connesse alla ripresa economica. Ma c'è dell'altro. Dopo il fallimento dei progetti di integrazione politica, certifi cato dai referendum francese e olandese con cui fu bocciata l'ipotesi di una costituzione continentale, l'Unione s'è ridotta a mercato comune, a zona di libertà di circolazione delle merci. Non è poco, a dire il vero, giacché di quest'area di libero scambio abbiamo approfi ttato noi italiani, diventati seconda manifattura europea e intensifi cando così tanto scambi e interrelazioni da diventare, in sostanza, interdipendenti dalle altre nazioni dell'Unione. Come accade in un mercato interno, nel nostro mercato unico comunitario si svolge il fisiologico scontro che si chiama concorrenza. E, per vincerlo, ognuno si dovrebbe attrezzare adeguatamente: cosa che la Seconda repubblica e i governi Conte hanno trascurato. Abbiamo molto di cui lamentarci con l'Europa, ma le nostre lamentele perdono consistenza quando ci si guarda dentro, scoprendo che non abbiamo affatto messo in campo le riforme che noi stessi sappiamo indifferibili per partecipare con successo alla competizione. Ora, nell'assenza prevedibile di un Piano Marshall europeo (anche nell'ipotesi che il Coronavirus produrrà ingenti danni anche in Francia e in Germania) un piano postbellico nazionale dobbiamo farcelo in casa. Partendo dai circa 100 miliardi di euro per infrastrutture non impiegati per le diffi coltà di appaltare opere, alla luce dell'inapplicabile codice degli appalti. Sblocchiamo le nostre opere e mettiamo in campo subito la forza d'urto economica da esse rappresentata. A dispetto dei mal di pancia degli antitaliani presenti nella politica nazionale. Altrimenti, rimarremo alle solite chiacchiere da bar di cui sono specialisti molti capi politici emersi dalle macerie della Repubblica, essendo essi stessi macerie. www.cacopardo.it © Riproduzione riservata
Il fronte del pessimismo riceve intanto una boccata di ossigeno puro con la storia di Gennaro Arma, il comandante della Diamond Princess di Sant'Agnello (Napoli), che lascia da ultimo la sua nave ancorata (e isolata) nel porto di Yokohama, dopo avere gestito con competenza e coraggio la scoperta e lo sviluppo dell'epidemia tra i passeggeri. Un vero e proprio rovesciamento di immagine rispetto a Francesco Schettino, il comandante che aveva abbandonato la Costa Concordia, subito dopo il suo naufragio sugli scogli dell'Isola del Giglio