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31/08/2021

Libero Grassi 30 anni fa Il pm De Luca: “In troppi pagano ancora il pizzo”

La Repubblica - Salvo Palazzolo

la mafia e le imprese
Intervista al procuratore aggiunto della Dda "Si è fatta tanta strada: ora si deve denunciare"
«Ancora oggi, purtroppo, un consistente numero di commercianti e imprenditori continua ad essere assoggettato a Cosa nostra». Va subito al cuore della questione Salvatore De Luca, il procuratore aggiunto che coordina la sezione Palermo della Direzione distrettuale antimafia. Trent'anni dopo l'omicidio di Libero Grassi, il racket delle estorsioni resta una drammatica realtà. «Anche se tante cose sono enormemente cambiate - dice il magistrato in un'intervista - grazie anche all'eroico sacrificio di Libero Grassi». ● alle pagine 6 e 7 «Ancora oggi, purtroppo, un consistente numero di commercianti e imprenditori continua ad essere assoggettato a Cosa nostra». Va subito al cuore della questione Salvatore De Luca, il procuratore aggiunto che coordina la Sezione Palermo della direzione distrettuale antimafia.
Trent'anni dopo l'omicidio di Libero Grassi, il racket delle estorsioni resta una drammatica realtà. «Anche se tante cose sono enormemente cambiate - dice il magistrato - grazie anche all'eroico sacrificio di Libero Grassi, che si rifiutò di pagare il pizzo: oggi lo Stato è vicino agli operatori economici e particolarmente attento. Inoltre, vi sono delle crepe vistose nel muro di omertà, Cosa nostra si preoccupa». Ma ancora in tanti pagano il pizzo. L'ultima indagine sul mandamento mafioso di Ciaculli, scattata a luglio, ha chiamato in causa addirittura una cinquantina di commercianti della zona di Roccella. Le intercettazioni dicono che nessuno aveva denunciato. Perché in tanti, a Palermo, continuano a pagare il pizzo? «Alcuni operatori economici mantengono una posizione ambigua nei confronti di Cosa nostra: da un lato, di vittime, e dunque pagano; intanto però sono anche conniventi, e spesso chiedono dei servizi all'organizzazione: recupero di crediti, risoluzione di controversie, restituzione di refurtiva e altro.
Poi, c'è la stragrande maggioranza che continua a pagare solo per paura o assuefazione a quella che è una legge non scritta, antica quanto Cosa nostra».
Quanto è ancora lungo il percorso di liberazione da queste forme di ricatti? «Perché ci siano dei cambiamenti di atteggiamento culturale occorrono dei tempi medio-lunghi.
Già tanta strada è stata fatta: la parte più consapevole della comunità ha acquisito coscienza che oggi è il momento di denunciare. E, infatti, negli ultimi anni abbiamo avuto un numero di denunce mai verificatosi prima, soprattutto in alcuni quartieri della città. Sono ottimista sul percorso che si sta facendo».
Quanto è stato importante il contributo delle associazioni antiracket come Addiopizzo? «Per un commerciante o un imprenditore che vuole denunciare è molto rilevante il sostegno delle associazioni. Cosa nostra lo sa e per questa ragione i vertici di alcuni mandamenti hanno disposto che non vengano avvicinati coloro che potrebbero essere disposti a denunciare. I mafiosi temono queste forme di resistenza organizzata e vi è quindi il rischio che in futuro possano anche tentare di infiltrarsi in alcune associazioni per depotenziarle, ma con la dovuta attenzione ciò non si verificherà». Cosa rappresenta ancora oggi il pizzo per Cosa nostra? «Dobbiamo distinguere fra il pizzo pagato dai commercianti, destinato all'assistenza alle famiglie dei carcerati, e la "messa a posto" delle imprese, con la quale si impongono anche subappalti, guardianie e commesse a fornitori.
La messa a posto finisce così per incidere in modo particolare nell'economia locale. Questa distinzione serve a comprendere ancora meglio la centralità dell'estorsione per l'organizzazione mafiosa».
Cosa c'è dietro la centralità di questa forma criminale? «Si potrebbe pensare che l'estorsione sia il livello più grossolano delle attività di Cosa nostra, oggi proiettata verso affari più complessi come le scommesse online o più redditizi come il traffico degli stupefacenti. Invece, le estorsioni continuano ad avere una loro centralità per la sussistenza stessa dell'organizzazione. In molti mandamenti sono il principale provento, ma anche negli altri mandamenti restano al centro del sistema mafioso per almeno tre ragioni: sono un sicuro strumento di riorganizzazione dopo l'intensa attività della magistratura e delle forze dell'ordine, assicurano un capillare controllo del territorio e infine consentono una infiltrazione nell'economia legale attraverso il sistema della messa a posto». Cosa succederebbe se venisse meno questo introito perché commercianti e imprenditori si ribellano? «Di sicuro, assisteremmo al collasso dell'organizzazione mafiosa, perché il collante di Cosa nostra resta l'assistenza alle famiglie dei detenuti, che viene assicurata in gran parte proprio con i proventi delle estorsioni. I capi che non assicurano tale assistenza sono guardati con estremo sfavore».
Nel 2019, avete inferto un colpo pesante a Cosa nostra bloccando la riorganizzazione della commissione provinciale. Chi comanda oggi? «In questo momento, non c'è una conduzione unitaria, i mandamenti hanno totale autonomia e si coordinano fra loro di volta in volta in base all'interesse concreto. Cosa nostra resta un'organizzazione unitaria, un'unica associazione divisa in mandamenti. Un'organizzazione in crisi per i colpi che siamo riusciti a infliggere, ma viva ed attiva.
Vorrei che fosse chiaro questo concetto, sento in giro pericolose sottovalutazioni». Quanto pesa la mancata comprensione del fenomeno? «Mi preoccupano alcuni atteggiamenti culturali che serpeggiano, in perfetta buona fede, in molteplici ambienti, dal giornalismo all'università: sento parlare di una Cosa nostra ormai inoffensiva e ad un passo dalla fine.
Ritengo queste valutazioni pericolosissime. Il metro di valutazione non possono essere solo i fatti più atroci ed eclatanti, ai quali l'organizzazione ha fatto ricorso in momenti particolari della sua lunga storia: senza la pressione formidabile che continua ad essere esercitata da magistratura e forze dell'ordine entro due anni Cosa nostra riuscirebbe ad ottenere una riorganizzazione ottimale.
E nel giro di 4 o 5 anni, potrebbe tornare ad essere forte come prima. Ecco perché è fondamentale che l'attenzione dello Stato resti alta».
Cosa direbbe ai commercianti che ancora pagano il pizzo? «È il momento che tutte le vittime denuncino. Oggi, dire no al racket non è più una scelta solitaria».

aggiunto Il magistrato Salvatore De luca

C'è chi mantiene un atteggiamento ambiguo verso Cosa nostra