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21/09/2018

L’impresa tende la mano al governo «Non siamo nemici: pronti al dialogo»

Il Gazzettino

La mano di Matteo Zoppas è tesa fino a Roma. Dopo settimane di scontri verbali sfociati perfino in provocazioni («In Italia gli imprenditori sono prenditori», copyright Luigi Di Maio), il presidente degli industriali veneti prova a mettere una pietra sopra le tensioni tra le imprese e il governo nazionale. Tentativo lodevole, perché la confusione è tanta ma Zoppas cerca di vedere segnali nella nebbia anche quando ci sarebbe più di un motivo per fermarsi. La tragicommedia delle Olimpiadi, per esempio: «Credo che per una volta l'Italia dovrebbe dimostrare di saper fare squadra. Dovrebbe esserci uno sforzo a beneficio dell'altro».
Va bene, ma di chi è la colpa di ciò che vediamo?
«Non voglio dare colpe: piuttosto invito a riflettere che certi investimenti, come si è visto con l'Expo di Milano, sono un volano fantastico per l'economia e l'occupazione».
Obiezione grillina: sono un volano anche per certo malaffare...
«Ma è ovvio che tutto va vigilato, seguito, controllato, che serve un codice degli appalti più chiaro e magari restrittivo, ma in un momento come questo le Olimpiadi per Milano sarebbero un grande beneficio, per le nostre Dolomiti sarebbero fondamentali».
È una critica alla cultura del sospetto dei 5 stelle?
«Non mi riferisco ai 5 stelle. Credo che l'economia abbia estremo bisogno di un atteggiamento costruttivo. Mi aspetto e spero che quanto prima ci si renda conto che fermare questo tipo di investimenti fa male a tutti: agli imprenditori e all'occupazione. Tutti siamo contrari a ciò che può generare illeciti: ma piuttosto che fermare un'opera per paura di un illecito è meglio stringere i controlli. A meno che non si stia cercando di recuperare investimenti da determinati impegni per trasferirli su altri obbiettivi...».
Ad esempio sulle promesse elettorali come il reddito di cittadinanza?
«Credo sia un grande errore spostare questi investimenti per un semplice motivo: gli investimenti portano altri investimenti. I milioni per le Olimpiadi non sono spese, ma investimenti che si recuperano e decuplicano. Senza contare che i lavori generano fiscalità».
Ma c'è ancora bisogno di infrastrutture?
«Abbiamo l'assoluto bisogno di stare al passo con i tempi. Non significa arricchire pochi: significa creare occasioni di lavoro per molti».
E non c'è il tempo per «fermare e rivalutare», come intende fare il ministro Toninelli?
«Quando si è al 90% di un'opera, tornare indietro significa fermare tutto per decine di anni. A meno di conclamati illeciti, è sbagliato. Ma vedo che per fortuna ci sono segnali di buon senso, ad esempio l'Ilva. Vanno compresi: quando ci si espone tanto in campagna elettorale, poi è difficile fare i conti con la realtà».
L'impostazione della manovra contiene segnali di buon senso?
«Fino ad oggi l'unico atto importante messo nero su bianco è stato il decreto dignità che penalizza particolarmente l'impresa. Non hanno voluto capire che le imprese sono la somma di imprenditori e lavoratori. Se le penalizzi, entrambi pagano le conseguenze. Adesso quindi chiediamo una manovra che tuteli l'impresa e i lavoratori. La chiamerei Decreto dignità per lavoratori e imprese. Credo sia una richiesta lecita da parte di un imprenditore».
Vi va bene rinunciare ai vari incentivi per le imprese in cambio della flat tax?
«Bisogna vedere quanto incide, quali sono i parametri. L'importante è trovare un equilibrio che non vada a erodere il bilancio statale e attivi il moltiplicatore di spesa. Basta che ci sia equilibrio e che non sballi il debito pubblico. Credo sia meglio partire con gradualità».
Non pensa che la pace fiscale con chi ha un debito fino a un milione di euro sia più un condono che un aiuto a imprenditori in difficoltà?
«Più che un limite di tetto sarebbe corretto introdurre il criterio di venire incontro a chi è in difficoltà. Se un'azienda può avere un beneficio, forse lo sgravio potrebbe aiutarla a continuare a dare lavoro anziché licenziare».
Vi sentite provocati? La battuta sui prenditori vi ha dato fastidio...
«In un altro Paese ci sarebbe potuta stare una denuncia collettiva per diffamazione. Andrebbe fatta un'equazione tra quanto gli imprenditori danno e quanto ricevono, ma soprattutto rischiano. Non capisco questa necessità di creare una tensione, di esasperare. Chiedo gentilmente alla politica di evitare. Perché questa mania di generalizzare?».
Sarebbe come dire che tutti i politici sono ladri?
«Non voglio neanche rispondere, non si fa mai di tutta l'erba un fascio. E non voglio insegnare niente a nessuno».
Le parole provocano danni, come dice Mario Draghi?
«L'Italia non è valutata dal gossip, ma dai fatti. Due settimane fa all'estero ho incontrato due diplomatici importanti, e mi hanno detto che non riescono a capire che cosa sta succedendo in Italia. Ma credo sia dovuto al fatto che hanno a che fare con forze politiche non identificabili con gli schemi ai quali erano abituati».
L'andamento dello spread è condizionato da lobby?
«Assolutamente no. È sicuramente condizionato da molte variabili, basta leggere qualche libro di economia per capire come funziona: ma di sicuro non da misteriose lobby».
L'Italia è isolata?
«No, ma ci stiamo isolando».
Anche a causa della politica sui migranti?
«No. C'è poi da distinguere tra migrazione regolare e migrazione clandestina, della quale non ci occupiamo. Ci stiamo isolando per la perdita di competitività delle nostre imprese, perché abbiamo bisogno di atti di governo che ci avvicinino alla competitività internazionale. Se aiuto l'impresa creo lavoro; se penso di aiutare solo il lavoro ma non l'impresa, si ottiene l'effetto contrario».
Ed è solo per questo che all'estero non ci capiscono?
«Aspettano di vedere se la manovra agevolerà la crescita e l'affidabilità. Ma da questo punto di vista mi sembra di cogliere una minima inversione di tendenza che ci fa ben sperare».
Si è ricucito lo strappo con la Lega?
«Non parlerei di strappo. Abbiamo espresso a Zaia le nostre perplessità su certe azioni di governo, e sappiamo che sono state riportate a Roma. Là per qualche motivo non hanno trovato spazio nel dibattito. Ora aspettiamo la manovra per vedere se sarà tutelata l'impresa: nel decreto dignità sembrava quasi che fossimo dei nemici. Confidiamo che almeno la Lega, che comunque ha avuto un ampio consenso tra gli imprenditori, dia un segnale positivo in questa manovra. Senza esasperare questo astio pericolosissimo».
Per questo avete minacciato di scioperare?
«Al momento della discussione del Decreto Dignità c'è stata da parte di molti associati la spinta a pensare anche alla piazza, ma non è il nostro stile, noi preferiamo i canali ufficiali. Certo, se la richiesta ci venisse reiterata con forza, come rappresentanti non potremmo esimerci da essere al loro fianco. Il fatto è che parlare attraverso i giornali va bene fino a un certo punto. Ci aspetteremmo che venisse colta la disponibilità a confrontarci seriamente attorno a un tavolo».
Secondo lei perché non vi ascoltano?
«Non capiamo perché ci sia questa difficoltà ad avere un dialogo, come se fossimo i nemici del mondo. Vorremmo solo suggerire, in base alla nostra esperienza, quali possono essere le vere manovre che portano beneficio a tutti. Poi, la responsabilità delle scelte è della politica: è nel loro interesse ascoltare. Noi siamo come sempre a disposizione».
Ario Gervasutti
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