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29/06/2021

L’ipocrisia della “ripartenza” sulle spalle dei migranti

Left - Jacopo Landi

PARERE
Va fatta una riflessione sul ruolo che enti e cooperative hanno nella "intermediazione" per lo sfruttamento
Riprendono come ogni estate gli sbarchi sulle coste del nostro Paese e riparte la propaganda anti immigrati. Contemporaneamente si assiste ad una nuova ondata di proteste di lavoratori immigrati sfruttati da una catena legata spesso ad altri lavoratori stranieri strumento del capitale nazionale e internazionale. Di casi Texprint per esempio ce ne sono tantissimi in Italia. Tutto questo nonostante il numero di migranti approdati nel 2020 sia crollato rispetto al 2019 del 34% e l'Italia abbia assorbito soltanto il 5,1% delle domande di asilo complessive. E un atteggiamento ipocrita del sistema lo sappiamo bene, ancor più adesso in pandemia là dove il lavoro nero, il lavoro sottopagato o il lavoro sotto forma di strumenti flessibili che forniscono manodopera gratis alle imprese, serve al nostro capitalismo predatorio. Gli immigrati sono il fulcro di questo meccanismo. Nel sistema c'è anche la tendenza di molti soggetti che operano nell'accoglienza, una tendenza che è quella di uno sguardo che s'indigna e contrasta in maniera sacrosanta fenomeni come gli accordi per il respingimento con il Governo Libico, il voltarsi dall'altra parte dell'Europa dove su 27 Paesi sostanzialmente solo 5 si fanno carico dei destini dei profughi. Su questi temi c'è un mondo che si spende nella tutela dei diritti in nome delle convenzioni internazionali e dei diritti universali, ma poi, sul come ce ne facciamo carico e soprattutto sul tema del lavoro, al solito iniziano i silenzi, il coraggio viene meno, lo sguardo si offusca fino a diventare cieco. Ci si volta dall'altra parte. Cosa offriamo noi ai migranti? I luoghi dell'accoglienza sono spessissimo inadeguati lo sappiamo, anche se nessuno denuncia. Ai Comuni va bene ciò che mette insieme il terzo settore, a parole si dice risparmio, ma dove finiscano i soldi di affitti di immobili, di chi siano questi immobili, quali partite di giro ci siano fra proprietari, presidenti di organizzazioni, che a volte coincidono, non importa. Sul processo di radicamento nel territorio - non chiamiamola integrazione - c'è invece spesso una vera e propria intermediazione di manodopera a basso costo, fatta da enti, associazioni e cooperative che si dimenticano cosa sia la cultura del lavoro, la sicurezza, ed i morti giornalieri. Mettere in connessione domanda e offerta pare complicatissimo nel nostro Paese ancor di più adesso con la pandemia. La tanto abusata parola "ripartenza" è il mantra di questi mesi. È certo che gli immigrati sono e saranno la linfa della ripartenza. Sfruttabili, ricattabili, quindi incapaci di denuncia di condizioni di schiavitù, ignari dei diritti di un lavoratore o lavoratrice, in una parola perfetti per un sistema di sfruttamento. In questa fase dove tutti tifano per la così detta "ripartenza", dove si vuole liberare la mano alle imprese (più di così!) dove ogni forma di controllo da parte dello Stato deve essere sbiadita o cancellata, vedi codice degli appalti. Gli imprenditori hanno come unico scopo quello di stare a galla e riprendere a fare profìtti, per farlo devono evitare di pagare imposte il più a lungo possibile - cosa che spesso evitano anche in tempi di vacche grasse - e ridurre la forza lavoro al minimo indispensabile, possibilmente facendola pagare allo Stato. In questo quadro i tanto vituperati immigrati sono una manna. Dentro progetti di accoglienza vengono dirottati in aziende dove non si controlla neanche il numero di cassa integrati, non si verifica se ci siano i requisiti per un tirocinio e là dove il tirocinio diretto non si possa avviare, si avvia un bel corso di formazione. Esatto, un corso dove all'interno a fronte di poche ore d'aula si piazza un bel tirocinio (sempre lui) di 6 mesi, pagato completamente dallo Stato o da fondi europei, ad esempio per imparare a rifare i letti in albergo o pulire una sala da pranzo. Si sa gli immigrati sono lenti, gli servono 6 mesi per imparare a rifare un letto! Ed è così che entra in gioco la forza lavoro di riserva, l'esercito degli africani, pakistani, bengalesi, indiani ecc. Persone pronte a lavorare ovunque e senza orari, dalle campagne ai traslochi, dalla fabbrica, al negozio di cianfrusaglie, alle pulizie, agli alberghi. Le condizioni non importano e soprattutto se gli proponi un tirocinio, un inserimento socio terapeutico o altre forme spurie di lavoro a loro va bene non hanno scelta, gli basta la promessa, perché quella c'è sempre, di un'assunzione in un futuro incerto, che ovviamente difficilmente arriva finito il periodo di sgravi o in cui paga tutto l'ente istituzionale di riferimento. Le aziende dicono sì, perché anche se la qualità della prestazione non sarà eccelsa e specializzata le persone sono comunque addestrabili, ma soprattutto sono gratis! Quando si parla di lavoro c'è sempre omertà, una riflessione sul ruolo che associazioni, enti, cooperative consapevolmente o meno hanno nell'intermediazione per lo sfruttamento, lo dico chiaramente, è inesistente. E non ci crede nessuno che non si comprenda il ruolo che queste organizzazioni hanno nell'incrocio di domanda e offerta. La risposta "è beh dai altrimenti stanno qui senza far nulla" a mio avviso non è accettabile in chi si occupa di tutela dei diritti e poi partecipa a tavole rotonde e dibattiti che si occupano di sfruttamento. Il lavoro per cambiare ha bisogno di salari dignitosi e sicurezza per tutti, ma anche di trasparenza. L'autore Jacopo Landi è esperto di immigrazione e relazioni interculturali, Centro Sprar Firenze Paci